La disputa dello smart working nella PA

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

chi ha ragione e chi ha torto nella disputa di questi giorni sul ripristino dello smart working emergenziale nella pubblica amministrazione? Il ministro Renato Brunetta, per nulla intenzionato a smentire la decisione adottata lo scorso ottobre tendente a qualificare il lavoro agile come straordinaria modalità di svolgimento della prestazione lavorativa e soggetta ad una serie di condizioni? Oppure sindacati e parte della comunità scientifica che, vista l’attuale esplosione dei contagi, ritengono che ridurre la presenza negli uffici e, soprattutto, la circolazione delle persone sui mezzi di trasporto aiuti comunque a prevenire i contagi?

Ovviamente, Titolare, la mettiamo in “disputa” solo per enfatizzare i termini estremi di una questione molto più problematica e diciamo subito che a ben vedere vi sono argomenti in favore dell’una e dell’altra posizione.

Un fatto appare abbastanza incontrovertibile: il Governo ha avuto sicuramente troppa fretta a fine settembre ed inizio ottobre nell’adottare i decreti che hanno disposto la fine dello smart working emergenziale, in nome dell’effetto trainante del panino Camogli sul Pil.

Un frettoloso rientro in presenza?

Qualcuno doveva realmente essersi convinto, all’inizio dell’autunno, che la pandemia fosse alle spalle, mentre invece si preparava solo la quarta ondata. Ma, allora lo smart working è la panacea, Lo strumento, con la “l” maiuscola, per combattere la diffusione dei contagi?

Ovviamente, no. Come chi è dotato di un minimo di senso comune ha ormai compreso, la lotta contro il virus si combatte componendo una serie di strumenti: le varie dosi di vaccinazione, il rispetto dei protocolli di sicurezza, il distanziamento, le mascherine, l’aerazione dei locali, la (forzata) riduzione di momenti di socializzazione ad alta numerosità di persone. Lo smart working, da solo, non può certamente bastare.

E, tuttavia, non si può fare a meno di evidenziare che le nuove misure restrittive di questi ultimi giorni in qualche modo evidenziano l’opportunità del lavoro agile. L’obbligo di indossare la mascherina FFP2 nei mezzi pubblici, rimasti sporchi, poco frequenti ed affollati come prima dell’inizio della pandemia (perché è uno degli aspetti nei quali in questi 2 anni nessuno, né il Governo, né le regioni, né le province, né i comuni, ciascuno per le proprie competenze, ha fatto nulla) è, in fondo, la conferma inconfutabile che gli spostamenti in questi mezzi è un chiaro fattore di rischio.

Tale da meritare un presidio considerato di efficacia maggiore della semplice mascherina chirurgica. Certo, se si fossero raddoppiate o triplicate le corse e differenziati davvero gli orari di ingresso negli uffici, forse si sarebbe scongiurato il ritorno ai mezzi “scatola di sardine”. Ma, si è preferito lasciare i trasporti nelle loro carenze congenite e puntare sulla FFP2.

Ridurre l’affollamento sui mezzi pubblici

Certo, se a questo punto si adottassero misure volte a diminuire comunque la tensione sui mezzi, riducendo le persone da trasportare, le armi contro la diffusione del contagio funzionerebbero meglio, specie negli hinterland metropolitani e nelle aree ad alta densità di spostamenti. Non è per nulla un caso che con la nuova ondata, sia la Lombardia nuovamente la regione con di gran lunga il più alto numero dei contagi.

Tra queste misure, potrebbe rientrare certamente un lavoro agile che si torni a configurare non come modalità straordinaria e necessariamente contingentata di espletamento del lavoro, ma come una tra le possibili forme di lavoro; definizione, del resto, che ne dà la legge 81/2017 all’articolo 18. Dunque, perché le ritrosie del Governo?

La questione, Titolare, è, purtroppo, più di forma che di sostanza e un tantinello influenzata da preconcetti. Palazzo Vidoni ritiene che anche dopo i decreti di settembre ed ottobre le pubbliche amministrazioni abbiano abbastanza flessibilità decisionale per assicurare uno smart working ampio, ma che non sia immaginabile tornare allo smart working per tutti i 3,2 milioni di dipendenti pubblici, come avvenne nel 2020.

I numeri dello smart working in lockdown

Questo ragionamento è certamente corretto, ma risente di alcuni errori di impostazione. In primo luogo, nemmeno nel lockdown della primavera del 2020 tutti i 3,2 milioni di dipendenti pubblici andarono in lavoro agile. Ne sono sempre rimasti esclusi i medici, gli infermieri, gli operatori socio sanitari, i tecnici di laboratorio e delle sale ospedaliere, le forze dell’ordine, l’esercito, i vigili del fuoco, la polizia municipale, gran parte dei servizi sociali, per un totale di poco superiore alla metà dei dipendenti pubblici, considerando che molte delle figure professionali appartenenti all’altra metà, anche impiegati in funzioni amministrative, non ebbe accesso allo smart working.

E se il lavoro agile ha avuto in alcuni periodi dei mesi scorsi un picco di circa 1,2 milioni di dipendenti pubblici, ciò è stato dovuto essenzialmente alla didattica a distanza nella scuola, che ha causato la disposizione in smart working di circa 700-800 mila docenti.

Altrimenti, il numero di dipendenti pubblici collocabili in lavoro agile difficilmente può superare le 700.000 unità, ma molto più facilmente si assesta intorno alla metà di questa cifra.

Questo perché, sin dalla seconda metà del 2020, il lavoro agile è stato consentito solo per le attività che potessero svolgersi da remoto, senza pregiudizio dell’efficienza e della tempistica.

Le condizioni dell’autunno 2021

A ben vedere, le nuove disposizioni dell’autunno 2021 non hanno modificato troppo l’assetto normativo, da questo punto di vista, se non per due particolarità, però molto forti:

  1. la qualificazione del lavoro in presenza come unica forma ordinaria di espletamento dell’attività lavorativa, che relega il lavoro agile a modalità straordinaria e soggetta, quindi, alla dimostrazione di una particolare motivazione a sostegno;
  2. la previsione di un complesso reticolato di condizioni da rispettare, la cui mancanza impedisce alle PA di attivare il lavoro agile, che sia pure per contribuire ad affrontare l’emergenza e cioè:
    1. obbligo di non pregiudicare o ridurre la fruizione dei servizi a favore degli utenti;
    2. obbligo di un’adeguata rotazione del personale, con prevalenza comunque per ciascun lavoratore della presenza in servizio;
    3. obbligo delle amministrazioni di dotarsi di una piattaforma digitale o di un cloud o comunque di strumenti tecnologici idonei a garantire la riservatezza dei dati;
    4. adozione di un piano di smaltimento del lavoro arretrato, ove sia stato accumulato;
    5. fornitura al personale degli apparati digitali e tecnologici adeguati alla prestazione di lavoro richiesta;
    6. sottoscrizione dell’accordo individuale previsto dall’articolo 18 della legge 81/2017.

Non tutte le PA sono idonee

In effetti, Titolare, il rispetto delle condizioni disposte eviterebbe lo smart working un po’ “garibaldino” e raffazzonato che le PA furono costrette a mettere in piedi dall’oggi al domani nel 2020, a causa dell’estremo ritardo accumulato nel rispettare le previsioni del codice dell’amministrazione digitale e delle norme sul lavoro agile, che già a decorrere dalla legge 124/2015 intendevano spingere verso una modifica dell’organizzazione del lavoro.

Con oggettività, c’è da prendere atto che ancora oggi non tutte le PA sono realmente in grado di rispettare realmente tutte le condizioni indicate dalle norme, specie quelle sulle dotazioni, sulla sicurezza e sulla garanzia di non pregiudicare i servizi.

Pertanto, raccontare il ritorno al lavoro agile come uno strumento valido per tutti i dipendenti pubblici e per tutte le amministrazioni non è, in effetti, sostenibile.

Le condizioni poste da Palazzo Vidoni puntano ad un lavoro agile che possa realmente risultare ad un tempo utile al singolo lavoratore e alla comunità amministrata e, nell’ottica della lotta alla pandemia, anche alla salvaguardia della salute.

Un’ossimorica flessibilità irrigidita

Proprio il rispetto di tutte le condizioni, tuttavia, rende molto meno agevole per le PA avvalersi di quella flessibilità organizzativa che secondo la Funzione Pubblica consente loro comunque di attivare il lavoro agile anche come misura di contenimento.

Il rischio che correrebbero le amministrazioni ed i dirigenti nel disporre propri dipendenti in smart working in assenza di alcune di quelle condizioni è l’illiceità dei contratti sottoscritti e l’esposizione a responsabilità amministrative di vario genere.

Un buon punto di compromesso potrebbe consistere nel ritoccare la normativa dell’ottobre 2021, sfumando le condizioni in particolare tecnologiche ed evitando, se possibile, le forche caudine dell’accordo individuale, attività che in presenza di uno smart working diffuso come misura di contrasto ai contagi, diviene adempimento sostanzialmente burocratico e pedante.

Vi sarebbe, poi, da prendere atto che rientro o meno in servizio, posto che in effetti il numero dei dipendenti pubblici realmente collocabili in smart working non potrebbe mai superare le 500-700 mila unità, non è certo con queste misure di grandezza che si possa rilanciare il Pil dalla parte dei consumi nei bar e tavole calde.

D’altra parte, anche senza un ritorno più esteso allo smart working, le misure di buon senso di ciascuna persona, volte ad atteggiamenti di prudenza e riduzione del rischio, stanno comunque riducendo di molto panini, pranzi e cene (come anche viaggi, pernottamenti ed attività turistiche).

Si poteva prevedere, questa nuova ondata pandemica, dato anche il grande ottimismo che la campagna vaccinale aveva suscitato, prima della comparsa delle ultime due varianti, Delta e Omicron, e delle reinfezioni? La risposta a questa domanda determina il voto alle decisioni del ministro della Funzione pubblica e del governo.

A fronte dei tempi necessariamente lunghi per incrementare il parco veicoli del trasporto pubblico locale, ci sono anche quelli che servono a darsi una infrastruttura tecnologica meno “garibaldina”, per usare il termine di Luigi. E le FFP2 sono la risposta adattiva non solo al sovraffollamento del trasporto pubblico locale ma anche alla assai maggiore trasmissibilità di Omicron.

Al netto di queste “attenuanti”, tuttavia, c’è forse il malriposto entusiasmo del ministro per le cifre del Pil che il rientro in presenza completa degli organici avrebbe sprigionato. Errore di valutazione ancor più evidente laddove si considerino i (contenuti) numeri di lavoro remoto effettivo nel periodo di lockdown stretto, indicati da Luigi.

Unico auspicio di maniera: al netto delle deroghe, soprattutto tecnologiche, che questa nuova emergenza imporrà, è fondamentale che si proceda con la necessaria infrastrutturazione informatica e telematica delle pubbliche amministrazioni e che, soprattutto, ci si metta in testa che, dopo la pandemia, non si dovrà tornare indietro. Il mondo antico incatenato ai tornelli non potrà tornare, se vogliamo orientarci a compiti, missioni e prodotto, cioè utenza. (MS)

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