La discussione pubblica sul “caso Ilva” evolve rapidamente verso gli stilemi classici nazionali: vittimismo e cospirazionismo. Bene che la magistratura valuti eventuali reati, anche se qualcuno pensa che l’apertura di un fascicolo conoscitivo senza indagati equivalga ad una sentenza di condanna in Cassazione; ma ora serve soprattutto capire che fare per salvare l’impianto di Taranto (e Genova) ed i lavoratori. Avendo però alcuni punti fermi: esiste una crisi globale del settore dell’acciaio che è oggettiva, e bisognerà mettere in conto sacrifici occupazionali.

Il caso Ilva, col faro della procura di Milano e le solenni promesse governative di punizione esemplare (come per le concessioni autostradali, ricordate?), le mirabolanti strategie sinergiche di TreniAlitalia, i robot come nuovi evasori fiscali e contributivi (state seri!), sono tra le spigolature dell’attualità settimanale.

Abbiamo finalmente preso atto che le famose “tasse verdi” servivano in realtà solo per fare cassa, come testimoniato dalle previsioni pluriennali di gettito -costante!- elaborate dall’esecutivo. Ora cercheremo quindi nuove coperture di infima qualità per chiudere quei buchi. L’aggiornamento delle previsioni economiche della Commissione Ue vede l’Italia saldamente in posizione di coda malgrado una manovra che è espansiva perché amplia il deficit strutturale, soprattutto nel 2021, ed innalza ancora il rapporto debito-Pil.

Nel giorno che la Storia ha scelto per fare accadere di tutto, iniziamo con l’attualità economica a politica della settimana: le nuove previsioni economiche della Commissione Ue, che vedono un paese (sempre quello) in grave affanno malgrado una manovra di bilancio “espansiva”, ed i riflessi del “caso Ilva”, che in realtà è al solito una delle proteiformi manifestazioni del “caso Italia”.

Dalle pesanti svalutazioni dell’ultima trimestrale all’annuncio del tentativo di aggregazione con i francesi di PSA, per FCA ed i suoi azionisti prosegue la lunga marcia verso la fuoriuscita dal paese che si sta inesorabilmente desertificando. Lunga marcia che, per lavoratori e contribuenti italiani, appare soprattutto come la strada dell’inferno lastricata di ottime intenzioni: quelle ambientaliste, rigorosamente all’italiana, supportate dalla potentissima molla dell’invidia sociale, persino verso quei poveri disgraziati che hanno un’auto aziendale a disposizione e vengono assimilati a plutocrati da bastonare ed elusori fiscali da neutralizzare.

L’attualità della settimana, con la storia infinita della Brexit ed un sondaggio sconvolgente tra i cittadini del Regno. Il caso cileno, che dimostra che un sistema pensionistico può fallire anche se a capitalizzazione. Lo scandalo senza fine di Alitalia. Quest’ultimo tema ci introduce al fil rouge della puntata: cosa è la cosiddetta politica industriale italiana, oltre che un’espressione oltraggiosa, visto il modo in cui è costantemente declinata?

L’eterno ritorno della crisi italiana di sistema tende a riproporre una situazione specifica: un governo di “tecnici” che permetta ai partiti di fare un passo indietro e metterci poca o nessuna faccia. Poi, quando la situazione è lievemente migliorata, il tecnico viene congedato e torna il “primato della politica”, che consente a qualche “eletto” di andare a convegni e sentenziare che con un governo di economisti ci sono stati danni per il paese.

L’attualità politica ed economica, interna ed internazionale, della settimana: la rivolta dei paesi del Nord contro la “dottrina Draghi” inizia a fare pressione su Christine Lagarde, mentre la Ue dibatte su allargamento e bilancio finanziario pluriennale senza il Regno Unito, e su chi ne porterà maggiormente il peso.

Dal caso Alitalia, che promette di diventare uno dei maggiori scandali della storia di questo paese, che pure di scandali ne ha visti moltissimi, passando per i tavoli di crisi al Mise, l’unica lezione da trarre è che ci sono casi in cui la patologia aziendale richiede solo di “lasciare andare” il paziente, senza accanimento sui contribuenti. Perché non saranno improbabili e burocratiche “riconversioni” a colpi di sussidi e proclami politici (e men che mai “nazionalizzazioni”) a invertire molte storie aziendali ormai finite. Ecco perché occorre concentrare gli sforzi sulla tutela del lavoratore anziché del posto di lavoro. Lo so, è terribilmente difficile, soprattutto in aree desertificate di lavoro. Ma l’alternativa non è né può essere la cassa integrazione in deroga ad oltranza e verso l’infinito. Perché questa è la via dell’inferno e del fallimento del paese. Buon ascolto.