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BoJo e i trattati scritti sull’acqua

Lentamente ma inesorabilmente, i nodi della Brexit giungono al pettine. Un trattato di ritiro negoziato da Boris Johnson con l’obiettivo di chiudere una partita con la Ue che si trascinava da anni e stava sfinendo l’elettorato, che infatti lo ha portato in trionfo dopo l’accordo di cartapesta raggiunto con Bruxelles. Il nodo resta sempre quello: la doppia appartenenza dell’Irlanda del Nord, al Regno Unito e al mercato unico della Ue.

Dopo deroghe, transizioni delle transizioni, battaglie sulla carne congelata e più in generale un enorme nodo relativo alla circolazione di merci in Nord Irlanda, i britannici hanno deciso che l’accordo che hanno firmato nemmeno due anni addietro è “insostenibile”, per l’isola d’Irlanda e per l’integrità nazionale del Regno. Sono cose.

Abbiamo scherzato

Motivo per cui ora chiedono la rinegoziazione, preceduta da un accordo cosiddetto di standstill, che in pratica vuol dire proroga a oltranza dello status quo ante, quello precedente l’uscita del Regno Unito dalla Ue, oltre a proposte stralunate che sanno essere irrealizzabili. La Ue replica negando la riapertura del negoziato ma promettendo “flessibilità e creatività” nell’interpretazione del Protocollo per l’Irlanda del Nord.

Flessibilità e creatività sono i jolly che la Banca centrale europea si è inventata, sotto la guida di Mario Draghi, per evitare che l’eurozona implodesse nel caos. I leader politici, Angela Merkel su tutti, hanno lasciato fare, consapevoli che questo surreale ruolo di supplenza della tecnocrazia di Francoforte, e dell’attuale premier italiano, fosse l’unico modo per aggirare contrasti insanabili tra interessi nazionali che avrebbero reso impraticabile ogni tentativo di riscrivere il Trattato di funzionamento della Ue.

L’Irlanda del Nord appare al momento come una minaccia esistenziale minore, per la Ue, pur se non trascurabile e che comunque si somma a iniziative nazionali (Ungheria e Polonia in massimo grado) che tentano di negare il primato della legge comunitario e della Corte di Giustizia Ue.

Honesty Box

Cosa propongono, i britannici? I punti sono stati evidenziati in un command paper pubblicato mercoledì scorso. In primo luogo, la cosiddetta “Honesty Box“: se un produttore certifica che le sue merci entrano in Irlanda del Nord e lì sono destinate a restare, e non al più generale mercato unico Ue (di cui tuttavia Belfast è ancora parte), niente controlli alle frontiere, cioè ai porti dell’Irlanda del Nord. Pensate quanto candore in questa proposta. Oppure il contrario del candore.

In aggiunta alla Honesty Box (sic), si dovrebbe pensare a un regime regolatorio duale sul territorio dell’Irlanda del Nord, per compensare le divergenze di standard che sono destinate, almeno in teoria, ad ampliarsi al trascorrere del tempo, visto che il Regno Unito sta “riprendendo il controllo”, soprattutto dei propri sogni.

In pratica, merci conformi a standard britannici circolerebbero in Irlanda del Nord con la dicitura “NI-only”, mentre quelle destinate alla Repubblica d’Irlanda e al più generale mercato Ue resterebbero assoggettate a controlli e dichiarazioni doganali. Anche qui siamo al paradiso del contrabbandiere, una sorta di libanizzazione dell’isola d’Irlanda secondo canoni levantini. Che poi sono gli stessi che al momento informano la postura negoziale di Londra.

Tutto questo non solo per evitare dogane fisiche tra le due Irlande, in ossequio agli accordi del Venerdì Santo del 1998, ma anche per ridurre drasticamente i controlli sul Mare d’Irlanda, cioè ai porti nord-irlandesi, e non fare imbestialire i nazionalisti monarchici.

Un peccato che questa forma di standard duale, che si baserebbe su profonda fiducia tra britannici e Ue, al momento inesistente, di fatto subappalterebbe i controlli alla frontiera esterna della Ue a uno stato terzo, il Regno Unito. Un po’ troppo, che dite?

Niente dogane, siamo britannici

Londra vuole anche l’eliminazione delle dichiarazioni doganali per le merci che viaggiano dall’Irlanda del Nord alla Gran Bretagna, ritenendole un vulnus alla propria integrità territoriale nazionale. Anche qui, la domanda sorge spontanea: cosa hanno negoziato, i britannici? Non sanno leggere e comprendere un testo scritto? Oppure erano, da subito e sempre, in malafede? Ah, saperlo.

Come che sia, la Ue qui si dice disposta a sostituire i documenti di esportazione con altre evidenze, come i normali documenti di trasporto, ma Londra frigna che anche questa sarebbe una onerosa burocrazia e una violazione della sovranità territoriale britannica. Sembrano quei ragazzi difficili che ingaggiano con pretesti l’assistente sociale che vuole aiutarli.

Ancora: Londra non accetta quello che ha sottoscritto neppure in merito agli aiuti di Stato. Avevano accettato che la Corte di Giustizia Ue fosse competente in caso di sussidi pubblici ad aziende nordirlandesi, visto che quest’ultime restano nel mercato unico e sarebbe come creare un porto franco interno alla Ue.

Ora, contrordine: visto che i britannici hanno creato (o meglio, stanno disegnando) una cornice per normare gli aiuti di Stato, ci si deve riferire a quella. E per le controversie, serve un arbitro terzo e non il giudizio della Corte di Giustizia Ue.

Firmare a propria insaputa

In sintesi: quando abbiamo firmato il Trattato di ritiro dalla Ue eravamo ubriachi o drogati, ora ci siamo ripresi e vogliamo il controllo, dicono Johnson e la sua banda. Nel frattempo, gli irlandesi tutti continuano ad essere presi in ostaggio da Londra e dalla ottusità mista a malafede del 10 di Downing Street.

Come se ne esce? Attendiamo di vedere all’opera la “creatività e flessibilità” della Ue, potrebbe uscirne qualcosa di interessante e operativo. Al momento, c’è una sola certezza: il governo di un paese che firma un trattato internazionale e lo sconfessa a inchiostro ancora fresco, manco fosse una repubblica delle banane.

Dicono sia la filosofia di vita politica di Johnson: attendere che i problemi svaniscano. Ricorda sempre più il modo di stare al mondo degli italiani, come già segnalato. E non è un caso che BoJo piaccia molto a saltimbanchi italiani che si autodefiniscono “liberali” ma sono solo dei treccartari confusi.

Se non ci fosse di mezzo una guerra civile disinnescata dopo molti morti e anni di scontri, e che cova sotto la cenere, l’unica via sarebbe quella di adottare dazi contro tutto il Regno Unito, e ognuno per sé. Purtroppo o per fortuna la Ue esprime un grado di civiltà che a Downing Street ignorano, mentre si atteggiano a filibustieri impegnati nella guerra di corsa e firmano trattati commerciali che sono uno scherzo tranne che per i propri produttori che ne saranno colpiti.

E nel frattempo tengono alta la bandiera del proprio orgoglio insulare pagando decine di milioni di sterline ai francesi per impedire la partenza dei gommoni di immigrati. L’impero scherza ancora.

Foto di Foto-Rabe da Pixabay

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