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I predatori della narrazione perduta

Scollinato l’ennesimo giorno del giudizio, quello di una tornata elettorale amministrativa di cui al solito viene sminuita la portata nazionale sino a un minuto prima dell’esito, salvo poi proiettare quest’ultimo nella galassia per opera dei vincitori, siamo qui a commentare, per puro cazzeggio e senza velleità analitica alcuna. Considerate questo post un divertissement da antropologo-entomologo annoiato.

Intanto, si fatica come al solito a trarre inferenze nazionali strette da vicende locali, pur con la drammatizzazione d’ordinanza del palcoscenico nazionale. Ma qualcosa si riesce a distillare. In ordine del tutto sparso, quindi: la mitologica alleanza tra Pd, cespugli di sinistra e l’entità ectoplasmatica convenzionalmente denominata M5S non produce un beneamato nulla, contrariamente agli stati di allucinazione di qualche illividito demiurgo cocchiere.

San Manfredi e il debito di Napoli

A Napoli, il cartello che ha portato al notevole successo di Gaetano Manfredi è figlio del suicidio della destra (di cui tra poco parlerò) e della promessa di caricare in groppa ai contribuenti italiani una robusta parte del debito della città, modello Roma Capitale.

Tutto rigorosamente legittimo, ci mancherebbe. Da qui a farne un “modello”, non è chiaro di cosa, esportabile a livello nazionale, la vedo dura non foss’altro perché è difficile scorporare il debito di tutti i comuni italiani e metterlo in carico a terzi. Neppure ai contribuenti olandesi, temo.

Dubito, a questo riguardo, che il PNRR possa fare miracoli che vadano oltre il finanziamento di progetti di ricostituzione del capitale umano dell’amministrazione locale, e sarebbe già meglio che la liquefazione del sangue di San Gennaro.

A Bologna, la coalizione di sinistra guidata da Matteo Lepore ha “trascinato” con sé il morticino da 3% dei pentastellati di Max Bugani, altro personaggio con un grande avvenire dietro le spalle. Lepore è un entusiasta, la notizia del trionfo lo ha colto in preghiera per il santo patrono felsineo (della serie “dio lo volle”) e diligentemente, come avrebbe apprezzato Giovannino Guareschi, ha ribadito che questo è un grande segnale di coalizione che si proietta su scala nazionale.

Nelle ultime ore Lepore ha virato su un assai più sobrio “il progetto va avanti” (“poi gli elettori fanno le loro scelte”, appunto), forse nel timore che qualcuno lo temesse vittima di un risotto al peyote degustato all’ultima festa de l’Unità.

Ma sappiamo: il Pd insegue il nuovo Ulivo e si ritroverà con la GAD, Grande Alleanza Democratica, per gli amici Unione, che non fece una bella fine, come forse ricorderete. Al momento, archiviamo l’esperienza bolognese alla voce “adotta un grillino” e passiamo oltre.

Veni, Vidi, Virgi

Della vittoria di Beppe Sala a Milano inutile parlare, è stata l’affermazione di un brand personale, pur col rilevante concorso del Pd cittadino. A Torino, dopo il trionfale congedo della madre nobile Chiara Appendino, il Movimento appare privo di bussola, oltre che di elettori.

Roma è un caso a parte: Virginia Raggi è arrivata quarta ma questa non è una notizia. Al ballottaggio, Roberto Gualtieri potrà tentare di lisciare il pelo ai fantomatici elettori grillini ma tenendo presente che, nei municipi, i pentastellati si sono praticamente estinti. Ma ho il sospetto che questo dato verrà ignorato e si continuerà con la surreale finzione della alleanza giallorosa, pure post mortem.

Se invece Gualtieri cercasse i voti di Carlo Calenda, la cui lista civica è il primo partito a Roma, metterebbe in difficoltà tutti i compagni di Pavlov che nei giorni scorsi si sono trasformati nella solita muta di cani latranti contro la “minaccia di destra” calendista, oltre a qualche scrittore che sta faticosamente tentando di apprendere i rudimenti narrativi dell’umorismo con la stessa naturalezza con cui scambieremmo un’emiparesi per un sorriso.

Vincere, e perderemo

La destra ha fatto come i pifferi di montagna o come la gioiosa macchina da guerra occhettiana del ’94. A dirla tutta, gli scricchiolii si erano già uditi in fase di casting dei candidati sindaci, una procedura che ha richiesto molto tempo e altrettante recriminazioni e ha prodotto quello che abbiamo sotto gli occhi.

I nostri eroi volevano prima una federazione, idea di ispirazione salviniana che è caratteristica dei partiti pro tempore egemoni nei sondaggi ma che stanno subendo smottamenti di varia entità. Poi giunse Silvio Berlusconi col suo “partito unico”, nel tentativo di legarli tutti e tenerli tranquilli sotto le improbabili insegne dei popolari europei. A cui, dei partiti di destra italiani è sempre fregato il giusto cioè zero, ma transeat.

Il rilievo critico di Berlusconi, pronunciato plasticamente al seggio, circa l’esigenza di maggiore democrazia nel processo di selezione dei candidati è solo una meravigliosa espressione dadaista proferita dal proprietario di un partito personale che, in quasi un trentennio, non ha trovato modo e tempo di organizzare un congresso di partito. Ma si sa, vale la regola dell’articolo quinto: chi ha i soldi, ha vinto.

Casting rovinoso

Anche il povero Matteo Salvini, parlandone da (politicamente) vivo, ha fatto la sua cosiddetta autocritica, che di “auto” pare aver ben poco, sostenendo che i candidati sono stati scelti “tardi”. Un peccato che abbia omesso di dire che quello non era un ritardo di digestione ma semplicemente il tempo trascorso a negoziare e mediare sino a estenuarsi tra membri della invincibile armata.

Salvini è anche riuscito, prima di perdere i sensi, a intimare che ora nessuno pensi a far cadere il governo Draghi, e non è chiaro se ce l’avesse con Giorgia Meloni, che tuttavia non ha questi poteri, oppure con quelli che, dentro la Lega, ora punteranno a transennare Salvini con un bel congresso ad usum gubernatores. Quanto a Meloni, ora ha davanti a sé lunghi mesi per rivendicare la propria egemonia sul centrodestra e selezionare con attenzione il suo personale politico, cercando di evitare di cadere in qualche tombino.

Un pisano a Siena

Fuori dalle amministrative, Enrico Letta ha vinto la suppletiva per la Camera a Siena, succedendo a Pier Carlo Padoan che aveva salvato il Monte dei Paschi prima di diventare presidente di Unicredit, candidato ad acquisire le spoglie della “banca più antica del mondo”. Che per due soldi, al mercato Andrea Orcel comprò. Ora, dopo il trionfo di Letta, si attende annuncio ufficiale della transazione. Sic transit gloria Senensis. Attendendo il prossimo foresto da cui farsi rappresentare.

Unico vero dato della tornata amministrativa, il poderoso assenteismo. Come se gli elettori, molti dei quali hanno il cervello regolarmente centrifugato ogni giorno tra social e tv, alla fine cedessero esausti alla realtà, fatta di impotenza dei partiti. Un dato che forse spingerà qualcuno a moltiplicare i lavaggi di cervello per ripescare da questa ghiacciaia i voti necessari. Tutto il resto è noia e Mario Draghi che governa il paese mentre questi teatranti si azzuffano ed elaborano strategie sopraffine per il radioso futuro che ci attende.

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