Il lento conto alla rovescia verso il caos

Monday, 4 March, 2013

in Discussioni, Economia & Mercato, Italia

L’esito post-elettorale italiano sta alimentando un florilegio di analisi politologiche sulla gestione dello stallo, oltre ad improbabili aritmetiche su alleanze che, ad oggi, appaiono platealmente contro natura. Nel frattempo, il paese vive un inesorabile deterioramento dei propri fondamentali economici, che tra poco tempo richiederanno di prendere alcune importanti e dolorose decisioni. Non esiste nessun effetto-Belgio, con buona pace di una pubblicistica facilona ed incapace di discernere tra correlazione e causalità, ma una inesorabile deriva verso un esito che difficilmente sarà non traumatico.

Il Movimento 5 Stelle in questo momento tende a presentarsi come un elemento fortemente anti-sistema. Non potrebbe essere altrimenti, visto che si ritrova con una rappresentanza parlamentare destinata a coesistere con altre che da sempre vengono viste come responsabili del drammatico deterioramento delle condizioni del paese, oltre che geneticamente incapaci di autoriformarsi e riformare il paese, con nuove promesse di intervenire sui costi della politica che appaiono tardive ed assai pelose, dopo che per anni si è attesa invano una effettiva discontinuità e non timidi interventi al margine, peraltro quasi sempre destinati ad essere fortemente depotenziati in fase di applicazione.

Ma questo è anche il tragico equivoco della spaventatissima ed inconsapevole società italiana: pensare che il taglio dei costi della politica, in sé, possa essere sufficiente a modificare il destino dell’economia nazionale. Le cifre in gioco sono infatti risibili, da qualsiasi angolo visuale le si guardi. Potrebbero diventare grandezze importanti solo considerando quella che appare come la “naturale” proiezione della generale categoria dei “costi della politica”: i fenomeni corruttivi e di “privatizzazione” impropria della cosa pubblica, cioè l’estrazione di benefici privati dalla gestione della cosa pubblica. Purtroppo, per ottenere questo risultato serve soprattutto un differente modello culturale, di quelli che non nascono nottetempo. E cercare di sradicare il fenomeno esclusivamente con strumenti repressivi porterebbe fatalmente, in un paese come questo, alla alacre edificazione di forche festosamente schiumanti sulla pubblica piazza.

Il M5S deve quindi decidere che fare “da grande”, cioè una volta giunto in parlamento. Trattandosi di entità “rivoluzionaria”, pensare che possa “allearsi”, anche limitatamente a singoli punti programmatici, a parti di quel sistema che vuole abbattere, è puro non senso. Nel movimento, in questo momento, prevale una logica di compiaciuto attendismo, per non dire di “tanto peggio, tanto meglio”, tale è il convincimento che una nuova elezione consegnerebbe una vittoria schiacciante e l’alba dell’Uomo Nuovo” italiano, con annesso cambio di modello di sviluppo economico. Questa è ovviamente una illusione pericolosissima, come dimostra ogni “agenda utopistica” che abbia mai cercato di tradursi in realtà.

Nel frattempo, l’inerzia del paese ci porta ad avere sulla nostra strada una serie di provvedimenti di consolidamento fiscale già decisi, come il blocco delle retribuzioni nominali nel pubblico impiego (per il quale servirà comunque un atto governativo ad hoc), e l’aumento di un punto dell’aliquota Iva, la prossima estate. Ma inerziale è anche il deterioramento congiunturale che tende ad aumentare la disoccupazione, con tutto ciò che ne consegue in termini di impatto sui conti pubblici, oltre che su un disagio sociale dilagante. Ad oggi, lo stallo italiano non appare sistemico in Eurozona perché abbiamo davanti ancora qualche settimana, prima che si debba decidere se e come intervenire sui conti pubblici. Ma già oggi i mercati stanno valutando in modo specifico gli eventi italiani, ad esempio determinando una forte riduzione dello spread tra la Spagna e noi.

Per quanto detto, quindi, non ha davvero senso alcuno continuare ad auspicare un “effetto-Belgio”, quel fenomeno (del tutto inesistente) secondo il quale un paese privo di governo nella pienezza dei propri poteri finirebbe col crescere di più, grazie alla non ingerenza della politica nell’economia. Questa è una fallacia assoluta. Il Belgio, durante gli anni di caretaker government, si è comunque avvantaggiato del fatto di essere in larga misura una proxy dell’economia tedesca, ed è cresciuto per quel motivo. Ma c’è poco da fare, contro l’ignoranza di una classe politico-giornalistica che vede ovunque cause al posto di correlazioni.

Senza voler fare della fantapolitica, che accadrebbe in caso di ritorno alle urne e vittoria “definitiva” del M5S? Se il movimento tentasse di attuare gli aspetti più strettamente “onirici” del proprio programma, i mercati prenderebbero coscienza del rischio che il paese perda la testa, voterebbero con i piedi e ci metterebbero rapidamente in ginocchio. Scoppierebbe il caos, in Europa e nel mondo. Ma prima ancora scoppierebbe da noi, quando gli italiani scoprirebbero che il M5S vuol fare la “rivoluzione culturale” a colpi di patrimoniale, default del debito pubblico e referendum per uscire dall’euro. Ma con tutta probabilità non arriveremo a quel punto: finirà tutto molto prima, con qualche episodio fortemente traumatico (per usare un delicato eufemismo) che ripristinerà la “normalità”, lasciandosi alle spalle profonde cicatrici. Perché deve comunque essere chiaro che il “modello” di società grillina a chilometri zero e decrescita più o meno felice è causa ed effetto di un crollo dei rapporti di produzione, dopo il quale giunge l’autoripiegamento pauperistico, non certo una nuova crescita.

Ovviamente, i milioni di italiani che hanno votato per il M5S questo non lo hanno ancora realizzato. Quando ciò accadrà vi si ribelleranno, in modi e forme anche violente. Perché nessuna rivoluzione è un pranzo di gala: men che mai quelle che non vengono percepite come tali da parte di una popolazione stressata e geneticamente incapace di provvedere a sé stessa senza doversi ogni volta affidare all’Uomo della Provvidenza di turno. A noi resta la speranza che prima o poi si affermi un altro dei grandi tratti “culturali” caratteristici di questo paese, quello di sgranocchiarsi ogni “rivoluzione”, vera o presunta, degradandola rapidamente a farsa flaianesca o sordiana. Ma a questo giro la situazione è troppo grave per rassicurarci su un esito “tradizionale”.

Spread Spagna-Italia, governativo decennale

Spread Spagna-Italia, governativo decennale

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