di Mario Seminerio – Libertiamo

La turbolenza di queste settimane sui mercati finanziari, con il forte aumento dei rendimenti sui titoli pubblici e del premio richiesto per assicurarsi in caso di default sovrano della Grecia, ha innescato un prevedibile effetto di contagio, esteso a Portogallo e Spagna. L’approvazione, da parte della Commissione europea, del piano greco di consolidamento fiscale, non ha tranquillizzato i mercati, che continuano a ritenere il paese ellenico incapace di raggiungere l’obiettivo. La tensione si è in seguito estesa anche al Portogallo, dove il governo di minoranza del socialista José Socrates potrebbe essere costretto a dimettersi per l’impossibilità a far passare le misure di stretta fiscale necessarie alla riduzione del deficit. Anche la Spagna è tornata sotto i riflettori, per analoghe considerazioni.

A Davos, il premier greco Papandreou giura solennemente che il suo paese rispetterà i criteri di Maastricht e riporterà il rapporto deficit-Pil sotto il 3 per cento, “mettendo ordine a casa propria”. Sfortunatamente, nelle sue osservazioni Papandreou ha evocato il ruolo della “speculazione”, lo spaventapasseri a cui si ricorre quando si è deciso di rifiutare di guardare in faccia la realtà e ci si butta nel cospirazionismo. E i mercati lo hanno preso in parola, andando a “vedere” la sua mano di carte, esattamente perché quello è il compito di quello che alcuni chiamano speculazione: compiere un reality check.

Ieri, il Tesoro greco ha positivamente collocato, a mezzo di un consorzio di banche, un titolo di stato quinquennale. La forte domanda degli investitori (oltre 20 miliardi di euro richiesti, a fronte di 5 offerti, e 8 piazzati), allettati dal rendimento molto elevato (6,2 per cento, contro il 2,3 per cento del quinquennale tedesco) ha dato un po’ di respiro al mercato azionario greco e, soprattutto, ha ridotto la febbre sui rendimenti richiesti per comprare il debito sovrano ellenico.

E alla fine la montagna greca partorì uno scontatissimo topolino. Il discorso con il quale ieri sera il premier greco George Papandreou ha promesso solennemente di ricondurre il rapporto deficit-Pil del suo paese entro il fatidico numero del 3 per cento è stato un non-evento, oltre che molto italiano. La lista delle misure che saranno intraprese sembra fotocopiata da una legge finanziaria del nostro paese, con quella spruzzata di populismo che noi italiani ben conosciamo. Vediamole nel dettagli, tanto sappiamo già chi è il colpevole.

Nella giornata di ieri l’agenzia di rating Standard&Poor’s ha post in creditwatch negative, cioè sotto osservazione con implicazioni sfavorevoli, la qualità del debito sovrano della Grecia. Il periodo di osservazione è stato ridotto dagli abituali 90 a 60 giorni al termine dei quali, in assenza di misure “sufficientemente aggressive” da parte del governo di Atene per assicurare la flessione dell’onere del debito pubblico, il rating potrebbe subire un downgrade di un livello, al livello di BBB+.

Nei giorni scorsi la Commissione europea ha stabilito la tempistica di rientro sotto la soglia del 3 per cento del rapporto debito-Pil per 13 paesi dell’Unione Europea. La Commissione si attende un deficit di bilancio aggregato nell’eurozona pari al 6,4 per cento del Pil quest’anno e al 6,9 per cento il prossimo anno, con il rapporto debito-Pil in crescita dal 78,2 per cento di quest’anno all’84 per cento nel 2010 e all’88,2 per cento nel 2011.