La paura e la speranza – 2

Dopo essersi dedicato (nella prima parte del libro) alla paura, Tremonti si volge alla speranza. Non prima di aver lamentato l’assenza, in Europa, di valori unificanti che non siano quelli deteriori di consumismo e mercatismo. La forza che dovrebbe rispondere alla domanda di senso ed al recupero dei valori morali e civili di questa Europa smarrita è (nientemeno) la Politica, con la maiuscola. Non, si badi, la politica che tenta di affiancarsi al mercato, e procedere ad esempio alla redistribuzione di ciò che un mercato libero ha prodotto. No, quella non ha speranza alcuna di sopravvivere, è destinata ad essere spazzata via dal totalitarismo mercatista. La politica che vuole Tremonti è quella che fornisce i “valori primi”, scalzando quelli dell’economia, che non è dato sapere quali siano, e che Tremonti confonde con i consumi, da cui sembra realmente ossessionato.

Tremonti torna alla critica radicale della elaborazione culturale della sinistra, che egli vede alla base di tutta l’anomia della storia recente dell’umanità. Della sinistra levatrice della neo-dittatura mercatista abbiamo già scritto nella prima parte. Tremonti prosegue addebitando alla sinistra lo scardinamento dei valori, il passaggio dai “bisogni” ai “desideri”, l’affidamento naif al positivismo tecnologico ed economico:

La base fondamentale della sinistra è culturalmente, storicamente, sistematicamente e inevitabilmente pluralista ed eterogenea, multiculturale, cosmopolita, in definitiva “ermafrodita”.

Per Tremonti, quindi, il vecchio internazionalismo della sinistra ha assunto le fattezze della globalizzazione, e ha prodotto alienazione. A nulla servono, ammonisce il tributarista di Sondrio, alcuni astuti camuffamenti del Demonio nelle sembianze di alcuni perfidi economisti che tentano di spacciare il concetto che “il liberismo è di sinistra“. Ma ora è finita per la sinistra, Tremonti ha squarciato il fondale:

Come in una versione politica del Truman show, lo show in cui tutto è falso.

La democrazia è malata, dice Tremonti. Ed è malata perché nessuno decide più alcunché, per l’eccesso di “democrazia dal basso”, partecipativa, assemblearista e parolaia partorita dal ’68.

E’ infatti proprio con il ’68 che la sinistra “ha spogliato gli altari”. E, come si dice, se non credi più a niente, finisci col credere a qualsiasi cosa. E’ così che la mediocrità diventa maestà: la maestà della mediocrità.

Deve essere proprio una pasticciona, questa sinistra, visto che fa le pentole senza i coperchi. Vuole il mercato, e poi non è neppure capace di mettere al suo servizio una democrazia-fantoccio, e anzi decide di non decidere. Se si tratta di un complotto, deve esserne la declinazione “all’italiana”. Sul ’68 possiamo ovviamente discutere, e persino convenire con alcune critiche di Tremonti. Ma certamente partire dalla globalizzazione, interpretarla come progetto “deliberato” della sinistra per perpetuare anomia e massificazione, e arrivare al ’68 con la sua carica di anarchia è impresa da titani della logica.

Come combattere l’alienazione mercatista? Tornando alle “radici”. Quelle giudaico-cristiane, ça va sans dire. Sorvoliamo sulla matrice prevalentemente religiosa (almeno a livello sovrastrutturale, come avrebbe detto Carletto da Treviri, vecchia passione del ministro del Tesoro) di gran parte delle guerre che hanno insanguinato l’Europa nei secoli scorsi, una assai poco sottile linea rossa che arriva fino al Gott Mit Uns di hitleriana memoria. Noi non siamo i fratellini di Christopher Hitchens, perdonate l’excusatio non petita, è solo per obiettare (giacché ci siamo) in modo un po’ semplice, semplicistico e sempliciotto (à la Tremonti, se volete) alla tesi del libro. E’ verosimile che per Tremonti le radici siano soprattutto quelle cattolico-romane, visto che nelle radici cristiane dovrebbe trovare spazio anche la Riforma luterana, che tanto ha fatto per la crescita economica di ampia parte del continente europeo, con il suo ferreo richiamo alla responsabilità individuale, ed il suo duro e per molti aspetti disperante principio di predestinazione. Tutti precetti che mal si adattano alla logica cattolica della confessione e del pentimento, che ha prodotto quelle assoluzioni (ed autoassoluzioni, soprattutto nella vita pubblica) che noi italiani ben conosciamo, in feconda (si fa per dire) sinergia con il primo dogma dell'”altra chiesa”, quella comunista. Due modelli di attribuzione della colpa al “sistema”, due modelli di negazione in radice dell’individuo e della sua libertà ed autodeterminazione e, soprattutto, della sua responsabilità.

Tremonti non si cura di queste contraddizioni, lui è alla ricerca delle “piccole patrie” e del Romanticismo. Proprio così, avete capito bene. La fine del Romanticismo, per il Nostro, è stata un bene. Ma anche un male.

E’ stato un bene che il flusso globale e banale dei consumi, diffusi su scala di massa e standardizzati, abbia dissolto quell’infernale cocktail di idee e di ideologie, di pulsioni e di leggende, di miti e di inni, di luoghi sacri e di stati maggiori che, combinandosi al principio del Novecento con la meccanica moderna, ha finito per insanguinare l’Europa. Anche per questo è impensabile un’altra guerra tra le nazioni europee, finalmente accomunate nei principi della pace, anche perché polarizzate sui consumi e da questi rese omogenee. La fine del romanticismo è stata tuttavia anche un male, perché la forza impetuosa del nuovo flusso ha cercato di sbriciolare e spazzare via, trascinandola con sé, anche buona parte dell’humus che c’era sul fondo della nostra storia: l’idea che l’uomo non ha creato la società ma, all’opposto, è parte di un meccanismo storico più complesso dell’uomo stesso; l’idea non divisionista e non atomica della sua appartenenza ad una comunità storica, a una civiltà organica; l’idea che le sue radici affondino nella stessa terra in cui riposano i suoi padri […]

Facciamo una sosta ai box. Orbene, Tremonti si rallegra che il “consumismo” abbia affondato lo Sturm und Drang. Questo, in sintesi estrema, il suo pensiero. Certo, pensare che i padri fondatori dell’Europa abbiano vinto contro secoli di guerre continentali portando i cittadini all’ottundimento da omologazione dei consumi è tesi piuttosto spericolata. Finanche cialtrona, se ci passate la chiosa. Come diceva qualcuno, “dove passano le merci, non passano gli eserciti“. La storia ha purtroppo dimostrato che questo assunto non è necessariamente vero, ma certamente la costruzione europea è stata anche questo: lo slancio ideale della contaminazione tra popoli che porta con sé comprensione e condivisione di un comune destino, anche attraverso i commerci.

Ebbene, Tremonti non ci sta. Lui prende a martellate il meccano della Storia. Vuole una storia à la carte: è un bene che il consumismo massificante abbia mondato il Romanticismo dalla sua irrazionalità e dal suo nazionalismo patologico e genocidario. E tuttavia è un peccato che del Romanticismo noi europei abbiamo perso il richiamo alla Patria ed alla Tradizione. Tremonti vorrebbe quindi riscrivere la storia, vorrebbe un “romanticismo ogm”, pacifico, con l’iPod alle orecchie ma nel bozzolo rassicurante di borgo e campanile, unico antidoto alla balcanizzazione sociale ed alla odiata (da Tremonti) moltiplicazione entropica degli stili di vita.

Sembra una forma di leghismo, lo è. E’ l’incapacità di comprendere le mutazioni sociali ed economiche, a cui si risponde con il manieristico richiamo a una tradizione che a noi non pare in realtà essere in conflitto con lo sviluppo dei commerci. E’ la leggenda celtica, che non esiste né mai è esistita, ma che serve da veicolo identitario. E’ il protezionismo dei “liberisti-nimby“, quelli che vogliono la competizione, ma a casa degli altri. Quelli da: “un impegno concreto, più aeroporti per tutti”. E il conto a qualcun altro.

Vale la pena inventarsi questa Corazzata Potemkin di tradizioni ancestrali? Questa triade dio-patria-famiglia in salsa padana? Questa derisione con sfumature culturalmente razzistiche degli Stati Uniti, il paese che su quella triade e sull’aspirazione alla libertà è nato?

Non è tanto o solo questione di “ammortizzatori sociali”. Come passare in modo flessibile e indolore – per dirla in due parole, come passare “all’americana” – da un lavoro precario a un altro lavoro precario.

Davvero Tremonti ignora che il precariato europeo (ed italiano, massime) è figlio della two tiered society, quella degli insider iperprotetti e degli outsider condannati a portare sulle proprie spalle il peso dell’aggiustamento? E davvero ignora che nulla c’entra il riferimento agli Stati Uniti, dove i mercati del lavoro funzionano inequivocabilmente meglio che in Italia ed in ampia parte d’Europa? Ma non è l’unico svarione ideologico di questo polpettone moralistico e miope, con il quale un commercialista tenta disperatamente di entrare nella Hall of Fame dei grandi pensatori come demiurgo della Nuova Società. In Europa abbiamo perso dio, dice Tremonti. Per questo non facciamo più figli. Epperò ricordate bene, o europei: noi non siamo degli sradicati come gli americani. Non possiamo accettare la loro “precarietà”. Eppure, esimio Tremonti, loro un dio ce l’hanno ancora, e lo mettono pure ovunque. E fanno anche figli, ohibò. Che il loro dio sia più smart del nostro? Oppure il nostro sistema di welfare, figlio di quella “politica come valore primario” tanto cara a Tremonti, quella che trionfa su mercato e mercatismo, ha prodotto questo esito di eurosclerosi, e soprattutto di italosclerosi, visto che in Europa (che è tutto fuorché un monolite) qualcosa si sta muovendo e smuovendo? Vai a saperlo.

Ma non temete: la teoria della Grande Unificazione Tremontiana ha già elaborato i sette comandamenti su cui ricostruire la moralità europea. Essi sono:

Valori, famiglia e identità; autorità; ordine: responsabilità; federalismo.

Li analizzeremo, ed analizzeremo i rimedi tremontiani al mercatismo, nella prossima puntata.

(2- La terza parte sarà pubblicata lunedì 26 maggio)

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