Da qualche tempo gli indicatori economici italiani non sono più così brillanti. Dapprima il dato di gennaio sulla produzione industriale, pubblicato lo scorso 12 marzo, con una flessione mensile dell’1.4 per cento, peggiore delle attese, e la revisione al ribasso dell’incremento di dicembre, da 2 a 1.4 per cento. Poi la forte contrazione degli ordinativi industriali, sempre di gennaio, pari al 2.1 per cento mensile, contro attese per una flessione contenuta nello 0.5 per cento, ed anche qui con il ridimensionamento del dato di dicembre, da più 0.7 ad uno striminzito più 0.3 per cento. Oggi, il dato della survey sulle vendite al dettaglio di Eurolandia in marzo, con il nostro paese fanalino di coda ed addirittura con livelli di attività in contrazione pur con lo stimolo di maggiori sconti, a sacrificio dei margini lordi.

Nel disperato tentativo di galleggiare (governare è altra cosa), il governo Prodi ha iniziato una strategia lineare quanto può essere l’andatura di un ubriaco alla ricerca delle chiavi di casa in prossimità di un lampione. Ha iniziato D’Alema, parlando di “oggettiva continuità” nella gestione della missione italiana in Afghanistan da parte dell’attuale esecutivo rispetto al precedente. Per il capo della Farnesina, inoltre, mettere la fiducia sul rifinanziamento della missione afghana, sarebbe nientemeno che “un atto di ostilità” verso l’opposizione, segnatamente verso la componente centrista della medesima, a cui ampia parte della maggioranza continua a fare gli occhi dolci, sperando in nuove vocazioni folliniane. Evidentemente, il patto con gli elettori vale solo per i parlamentari del centrosinistra, mentre per quelli del centrodestra sarebbe un’optional, anche se noi restiamo rispettosi del disposto dell’articolo 67 della Costituzione, che in troppi tendono a dimenticare, anche in un paese di trasformismo patologico quale l’Italia.

Nel frattempo, Prodi confessa candidamente a Radio24 che il suo dodecalogo non ha alcuna cogenza giuridica, e rappresenta solo una forma di moral suasion o, più realisticamente, una supplica rivolta alla propria maggioranza. Prodi rimembra i bei tempi andati quando a Bruxelles, da presidente della Commissione Europea, aveva in tasca la lettera di dimissioni dei propri commissari con data in bianco. Chissà, forse oggi il premier avrebbe bisogno di una riforma costituzionale come quella approvata dal centrodestra nella scorsa legislatura, e bocciata dagli elettori nel referendum confermativo (o più propriamente conservativo), al termine di una forsennata campagna di terrorismo psicologico da parte del centrosinistra, che preannunciava la liquefazione dell’entità statuale italiana in caso di approvazione della riforma. Una riforma imperfetta, da rivedere e correggere in Parlamento, ma pur sempre un passo avanti sulla strada della governabilità. Invece, Prodi e i suoi sodali hanno preferito gridare a quella “dittatura del premier” che negli ultimi mesi l’ineffabile Scalfari ha poi invocato a beneficio del suo adorato Professore. Valli a capire.

L’inizio del nuovo anno, nella foresta pietrificata nota col nome di Italia, ci ha regalato antiche coazioni a ripetere: il leader del primo partito della coalizione di governo che si lamenta dello scarso riformismo della sua coalizione; un importante ministro, onusto di onorificenze per la sua expertise costituzionale, che lancia un ballon d’essai per manifestare l’insoddisfazione dei “moderati” della coalizione di governo verso lo strapotere della sinistra radicale, che si accinge a dare l’assalto finale al bilancio dello stato e a disancorare definitivamente il paese dall’Occidente. I tatticismi di un premier prestanome, privo di un partito e di una leadership, che ha indissolubilmente legato i propri destini alla frangia comunista e statalista della coalizione. Gli annunci di mirabolanti riforme, che tanto piacciono ai finger-watcher moralmente superiori per convincersi che “il paese sta cambiando”. Tutto un desolante dejà-vu, che origina dalla inadeguatezza del nostro impianto costituzionale  a produrre governi che governino senza implodere nelle proprie contraddizioni e disomogeneità o condannarsi a tirare andreottianamente a campare per non tirare le cuoia.

Leggiamo le motivazioni del rinvio alle Camere della legge di modifica del codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento:

“Rispetto al principio che informa di sé la legge approvata, e cioè l’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento, due norme appaiono contraddittorie: l’articolo 577 del codice di procedura penale – si legge nel testo – continua a prevedere la impugnazione delle sentenze di proscioglimento per i reati di ingiuria e diffamazione, senza specificare se essa riguardi anche l’appello; l’articolo 597, comma 1, lettera b) dello stesso codice, continua a individuare i poteri del giudice nel caso di appello riguardante una sentenza di proscioglimento, appello escluso dalle modificazioni ora introdotte.

È altresì necessario tener presente che l’articolo 26 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n.274, sulla competenza penale del giudice di pace, continua a consentire l’appello del pubblico ministero contro alcuni tipi di sentenze di proscioglimento.”

Appare quindi che il legislatore si è “dimenticato” di intervenire in modifica di tutti quegli articoli del codice di procedura penale che avrebbero potuto generare difformità rispetto alla nuova legge, da cui sarebbero funzionalmente dipesi. In caso di promulgazione, questa legge sarebbe stata rapidamente impallinata dalla corte costituzionale.

All’indomani della definitiva approvazione di una riforma costituzionale che l’opposizione ha, come da copione, ribattezzato dissolution e dipinto come portatrice di sciagure bibliche, è utile fare una piccola epitome.
La riforma prevede, in estrema sintesi, l’attenuazione del bicameralismo perfetto, retaggio dell’arcaismo istituzionale italiano, e l’introduzione di un Senato federale che dovrà legiferare, secondo un principio di sussidiarietà verticale (che non garantisce affatto contro il centralismo), sulle materie di competenza comune tra Stato e Regioni. La Camera legifererà sulle materie relative alla competenza statale, con alcuni correttivi a favore della richiesta di revisione da parte del Senato. I punti centrali della riforma sono rappresentati da devolution e poteri di Primo ministro e capo dello Stato.

Con l’iniziativa di costituire un soggetto unico del centrodestra (non chiamiamolo partito unico, il professor Sartori e la memoria storica ne sarebbero urtati…), Silvio Berlusconi sta tentando di aggirare le disfunzioni del sistema elettorale italiano e, al contempo, di impedire che l’apparente frana di consensi per Forza Italia provochi la liquefazione di un partito che non è mai riuscito a mettere radici sul territorio e ad emanciparsi dalla figura del proprio creatore. Andiamo con ordine. L’attuale legge elettorale italiana, che il professor Sartori definì mattarellum, dal nome del suo primo firmatario, l’esponente dei Popolari Sergio Mattarella, vide la luce dopo una tormentata gestazione nell’agosto 1993, sulle macerie del sistema partitico distrutto da Tangentopoli. Un sistema imperniato su due pilastri: il parlamentarismo e la legge elettorale proporzionale. Come noto, uno dei principali trade-off dei sistemi politici è quello tra governabilità e rappresentatività.