Da dove iniziare a recensire l’ultima fatica letteraria del nostro ministro dell’Economia? Difficile immaginarlo, tali a tanti sono i piani di analisi e diagnosi in essa confusamente affastellati. Ricorriamo allora ad un miserrimo espediente, che la dice lunga sulla nostra inadeguatezza a comprendere i paradigmi del libro: seguiamo la numerazione delle pagine, il nesso verrà.

È una calda sera d’estate a Tel Aviv. Seduto al tavolo degli oratori in veste d’ospite d’onore a un incontro letterario, lo scrittore ascolta e non ascolta i lunghi convenevoli, la barocca presentazione del critico di turno, la voce incerta della lettrice. Osserva il pubblico in sala e torna con la mente alle persone che ha visto poco prima in un bar – una cameriera dimessa ma con una provocante trasparenza di biancheria intima, due tizi dall’aria losca, una vecchia signora dalle gambe gonfie, un tipo malmostoso che non sembra affatto d’accordo con quel che sta dicendo l’oratore, un timido e occhialuto adolescente. Queste immagini captate, anzi rubate alla realtà diventano quasi simultaneamente delle storie. Finita la serata letteraria, lo scrittore prende a vagare per le strade quasi deserte della città e in questa specie di solitudine dà vita ai suoi nuovi personaggi. Anzi, entra nelle loro vite, le invade e le trasforma.

Bernardo Caprotti, il leggendario fondatore di Esselunga, ha dato alle stampe un volume in cui ripercorre decenni di guerra mossa dalle coop rosse ad un imprenditore della grande distribuzione non schierato ed autenticamente indipendente. Che in questo libro accusa la Coop, tra le altre cose di fingere di calmierare i prezzi e di poter contare, a distorsione di una vera concorrenza nella grande distribuzione, su “impensabili protezioni, privilegi fiscali inauditi e sul polmone finanziario inesauribile del prestito sociale.”

Da Marx a Lenin a Stalin fino ai giorni nostri: la comicità, il comunismo e la storiella ebraica. Rivoluzione, comunismo, utopia, tragedia, ma anche risate e satira. Dopo l’umorismo ebraico, Moni Ovadia racconta la grande epopea comunista attingendo al tesoro della diceria popolare, della canzonatura, dell’aneddoto, della storiella autodelatoria. La gigantesca macchina della retorica di regime mostra qui il suo volto irrimediabilmente patetico di fronte alla scheletrica guizzante intelligenza del motto di spirito. Sostiene l’autore:

“Un revisionismo strumentale oggi vorrebbe far credere, per precise motivazioni politiche, che quella del comunismo fu solo una storia di orrori. Non è così: fu una storia di uomini, di idee, di sacrifici, di dedizione, di tradimenti, sofferenze e dolori che non può essere archiviata nel bidone della spazzatura della storia televisiva. Gli uomini che diedero la vita per l’utopia del grande riscatto meritano uno sguardo che ne ricordi l’umanità estrema, una ‘pietas’ che non li trasformi in numeri. II tutto visto attraverso la lente dell’umorismo, l’arma più potente che abbiamo per prevenire la violenza”.

Il nuovo romanzo di Philip Roth è una storia intima eppure universale di perdita, rimpianto e stoicismo. Dopo il successo di Complotto contro l’America, Roth sposta la sua attenzione dallo “straziante incontro di una famiglia con la storia” (The New York Times) all’incessante battaglia di un uomo con la propria mortalità. Il destino dell’Everyman di Roth si delinea dal primo sconvolgente incontro con la morte sulle spiagge idilliache delle sue estati di bambino, attraverso le prove familiari e i successi professionali della vigorosa maturità, fino alla vecchiaia, straziata dall’osservazione del deterioramento patito dai suoi coetanei e funestata dai suoi stessi tormenti fisici. Pubblicitario di successo presso un’agenzia newyorkese, è padre di due figli di primo letto, che lo disprezzano, e di una figlia nata dal secondo matrimonio, che invece lo adora. È l’amatissimo fratello di un uomo buono la cui prestanza fisica giunge a suscitare la sua più aspra invidia, ed è l’ex marito di tre donne diversissime tra loro, con ciascuna delle quali ha mandato a monte un matrimonio. In definitiva, è un uomo che è diventato ciò che non vuole essere. L’humus di questo potente romanzo – il ventisettesimo di Roth e il quinto in pubblicazione nel ventunesimo secolo – è il corpo umano. Il suo tema è quell’esperienza comune che ci terrorizza tutti.

Nell’estate 2006, il Premio Nobel per la letteratura Gunter Grass rivela nella sua autobiografia di essersi arruolato, diciassettenne, nelle SS. Lo scandalo dilaga, disseppellisce vecchi rancori, chiama in causa i nomi più noti della cultura tedesca. E come un’onda di marea riporta alla luce il panorama sommerso e accidentato dei rapporti tra intellettuali e totalitarismi in Europa. È legittima infatti la domanda: e i tanti Gunter Grass italiani? All’indomani del fascismo anche l’Italia piombò in un gorgo di odio, rivalità e tradimenti in cui l’imperativo categorico era rinfacciare i trascorsi altrui all’ombra della dittatura prima che venissero denunciati i propri. La guerra all’ultima delazione infuriò sulla stampa, come nella corrosiva rubrica “Caccia al fascista” inaugurata dal “Borghese”. Nelle università, dove il ritorno dei professori ebrei cacciati dal regime fu accompagnato da amarezze, ingiustizie e polemiche. Nelle aule parlamentari, dove il passato brandito come arma nella lotta politica non risparmiò neppure le figure più illustri del Pantheon antifascista. Per sottrarsi all’epurazione, l’unica via fu cancellare le tracce, con strategie diverse poi perpetuate e raffinate per decenni. Negare l’evidenza. Truccare i calendari. Sublimare il passato nelle opere artistiche del ‘dopo’. E lamentare all’infinito la propria ‘generazione perduta’, smarrita, incosciente.

Un tizio che dichiara di essere editore di una newsletter azionaria affitta una casella postale a un indirizzo di comodo, si inventa roboanti qualifiche accademiche e/o professionali e spedisce delle lettere a potenziali abbonati, magnificando di essere in possesso di un miracoloso software per la selezione dei titoli azionari, basato su complessi algoritmi di screening dell’universo investibile, oltre che su una pluriennale esperienza di investimento, un eccellente track-record e (cosa che non guasta mai) delle buone connessioni nel mondo della gestione di portafogli e della finanza più in generale.

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Se volete avere una illustrazione molto sintetica ed altrettanto efficace dei meccanismi perversi che determinano la lievitazione del costo del personale nelle università italiane, leggete qui.

Se volete avere alcuni suggerimenti operativi sul modo di aumentare le risorse a disposizione degli atenei e della ricerca in generale, reperite il già citato libro di Alesina e Giavazzi, Goodbye Europa. Troverete, tra le altre cose, un breve elenco di ciò di cui necessita l’Europa per uscire dalla propria stagnazione, che è culturale prima che economica. Noi di seguito vi riproduciamo il punto dell’esalogo relativo ad università e ricerca: