Uno dei problemi più gravi che uno stato si trova ad affrontare nel contrasto e nella repressione dell’immigrazione clandestina è rappresentato dal rifiuto dei paesi di provenienza ad accogliere i propri connazionali illegalmente immigrati. Negli Stati Uniti, dove è in corso un aspro dibattito sulla gestione del fenomeno immigratorio, con posizioni che oscillano dall’accoglienza quasi indiscriminata alla repressione su vasta scala, si segnala una proposta di un membro texano del Congresso, Ted Poe, che suggerisce di penalizzare finanziariamente i paesi che rifiutano i rimpatri. Un recente report del Dipartimento della Homeland Security segnala che a giugno 2004 sul territorio statunitense vi erano 133.662 illegal aliens il cui rimpatrio appariva perlomeno “improbabile”, a causa della mancanza di volontà da parte dei paesi di provenienza a fornire la necessaria documentazione di viaggio e rimpatrio. Interessante anche la varietà di mezzi utilizzati per impedire il rimpatrio: ad esempio, l’Etiopia (che dubitiamo possieda un’efficiente organizzazione statuale), non emette documenti di rimpatrio in assenza di prove che il proprio connazionale abbia genitori nati nel paese africano e che in esso abbia ancora dei familiari residenti. L’Iran richiede che i rimpatriandi forniscano “prove documentarie inoppugnabili” circa la loro nazionalità.

Il Consiglio dei ministri ha autorizzato un secondo decreto flussi per il 2006 per regolarizzare la posizione dei lavoratori che avevano presentato in primavera la domanda. È stata, così, sanata la differenza fra le 520mila domande che erano state firmate dai datori di lavoro e presentate dagli stessi extracomunitari palesemente già in Italia e i 170mila permessi autorizzati dal Governo Berlusconi.
Secondo il ministro della Solidarietà Sociale, Ferrero, il nuovo decreto flussi porterà nelle casse dello Stato tra un miliardo e un miliardo e mezzo di euro sotto forma di pagamento di contributi da parte dei datori di lavoro, evitando a circa 350mila persone di lavorare in nero.
Con la riapertura delle quote 2006 è stato anche liberalizzato il mercato del lavoro per i cittadini dei Paesi neocomunitari, con opportunità di sviluppo per l’agricoltura, dove un lavoratore su dieci è immigrato, proveniente, in genere, dalla Polonia. Restano in essere molti problemi relativi alla gestione dei flussi migratori, in primo luogo la ricerca di un equilibrio tra risorse di welfare assorbite e reddito generato dagli immigrati, soprattutto relativamente ai meccanismi di ricongiungimento familiare. I flussi migratori riguardano, in via preponderante, lavoratori a bassa qualificazione professionale, che sono quelli che subiscono le maggiori pressioni al ribasso sui propri redditi, e tendono a diventare utilizzatori netti di risorse di welfare. Questa tendenza riflette la specializzazione prevalente nell’economia italiana: attività a basso valore aggiunto e bassa crescita di produttività, che necessita di una dinamica retributiva stabile o cedente per assorbire la crescente offerta di lavoro non qualificato. Ma esiste anche una quota di immigrazione, effettiva e potenziale, che riguarda soggetti ad elevata qualificazione professionale e che di solito è scarsamente indagata nelle analisi del mercato del lavoro.

Secondo Bruce Bartlett, un ex funzionario del Tesoro statunitense, la politica fiscale è lo strumento con cui i governi possono ridurre gli oneri dell’immigrazione clandestina. Per definizione, infatti, i clandestini sono parte dell’economia sommersa, non rilevata nel prodotto interno lordo e che consiste di attività criminali e di produzione legale che resta tuttavia ignota al governo per evitare tasse, regolamentazioni ed altri vincoli. Negli Stati Uniti, una stima approssimativa dimensiona il sommerso a 1300 miliardi di dollari, il 10 per cento circa del prodotto interno lordo. Soprattutto, l’economia sommersa supporta l’occupazione di milioni di lavoratori, soprattutto clandestini, che non possono essere tassati con le modalità proprie dei cittadini residenti di un paese.

Nei flussi di immigrazione internazionale si è ormai affermata una chiara tendenza. Gli Stati Uniti attraggono il 54 per cento dei lavoratori a maggiore qualificazione, mentre l’Unione Europea attrae l’84 per cento dei lavoratori privi di specializzazione. Come abbiamo già evidenziato, nel lungo periodo ciò è un male per l’Europa, perché i lavoratori privi di specializzazione tendono a drenare risorse di welfare, mentre i lavoratori qualificati tendono a contribuire alla produzione di gettito fiscale.
Per contrastare questa tendenza, il commissario alla Giustizia ed Immigrazione, Franco Frattini, e quello all’Occupazione, Vladimir Spidla hanno presentato, alla fine dello scorso dicembre, un progetto di direttiva mirata ad armonizzare la politica dell’immigrazione.

La sollevazione a cui i francesi stanno assistendo, sbigottiti, da ormai dieci giorni viene da lontano e porta lontano. E’ stato alfine aperto il vaso di Pandora dello sradicamento rafforzato dall’autosegregazione sociale e culturale, dell’emarginazione come evidente sottoprodotto dell’assenza di una valutazione delle compatibilità socioeconomiche nei flussi migratori, dei fantasmi dell’Uomo Nuovo, della toutepuissance dello Stato Leviatano, il mito in cui si sono crogiolate generazioni di politici francesi. Per la Francia esistono problematiche specifiche, quali il retaggio del colonialismo, che ad esempio per l’Italia non sussistono, se non in misura del tutto trascurabile. L’unico vero problema italiano è l’ignoranza discernitiva di una classe politica incapace di compiere elaborazioni autonome, sempre in cerca di qualche compagno di banco da cui copiare il tema, con la voluttà di chi ritiene di aver trovato la scorciatoia per risolvere ogni problema.

Secondo alcune recenti evidenze di ricerca, l’immigrazione professionalmente qualificata eserciterebbe effetti positivi sull’economia statunitense, mentre quella di soggetti dequalificati influirebbe negativamente. In particolare, gli immigrati appartenenti alla prima categoria andrebbero a ricoprire ruoli professionali di difficile reperibilità sul mercato del lavoro interno, contribuirebbero ad un utilizzo più efficiente della base di capitale e alla crescita di produzione e reddito e pagherebbero in tasse più di quanto ottenuto in termini di benefici pubblici. I lavoratori immigrati non qualificati, per contro, riducono occupazione e retribuzioni dei lavoratori nativi del paese, contribuiscono ad alzare i prezzi di case ed affitti nelle fasce di reddito più basse, tendono ad inviare in patria la quasi totalità dei propri guadagni, anziché spenderli sul mercato domestico, e pagano in tasse (qualora siano regolari) mediamente meno di quanto ricevono in sussidi pubblici.

SYDNEY, 10 GEN – L’Australia ha accolto nell’ultimo anno finanziario il numero più alto di immigrati e di profughi dell’ultimo decennio. I dati diffusi oggi dal ministro dell’Immigrazione Amanda Vanstone indicano che nel 2003-04 si sono insediate in Australia oltre 111 mila persone, un aumento di quasi 20 mila rispetto ai 12 mesi precedenti. ”Ciò significa che negli ultimi dieci anni gli arrivi sono aumentati del 60% con oltre 200 paesi rappresentati”, ha dichiarato il ministro. ”Il nostro programma di immigrazione si e’ concentrato sul personale qualificato e di età sotto i 45 anni, che può trovare lavoro in poco tempo e contribuire all’economia australiana”, ha aggiunto. Il grosso dei nuovi arrivati proveniva come e’ tradizione dalla Gran Bretagna, con 18 mila nell’arco dei 12 mesi. Seguono nell’ordine dei paesi di origine: Nuova Zelanda, Cina, India, Sudafrica, Sudan e Filippine. Praticamente nulla l’immigrazione dall’Italia. Come sempre, la maggior parte dei nuovi arrivati si e’ insediata in Nuovo Galles del Sud (con capitale la sovraffollata Sydney) con 40.561, ma la proporzione rispetto al resto dell’Australia è stata la più bassa in 20 anni. E’ cresciuta invece la percentuale di nuovi insediamenti in Victoria (capitale Melbourne) con poco più di 28 mila, in Queensland (Brisbane) con quasi 20.300 e Australia occidentale (Perth) con poco più di 15.400. Il ministro Vanstone ha dichiarato inoltre che l’Australia ha mantenuto il terzo posto fra le nazioni che accolgono il maggior numero di profughi, dopo Stati uniti e Canada. Nell’anno 2003-2004 ha concesso circa 13 mila visti umanitari, in gran parte a persone provenienti da campi profughi in Africa, specialmente in Sudan. (ANSA)

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