Premessa: Silvio Berlusconi ha un impressionante track record di fraintendimenti. In alcuni casi se li va a cercare scientificamente, con rodomontate che è poi costretto a rettificare nel giro di poche ore. Noi, ad esempio, ogni volta che il Cavaliere parla di Alitalia somatizziamo sotto forma di orticaria, ma questa è una trascurabile notazione personale. In altri casi invece, sono gli avversari politici di Berlusconi (con immancabile assist giornalistico) a scegliere di fraintendere. Oggi abbiamo avuto un esempio della seconda specie di fraintendimento.

“E’ un’eredità difficile che assumiamo, ma siamo molto preoccupati”, disse Silvio Berlusconi a commento delle previsioni sul dimezzamento della crescita italiana. Che poi, al tirar delle somme, non sarà dimezzamento ma azzeramento. Sia lode a TPS che lo scorso autunno, a crisi dei subprime già ampiamente iniziata, si presentò da Almunia con un percorso di rientro del rapporto deficit-pil con un worst case scenario di crescita pari all’1 per cento. Non contento, riuscì poi a confermare tale scenario, assumendolo come centrale, lo scorso gennaio. Non che ci volessero capacità divinatorie per intuire il drastico peggioramento della congiuntura internazionale, ma tant’è, i modelli tardavano.

La scelta di Walter Veltroni di far correre il Pd da solo ha impresso un discreto dinamismo al pietrificato sistema partitico italiano, a riprova del fatto che i sistemi elettorali sono condizione necessaria ma non sufficiente per innescare il cambiamento. Veltroni necessitava di prendere le distanze dall’implosione del governo Prodi (salvaguardandone al contempo alcune leggende metropolitane, come quella sulla redistribuzione), e la scelta di recidere il legame con la sinistra massimalista per recuperare consensi al centro appariva pressoché ineludibile. Non sappiamo se Veltroni abbia già scontato la sconfitta elettorale di aprile, motivo per il quale suo unico obiettivo strategico diverrebbe il superamento (col maggior scarto possibile) dell’asticella di quel 30 per cento di consenso elettorale che rappresenta la somma di Ds e Margherita. Quello che è certo è che il vincitore si troverà a dover gestire un quadro economico fortemente deteriorato dal clima pre-recessivo che si respira nell’emisfero occidentale.

Dunque, al processo d’appello SME il Cav. è stato assolto dall’accusa di corruzione in atti giudiziari, per i 434 mila dollari che da un conto Fininvest sono finiti al giudice Squillante attraverso Cesare Previti, “per non aver commesso il fatto”. Per l’altra accusa, i 100 milioni di lire passati dal conto di Pietro Barilla al giudice Squillante, i giudici hanno confermato l’assoluzione, come in primo grado, “perché il fatto non sussiste”. La Procura Generale di Milano, lo scorso, 26 marzo, aveva chiesto per Berlusconi 5 anni di reclusione. Tralasciamo gli undici (diconsi undici) anni di stillicidio politico-mediatico, accuratamente dosato in corrispondenza dei passaggi-chiave di questo iter giudiziario. Tralasciamo anche il denaro dei contribuenti sacrificato sull’altare della divinità nota come “obbligatorietà dell’azione penale“. Oggi, oltre a Berlusconi ed ai suoi legali, gioisce la sinistra manettara, che riesce a suffragare la propria tesi della magistratura retta da perfetti meccanismi di checks and balances, e quindi non bisognosa di riforma alcuna.

E’ un vero peccato che il presidente del Consiglio abbia trovato solo a tre settimane dal voto l’energia e la veemenza che avrebbe dovuto utilizzare nell’ultimo quinquennio, soprattutto verso i dorotei e i neo-socialisti che infestano la fu-CdL. Ma è interessante analizzare la varietà di reazioni alla requisitoria berlusconiana di ieri. Colto di sorpresa dalla salva di fischi indirizzati dalla platea verso Diego Della Valle, oggi l’establishment confindustriale (che è cosa assai diversa dalla base degli associati) ha replicato con un duro comunicato ufficiale alla performance di ieri. Dopo una trentina di ore di elaborazione, ecco il purissimo distillato di terzismo posticcio: