Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Austeri ed abiure

in Discussioni/Economia & Mercato

Sul suo blog, l’economista statunitense Jeff Frankel si occupa delle ultime polemiche che hanno coinvolto alcune “grandi firme” di Harvard, e giunge alla conclusione che “qualcuno” (il più meritevole) non ha ancora ricevuto la giusta dose di critiche per una tesi ideologica e spericolata, nel dibattito tra austeri e stimolatori.

Frankel ritiene che l’ormai famigerato paper di Carmen Reinhart e Ken Rogoff, con annesso errore excel, non sia realmente rilevante ai fini del dibattito sull’austerità:

«La controversia Reinhart-Rogoff non è in realtà rilevante ai fini della questione se i governi debbano espandersi o contrarsi ad un dato momento nel tempo. La scoperta di fondo nei loro paper continua a valere, e cioè che la crescita successiva tende ad essere più bassa tra i paesi con rapporto debito-Pil sopra il 90 per cento rispetto a quelli sotto il 90 per cento; ma né quella scoperta né i loro consigli di policy sono stati concepiti in modo tale da supportare la proposizione secondo la quale una recessione è un buon momento per intraprendere una contrazione fiscale»

Che poi è la famosa ed ossimorica “austerità espansiva”, lo spartiacque ideologico tra austeri e stimolatori, per usare le categorie di Frankel.

Riguardo l’altra polemica, che ha visto coinvolto lo storico Niall Ferguson, secondo il quale Keynes si sarebbe disinteressato del lungo periodo perché privo di figli, e privo di figli in quanto gay, Frankel ha ancora meno da commentare:

«La frase “nel lungo periodo saremo tutti morti”, quando Keynes la scrisse, non era né relativa alla politica fiscale né un argomento contro la gratificazione differita. Né Keynes era favorevole ad uno stimolo sfrenato, indipendentemente dalle condizioni economiche: egli sostenne, piuttosto, che “il boom, e non la depressione, è il momento giusto per l’austerità del Tesoro”. Riparare il buco nel tetto quando il sole splende, non quando piove»

In effetti, soffermarsi sulle ricorrenti idiozie proferite da Ferguson è garanzia di tempo sprecato, quindi passiamo oltre. Esiste una discriminante, ai fini della polemica tra austeri e keynesiani-stimolatori, e Frankel la identifica come segue:

«Nessuna delle due controversie poggia sul precetto di policy oggi rilevante, che è l’affermazione keynesiana che, sotto condizioni di alta disoccupazione, bassa inflazione e bassi tassi di interesse (le condizioni che vigono nei paesi ricchi oggi, come negli anni Trenta del secolo scorso), l’espansione fiscale è espansiva e la contrazione fiscale porta a contrazioni dell’economia»

Frankel si volge verso Alberto Alesina ed alcuni suoi paper, scritti (nel 1995 e 1997) con Roberto Perotti e (nel 1998 e 2010) con Silvia Ardagna. Questi paper sostengono che tagli di spesa pubblica non causano contrazioni dell’economia, e possono addirittura essere espansivi. Frankel premette che, come quelli di Reinhart e Rogoff, i paper di Alesina sono in realtà meno trancianti nelle conclusioni di quanto assunto ad ipse dixit da parte di alcuni ambienti conservatori. Malgrado ciò, le conclusioni di quei paper sono comunque chiare: “In media, anche i maggiori episodi di aggiustamento non sembrano avere conseguenze recessive” (1997). Oppure “Numerosi aggiustamenti fiscali sono stati associati ad espansioni anche nel breve termine” (1998). O anche “tagli di spesa sono molto più efficaci di aumenti d’imposta nello stabilizzare il debito ed evitare recessioni. In realtà, abbiamo scoperto numerosi episodi in cui tagli di spesa adottati per ridurre i deficit sono stati associati ad espansioni economiche anziché a recessioni” (2010). Più di recente, un paper scritto da Alesina con Carlo Favero e Francesco Giavazzi ha scoperto che “aggiustamenti basati sulla spesa sono stati associati, in media, a lievi e brevi recessioni, ed in molti casi all’assenza di recessioni”

Frankel osserva poi che la posizione di Alesina, ribadita di recente riguardo gli Stati Uniti, è che tagli di spesa immediati debbano essere regola e via maestra. Per contro, Reinhart e Rogoff sembrano favorire il rinvio dell’aggiustamento fiscale (anche con problemi di consistenza temporale, ad esempio aumentare subito la spesa infrastrutturale pubblica in funzione di stimolo e tagliare in futuro la spesa per entitlements quali sanità e pensioni), e la repressione finanziaria.

Ma Frankel richiama l’attenzione circa il fatto che l’ultimo attacco alle scoperte econometriche di Alesina proviene da un suo co-autore, Roberto Perotti, che oggi avrebbe rinnegato quelle posizioni, segnalando alcuni problemi metodologici. E non di poco conto, come spiega Frankel:

«(…) Lo stesso anno può essere contato come pre-consolidamento, consolidamento o post-consolidamento. Da ciò risulta che quelli che sono stati classificati come importanti consolidamenti basati su tagli di spesa non sono in realtà mai stati implementati, pur se annunciati dai governi. Deprezzamento del cambio, ridotti costi del lavoro ed esportazioni sono fattori che hanno giocato un ruolo importante in ogni esempio di crescita, ad esempio nelle tanto pubblicizzate stabilizzazioni di Danimarca ed Irlanda, negli anni Ottanta»

Le conclusioni di Perotti:

«La nozione di austerità fiscale espansiva nel breve periodo è probabilmente un’illusione: un tradeoff tra austerità fiscale e crescita di breve termine sembra effettivamente esistere», e quindi «il consolidamento fiscale implementato da parecchi paesi europei potrebbe quindi aggravare la recessione»

Soprattutto quando tali paesi sono fortemente interconnessi, aggiungiamo noi. Eppure, la domanda continua a ronzarci  in testa: perché omettere una preliminare analisi qualitativa e soprattutto di buonsenso alle condizioni di contesto negli episodi in cui fasi di taglio di spesa pubblica hanno preceduto la crescita economica? Che poi è quello che vi avevamo segnalato, molto umilmente, ne “La cura letale“, trattando dell’austerità espansiva canadese degli anni Novanta, in cui il taglio di spesa pubblica fu compensato da una politica monetaria espansiva (non si era certo al tasso zero, quindi i margini di manovra erano molto ampi), che indusse il forte deprezzamento del cambio contro dollaro Usa, nel momento in cui il Nafta decollava e gli Stati Uniti erano in una fase di forte espansione. Sono esempi unici di austerità espansiva, dove l’espansione è tuttavia una concausa di altri fattori.

Ad evitare i soliti commenti sulla situazione italiana, “che è diversa” ed a cui “non si può in alcun caso applicare uno schema di lettura keynesiano”, precisiamo che questo è vero, ma per altri motivi. La nostra spesa pubblica non è elevata ma “solo” di qualità infima, e questo induce a ritenere che il suo ridimensionamento servirebbe ad aumentare l’efficienza allocativa del sistema economico del nostro paese. Insomma, più un problema di Public Policy che di keynesismo. Ma questo è un altro tema.

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