Concorso di colpa

Almeno per oggi, i mercati si sono convinti che i negoziati franco-tedeschi per il salvataggio della Grecia andranno a buon fine e che la lieta novella verrà annunciata a breve, magari a suggello del vertice tra George Papandreou e Angela Merkel, previsto nei prossimi giorni. Proseguono nel frattempo le schermaglie ed il fuoco di sbarramento entro le mura tedesche, con il super-falco Otmar Issing, già componente dell’Executive Board della Bce ed oggi consulente di Goldman Sachs, che ha già fatto sapere che la Grecia dovrebbe rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale, l’unica struttura dotata di expertise per gestire simili crisi.

Credibilità di Issing a parte, resta lo squilibrio macroeconomico di fondo, alla base della crisi. In Eurolandia ci sono paesi che risparmiano troppo, ed altri che consumano altrettanto fuori misura. In Germania, autorevoli commentatori accusano il presidente dell’Eurogruppo, Jean Claude Juncker, di voler sabotare “il vantaggio competitivo tedesco”. Accusa bizzarra, che sembra suggerire che nelle Tavole della Legge sia scritto che la Germania deve essere un paese esportatore, disinteressandosi dell’universo-mondo che la circonda.

Certo, la dinamica del costo del lavoro tedesco è semplicemente formidabile, oltre che intrinsecamente deflazionistica: il sindacato accetta senza apparenti problemi la “crescita zero” delle retribuzioni, e così facendo spiazza alla radice ogni tentativo di altri paesi di ottenere eguali concessioni dai propri settori protetti. Il problema sta nei modelli di sviluppo: la Germania ha deciso di essere esportatore fino al Giorno del Giudizio (che peraltro potrebbe non essere troppo lontano), e non intende modificare il proprio modello di sviluppo, orientandolo sulla domanda interna. Operazione comunque non semplice, per motivi demografici e, soprattutto, culturali. Ma è evidente che l’intero pianeta non può pensare di uscire dalla crisi usando in modo estensivo ed intensivo la leva delle esportazioni: alla fine, la Terra dovrebbe cominciare a commerciare con Marte, sperando che i marziani abbiano un modello di crescita basato sulla domanda interna.

Ma vi è anche un’altra considerazione da fare: un paese che che fa dell’export il motore pressoché unico della propria crescita si trova a dover “riciclare” imponenti surplus commerciali, e ciò avviene attraverso il proprio sistema creditizio e finanziario. Non desta meraviglia che le banche tedesche siano andate in giro per il mondo a comprarsi il comprabile, illudendosi di preservare la qualità dell’investimento grazie a quella incredibile truffa che erano i rating massimi assegnati alle cartolarizzazioni ed alla finanza strutturata. Ora nei portafogli delle banche teutoniche vi sono rifiuti radioattivi, e qualcosa bisognerà pur fare, se non si vuole che l’ulteriore riparazione dei bilanci determini una stretta creditizia devastante. Last but not least, l’export tedesco necessita comunque di un’Europa non moribonda.

C’è solo da augurarsi che il salvataggio della Grecia avvenga con condizionalità robuste, pur senza giungere alla durezza delle riparazioni del Trattato di Versailles. Il sentiero è molto stretto ma la strada non è (ancora) senza uscita.

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