Lavoratori mancanti e finti rimedi

C’è una sorta di costante, in questo strano periodo di pandemia che tenta di diventare post-pandemia: una evidente mancanza di lavoratori, visibile soprattutto negli Stati Uniti ma anche in Europa. La lettura del fenomeno resta problematica e non dirimente. Negli Usa, ad esempio, si è citata tra le cause la presenza di generose erogazioni di welfare, che ora stanno scomparendo, le restrizioni epidemiche, i prepensionamenti e le malattie cronicizzate, oppure l’insufficiente riapertura di strutture di cura diurna dei minori, che ostacolerebbero il rientro al lavoro. Come che sia, c’è chi cerca di rispondere alla penuria di lavoratori con misure che rischiano di creare nuovi problemi.

È il caso del Regno Unito, il cui tasso di occupazione, al 75,5% della popolazione, è sempre elevatissimo rispetto ai risibili valori italiani, ma è pur sempre di un punto percentuale sotto i massimi pre-pandemia, a causa di un aumento degli inattivi, soprattutto per pensionamenti.

Lavoratori cercansi

Nel quarto trimestre 2021, c’erano ben 1,25 milioni di posizioni di ricerca aperte dalle imprese britanniche, le cosiddette vacancy, pari a 1,1 volte il numero di disoccupati. Ben un quarto dei posti da occupare è relativo a servizi sanitari e sociali.

Un dato che conferma che il mercato del lavoro britannico è “stretto”, come si dice, e di conseguenza a rischio di pressioni inflazionistiche salariali, anche se quest’anno è previsto un discreto bagno di sangue sul potere d’acquisto, a causa della fiammata inflazionistica e dell’aumento del prelievo contributivo.

Senza scordare che il Regno Unito si trova da molto tempo in una peculiare condizione di tassi di occupazione stratosferici ma di erosione pressoché costante del potere d’acquisto. Combinazione tossica che ha contribuito alla fallace narrazione della Brexit.

Per aumentare l’offerta di lavoro, il governo di Boris Johnson ha deciso di mettere mano al welfare per disoccupati. Con le nuove regole, i beneficiari del sussidio di disoccupazione dovranno cercare anche fuori dal proprio ambito professionale e lavorativo a partire dalla quarta settimana di erogazione del sussidio, anziché dopo tre mesi. In caso di rifiuto, scatteranno tagli all’assegno. Obiettivo della modifica è quello di riportare al lavoro entro giugno mezzo milione di percettori del sussidio di disoccupazione.

La soluzione che non lo era

La misura non pare corrispondere alla realtà sul terreno, però. Come scrive Sarah O’Connor sul Financial Times, dei 5,7 milioni di beneficiari del sussidio Universal Credit, che ha una componente di riattivazione, solo 433.000 sono nel programma da meno di tre mesi, di cui 179.000 cercano occupazione.

Inoltre, il numero di persone che ogni trimestre passa dallo stato di disoccupazione a quello di occupazione è salito ai massimi da un decennio, ben sopra il mezzo milione nel trimestre. Da ultimo, la disoccupazione di breve termine è ai minimi storici.

In sintesi: non c’è nulla, nelle statistiche britanniche sul mercato del lavoro, che possa far pensare a una “sclerotizzazione” per eccesso di benefici di welfare. Semplicemente, mancano i numeri per riportare al lavoro molti disoccupati percettori di sussidio. Anche perché tali sussidi non sono così elevati da consentire di restare tranquillamente a casa: con 325 sterline al mese di sussidio base per adulti single over 25, il Regno Unito è tra i paesi meno generosi dell’Ocse.

Al Regno Unito mancano 600.000 lavoratori rispetto al pre-pandemia e ben un milione rispetto al trend, se il tasso di incremento della partecipazione alla forza lavoro fosse stato mantenuto. Questo buco si può ricondurre per un quarto al calo di immigrazione, mentre ben il 60% è spiegabile con pensionamenti. Tra le cause numericamente minori, disabilità e permanenza allo studio.

Cercare un lavoro spesso richiede più di quattro settimane, ad esempio in termini di colloqui e valutazioni. Cercarlo fuori dal proprio precedente ambito professionale, anche se non deve essere considerato un tabù, rischia di aumentare lo skills mismatch se non supportato da adeguata formazione di riconversione. A meno che con questo si stia suggerendo a un impiegato di trovarsi un cantiere e salire su una impalcatura.

Guardare alla realtà

In sintesi, il “rimedio” del governo britannico appare mal concepito e non supportato da dati di realtà. Probabilmente, post pandemia, la piena riapertura del canale di immigrazione potrà alleviare lo stress, anche se il Regno Unito ha il problema del sistema a punti, con soglie di reddito minimo per mansioni e professioni.

Ci saranno deroghe ed esenzioni, ovviamente. Verranno fatti immancabili passi indietro rispetto ai proclami da Brexit e all’obiettivo di una economia ad alta produttività e alti salari. Sicuramente un obiettivo commendevole. Del resto, chi vorrebbe un’economia a bassa produttività e bassi salari a parte la miope insipienza della politica italiana e delle sue cosiddette politiche economiche?

Ma è innegabile che un’economia non è fatta solo di brillanti ingegneri e maghi del coding o delle life sciences che guidano un paese verso un luminoso futuro bensì anche e soprattutto di addetti ai servizi alla persona e a compiti meno glamour ma non meno vitali, come macellai e raccoglitori di frutta.

Possiamo trarre insegnamenti e inferenze, dalla “riattivazione” di welfare tentata dal Regno Unito? Forse che il principio “conoscere per deliberare” sta diventando un optional anche fuori dai nostri patri confini. Molto più pop poter sbandierare che si impedirà ai disoccupati di poltrire a spese dei contribuenti.

Photo by Nathan Dumlao on Unsplash

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