di Vitalba Azzollini

Egregio Titolare,

come Lei ha più volte evidenziato, non sarà un qualsivoglia risultato del prossimo referendum costituzionale a salvare il Paese da un esito comunque infausto. Eviterò, quindi, di perorare la causa dell’uno o dell’altro schieramento. Tuttavia, in questo spazio web che lei cortesemente mi concede, vorrei verificare la rispondenza al vero di certe argomentazioni utilizzate dai sostenitori della riforma relativamente a un tema su cui non dovrebbe esserci il benché minimo fraintendimento e, a maggior ragione, l’ombra di alcun inganno. Si tratta della salute – quella che, quando c’è, c’è tutto – su cui nessuno deve permettersi di mistificare.

Entro il prossimo 31 gennaio le Regioni dovranno comunicare al governo l’entità dei tagli di spesa che sono stati loro assegnati nell’ambito della legge di Stabilità, per un totale di 4 miliardi. Se i governatori non decideranno, da Roma verranno applicati tagli lineari, calibrati sul Pil regionale e sulla popolazione. La novità (che non è tale) è che finiremo fatalmente a trasferire quei “tagli” in maggiori entrate, in via preponderante, al di là della retorica sugli “sprechi” da farsi perdonare.

Oggi il premier ha parlato delle problematiche e delle criticità del servizio sanitario nazionale, in occasione di un intervento in videoconferenza con la fondazione Ri.Med di Palermo. Monti ha detto quello che tutti sanno:

«La sostenibilità futura dei nostri sistemi sanitari, incluso il nostro servizio sanitario nazionale, di cui andiamo fieri, potrebbe non essere garantito se non si individuano nuove modalità di finanziamento e di organizzazione dei servizi e delle prestazioni»

Frase e concetti di una banalità e descrittività assolute. Ma non per tutti.

L’ultimo editoriale di Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, dedicato alla ristrutturazione del welfare sanitario, suggerisce una riduzione della “partita di giro” in base a cui “il nostro Stato sociale si è trasformato in una macchina che tassa le classi medio-alte e fornisce servizi non solo ai meno abbienti (com’è giusto che sia) ma anche alle stesse classi a reddito medio-alto. Questo giro di conto, con aliquote alte, scoraggia il lavoro e la produzione”. E’ tutto condivisibile, ma nei numeri a sostegno della tesi c’è una evidente forzatura.

Nei giorni scorsi il Dipartimento del Lavoro statunitense ha pubblicato un rapporto sulla copertura assicurativa sanitaria erogata dai datori di lavoro, che mostra quali prestazioni sono coperte da tali piani. Come si può osservare dal grafico, molte prestazioni sono scarsamente presenti, in media, nei piani. Questo è il problema principale, nella integrale devoluzione al settore privato dei piani sanitari, a parte l’ampio numero di patologie non assicurabili.