Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Quello che lor signori non hanno capito

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Ormai è diventata una liturgia, neppure inedita: ogni sera i telegiornali (almeno quelli che hanno mantenuto un esile legame con la realtà) aprono le edizioni principali con le “grandi manovre” dei nostri eletti. In questa attività svetta, sempre uguale a se stesso, Enrico Mentana col suo tg la7. “Sotto il cielo della politica”, il suo consunto incipit d’ordinanza, si susseguono dichiarazioni, ammiccamenti, minacce, blandizie. Terzo polo che diventa primo polo, Berlusconi che “medita”, Gianni Letta che “scherza”, a conferma del fatto che nella terza età si torna bambini.

Piddini che ripetono il loro frusto rosario, fatto di “maniche rimboccate” e “pazienza terminata” (che poi è quello che dovrebbero dire gli elettori di Bersani e compagni). Come ad ogni passaggio critico di questo teatrino dei pupi che è la politica italiana spuntano ipotesi taumaturgiche di proiettili d’argento travestiti da riforme istituzionali o elettorali. Doppio turno alla francese, uninominale secco, mattarellum, scappellamento a destra con scorporo e recupero dei resti e delle spoglie del paese.

Quello che sembra sfuggire ai teatranti vecchi e nuovi è che stiamo avvicinandoci alla resa dei conti con i mercati e con la realtà. L’Italia non cresce, i fattori di rischio si stanno accumulando; il rischio di contagio, dopo la prossima caduta dell’Irlanda, è destinato a crescere, toccando nell’immediato il Portogallo e subito dopo la Spagna. Di tutto questo pare esservi assoluta inconsapevolezza, in una classe politica riccamente popolata di avvocaticchi economicamente analfabeti e con qualche economista che ha deciso di tromboneggiare alcuni logori mantra per risolvere tutti i problemi.

Si noti, il problema non sta nel logoramento del berlusconismo: lo status quo non ci pone su alcun sentiero di salvezza, tutt’altro. Le ricette tremontiane, fatte di contenimento (neppure troppo convinto) della spesa pubblica, servono a quadrare i conti nel breve termine, non a rilanciare la crescita. Mancano riforme di struttura, liberalizzazioni su vasta scala, azioni volte a spezzare rendite di posizione che stanno soffocando il paese, creazione di un mercato. Che è cosa ben diversa che consegnare monopoli pubblici ad imprese private.

Forse il berlusconismo non sta morendo, ma il paese sì. E peraltro Berlusconi ha plasmato il discorso pubblico italiano di una serie di parole d’ordine e condizionamenti culturali che con alta probabilità riusciranno a sopravvivergli. Ad esempio, il Cav ha dato voce e corpo, da insider, all’antipartitocrazia; ha solleticato l’avversione per gli antichi riti della politica, fatti di segnali di fumo e accordi spartitori più o meno segreti. Non per reale diversità rispetto agli altri teatranti, bensì perché finora è riuscito a decidere quasi tutto in splendida solitudine, senza dover sottostare a logiche di coalizione. Anche l’aver finora evitato di mettere mano al fisco in forma esplicita lo ha reso un animale differente dal resto della fattoria. Quando lo slogan diventa canone politico.

Anche se Berlusconi venisse sconfitto, in qualche modo più o meno democratico, per l’Italia non si prospetta una nuova era di ricostruzione. A sinistra abbiamo un pifferaio onirico come Niki Vendola, la più pura espressione di un simbolismo vacuo e fatuo, l’involuzione dell’homo bertinottianus, l’ovvio dei popoli. A destra abbiamo un Casini che finora ha avuto buon gioco di rimessa e buon senso senza sporcarsi le mani con la realtà di governo nazionale; un’ombra sulla caverna come Rutelli; un notabile del meridionalismo pernicioso come Lombardo; un “emergente” come Gianfranco Fini, che ci dicono stia “compiendo un percorso”, come si direbbe dei neoconvertiti, ma che finora troppo spesso è apparso prono a liturgie e tesi molto, troppo datate.

Nessuno di costoro pare avere consapevolezza della gravità della situazione economica del paese, della necessità di spezzare un paradigma che ci sta lentamente uccidendo. Verrà un momento in cui chi è al governo, di chiunque si tratti,  dovrà assumere decisioni epocali. In quel momento non si potrà più giocare di sponda con la realtà, cianciando di asili nido e quozienti familiari. Non si potrà più dire che, con un federalismo celtico basato sulla applicazione locale e localistica della manomorta partitica, il paese verrà risanato. Non si potrà più dire che una serie di “tagli verticali, precisi e mirati” (sic) risolveranno la tragedia di un paese oligarchizzato. Verrà il tempo in cui zelanti editorialisti, anche quelli meno provvisti di senso della realtà e del ridicolo, dovranno piantarla di magnificare l’inesistente politica economica tremontiana.

Ma verrà anche il tempo in cui la coalizione alternativa a Berlusconi, nella sua interezza, dovrà misurarsi con la realtà. Abbiamo seri dubbi che i due schieramenti siano attrezzati per affrontare il sommovimento epocale che ci attende. Di solito, quando viene travolta dalla crisi economica, la politica fa un passo indietro e si affida al “tecnico” di turno, magari optando per un governo del governatore. Terminato il salvataggio si torna agli antichi riti, in nome del popolo sovrano. Con questo quadro economico globale e nazionale ci sono tutte le premesse per arrivare ad un esito di questo tipo.

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