Franklin Delano Berlusconi, l’ingabbiato

Quanto è dura la vita, quando ci si deve destreggiare tra lo statalismo localistico della Lega, sorretto da scarsa alfabetizzazione economica, e le rivendicazioni clientelari dei notabili del Mezzogiorno, quelli che vorrebbero lo status quo di una spesa pubblica corrente travestita da investimento in conto capitale. Questa, nei prossimi mesi, sarà l’ennesima fatica di Sisifo che Silvio Berlusconi (e il Paese, purtroppo) dovrà sobbarcarsi. E poiché siamo in agosto, mese in cui la politica riesce ad essere più parolaia del solito, proviamo a trastullarci con gli ultimi sviluppi dell’operazione di quadratura del cerchio che il premier sta tentando.

Dunque, per Berlusconi al nostro Sud serve una struttura “snella”, preferibilmente a guida centralizzata, sul modello della Tennessee Valley Authority di FDR. Una struttura creata per gestire soprattutto l’infrastrutturazione elettrica di alcuni stati del Sud, che all’inizio degli anni Trenta si trovavano in condizioni derelitte con alti tassi di malaria, terreni agricoli esausti ed un processo di generazione e distribuzione di energia elettrica frammentato e costoso. Certo, pensare che dopo le imponenti somme di denaro pubblico (nazionale e comunitario) gettato nella fornace le condizioni del Mezzogiorno possano essere paragonate a quelle della Tennessee Valley degli anni Trenta fa un po’ d’impressione, soprattutto considerando che Berlusconi è stato premier per oltre la metà degli ultimi quindici anni, ma tant’è.

Il passaggio dal Piano Marshall alla Tennessee Valley Authority sembra confermare che il premier si trova a proprio agio con i grandi programmi statali e statalisti che fanno seguito alle grandi catastrofi che punteggiano la storia dell’umanità: guerre e depressioni economiche. Naturalmente, Berlusconi sa o dovrebbe sapere che i soldi non ci sono, ma tenta disperatamente di assestare colpi al cerchio e alla botte, in attesa non è chiaro di cosa. E così, eccolo ripetere la giaculatoria salvifica delle banche di credito cooperativo a soccorso del Mezzogiorno, la misteriosa idea tremontiana i cui dettagli operativi attendiamo con ansia e curiosità per capire se il rischio di credito, che è quello che determina il costo del medesimo, è diventato un trascurabile dettaglio. Solo istituzioni creditizie saldamente radicate nel territorio possono valutare correttamente il rischio di credito, dice Tremonti. E’ vero, forse è per quello che di Bcc non ne sono ancora fallite. Si può sempre rimediare, però.

Sul fronte Nord, i problemi del premier non sono meno gravi. La Lega vuole le gabbie salariali, anzi no. Vuole il decentramento della contrattazione collettiva, e fin qui siamo con lei, ma specifica semplicisticamente (per bocca del ministro della Semplificazione) che nella contrattazione decentrata si deve tener conto del costo della vita e del potere d’acquisto. Che strano, e noi che pensavamo che si dovesse invece tener conto dell’evoluzione della produttività. Delle due l’una: o i leghisti non capiscono un accidente di economia oppure sono in realtà dei piccoli socialisti che puntano a centralizzare le relazioni economiche su ambiti territoriali più ristretti di quello nazionale. Probabilmente si tratta di un mix delle due ipotesi. O forse si tratta solo di propaganda per i gonzi, chissà. Anche qui, il premier sa (sperando di non sopravvalutarlo) che, nella migliore delle ipotesi, si potrà al più spostare quote della retribuzione in capo alla contrattazione aziendale e territoriale, ma che i dipendenti di aziende e settori a basso sviluppo della produttività (oltre a quelli meno qualificati), non potranno avere la propria struttura retributiva determinata dal fatto che al Nord gli affitti e la carne costano di più. Ritenere che legare i salari ai diversi livelli del costo della vita fra Sud e Nord risponde a criteri di razionalità economica e di giustizia” è piuttosto spericolato, soprattutto dal versante della razionalità economica.

Certo, se anziché dal tetto si decidesse di costruire l’edificio dalle fondamenta si potrebbe provare a liberalizzare i servizi pubblici locali, il mercato del lavoro, le libere professioni. Poi si potrebbe stabilire che tutti lavorino al costo che deriva dall’incrocio di domanda e offerta, e che chi guadagna troppo poco rispetto ad un livello minimo di potere d’acquisto possa ricevere crediti d’imposta rimborsabili simili ad un’imposta negativa sul reddito. Ma sono interventi strutturali, costosi, richiedono tempi lunghi e nella fase d’introduzione sono anche piuttosto impopolari. Quindi meglio parlare di gabbie salariali e mettere al balcone la bandiera della propria regione, provincia, comune e condominio, che fa molto “libertà dei popoli”. Noi invece ci chiediamo quando verremo liberati dalle sciocchezze, per passare alle riforme vere.

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