Andrà molto peggio, prima di andare meglio

L’assegno per una ricollocazione che continua a non funzionare

in Contributi esterni/Discussioni/Economia & Mercato/Italia

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

si parla tanto dell’assegno di ricollocazione come strumento innovativo di punta del Jobs Act (d.lgs 150/2015) per rilanciare l’occupazione. Però, fin dall’esordio della sperimentazione, si capisce che lo strumento non funziona. Intanto, la sperimentazione ha riguardato, sui circa 700-800 mila percettori della Naspi (nuova assicurazione sociale per l’impiego) solo 20.000 lavoratori, estratti a sorte. Di questi, all’avvio, hanno risposto solo in 600, come ha rilevato il professor Pietro Ichino. È possibile che col procedere della sperimentazione la percentuale per ora molto bassa di lavoratori interessati aumenti. Il punto non è questo quanto, piuttosto, la stessa concezione dello strumento dell’assegno di ricollocazione come metodo per riformare i servizi per il lavoro e renderli più efficaci.

Partiamo, allora, da una considerazione proposta proprio dal prof. Ichino, che evidenzia gli attuali problemi della sperimentazione, non in linea con la riforma del Jobs Act che “mira invece a coniugare un forte sostegno economico e servizi di assistenza efficaci con una regola seria di condizionalità, volta proprio a evitare che il sostegno del reddito incentivi l’inerzia dei beneficiari, diventando un fattore di allungamento dei periodi di disoccupazione”.

Dietro questa frase vi sono gli errori di impostazione della logica del Jobs Act e, dunque, anche dell’assegno di ricollocazione.

Il primo errore concerne il presunto “forte sostegno economico”. Esso non deriva certamente dall’assegno di ricollocazione bensì proprio dalla Naspi, divenuta sostanzialmente l’ammortizzatore sociale universale per i disoccupati. La denominazione “assegno di ricollocazione” trae in inganno: lascia credere ai disoccupati percettori di Naspi che spetti loro, appunto, un sostegno economico ulteriore. Non è così. L’assegno di ricollocazione attribuisce ai percettori di Naspi da oltre 4 mesi che non si siano ricollocati la possibilità di chiedere un aiuto intensivo alla ricerca di lavoro: l’assegno, però, viene “intascato” dai servizi pubblici o privati che favoriscano la ricollocazione dei disoccupati. Appena il funzionamento del sistema viene spiegato ai (pochi, fin qui) interessati dalla sperimentazione, le ali dell’entusiasmo, infatti, si ripiegano irrimediabilmente.

Possiamo, quindi, concludere, caro Titolare, che di forte sostegno economico, nell’ambito dell’assegno di ricollocazione, non si vede l’ombra.

Si parla, poi, di “servizi di assistenza efficaci” al disoccupato. Sacrosanto. Ma, non trova, Titolare, che “servizi di assistenza efficaci” dovrebbero essere un diritto di qualsiasi disoccupato, sia questo percettore o meno di Naspi? Sembra evidente un altro errore di impostazione: considerare il servizio di assistenza efficace o, meglio, “intensivo” come specificato dalle regole della sperimentazione, quasi qualcosa di fuori dall’ordinario, come se, insomma, la normalità consista nell’apprestare ai disoccupati servizi poco efficaci e ad una sparuta parte, invece, livelli di assistenza molto migliori.

Il fatto è, caro Titolare, che nella realtà i servizi di ricerca di lavoro, tanto pubblici quanto privati, sono poco efficaci almeno sul piano dei numeri assoluti. Per ragioni organizzative, certo, ma anche di risorse. Per quanto riguarda i servizi per il lavoro pubblici, l’Isfol afferma che essi sono capaci di intermediare solo il 3,4% dei contratti di lavoro. Ora, nel 2016, tra contratti di lavoro a tempo indeterminato, determinato ed apprendistato, sono stati avviati 5.249.331 contratti (secondo la fonte dell’Osservatorio Inps sul precariato). Il 3,4% corrisponde a 178.477 contratti. Nei servizi per il lavoro pubblici lavorano circa 5.500 dipendenti (dopo la falcidie della riforma Delrio delle province). Dunque, in media ciascun dipendente intermedia 32,45 assunzioni l’anno. Risultato che, per la verità, non sarebbe affatto banale. Le agenzie interinali intermediano il 5,6% dei contratti, con una dotazione di dipendenti complessiva di circa 10.000. Il che corrisponderebbe ad un’efficacia di circa 30 contratti a dipendente. Queste sono indicazioni “medie” che non corrispondono certo alla realtà operativa, difficile da quantificare concretamente, perché non c’è ancora un tracciamento chiaro della “provenienza” dei contratti stipulati. Le agenzie private hanno una capacità molto elevata di soddisfare gli imprenditori propri clienti, per cui il grado di intermediazione riferito ai clienti è certamente molto più alto. Solo che questi clienti sono una parte limitata del mercato del lavoro, che rimane dunque poco inciso. Il fatto è che tra servizi pubblici e privati, si intermedia troppo poco. La gran parte dei disoccupati deve ricorrere al “fai da te”, perché una delle ragioni dell’inefficacia dei servizi sta nella quantità troppo bassa di risorse destinate: è noto che in Germania nei soli servizi pubblici per il lavoro siano impiegati oltre 100.000 operatori, 20 volte quasi quanti quelli italiani.

Dunque, il servizio “efficace” non può non dipendere dalle risorse utilizzate: se queste restano scarse, più che puntare su “sperimentazioni” rivolte a pochi non sarà possibile.

In ogni caso, il sistema dell’assegno di ricollocazione conta sempre troppo su uno solo dei lati della dinamica del mercato del lavoro: quello dell’offerta, cioè della disponibilità del disoccupato a cercare lavoro. Bisognerebbe, invece, puntare soprattutto, sul lato della domanda delle imprese. Questo il precedente Governo lo aveva capito: non a caso per rilanciare le assunzioni ha previsto il sistema degli sgravi per i nuovi assunti, rivelatosi, però, insostenibile sul piano economico e potenzialmente in grado di creare solo una “bolla” occupazionale, che dura quanto dura il triennio degli sgravi.

Il mercato del lavoro in Italia funziona poco perché le imprese non trovano alcuna convenienza a rivolgersi ai servizi di intermediazione, tanto pubblici quanto privati. L’assegno di ricollocazione potrebbe essere una chiave, molto limitata, sostanzialmente solo per i servizi privati. Infatti, questi potrebbero utilizzare l’assegno, che di fatto è un compenso riconosciuto dal sistema pubblico per il risultato della ricollocazione (con contratti a termine di almeno sei mesi o a tempo indeterminato), per applicare un forte sconto ai servizi di ricerca e selezione che prestano alle aziende già loro clienti. Questo sarebbe l’unico vantaggio per i datori di lavoro. I servizi pubblici non potrebbero proporre nulla di simile, perché le loro attività non sono a pagamento: possono solo evidenziare ai datori di lavoro lo sgravio corrispondente al 20% della residua Naspi del lavoratore, per altro spettante solo nel caso di assunzione a tempo indeterminato.

Con questi flebili strumenti, i datori di lavoro non vedranno mai, di fatto, i percettori di Naspi coinvolti nell’assegno di ricollocazione sotto una luce troppo diversa da quella con la quale guardano a tutti gli altri lavoratori in cerca di occupazione.

L’insistenza sull’offerta, senza nessuna spinta sulla domanda che non si riveli una falla finanziaria, egregio Titolare, non potrà che lasciare ogni ottima idea al livello di mero esperimento e poco altro.

Se, invece, qualsiasi genere di incentivo alle assunzioni si condizionasse alla scelta, da lasciare comunque libera, dei datori di avvalersi dei servizi pubblici e privati per selezionare i dipendenti da assumere, il mercato del lavoro sbloccherebbe il lato della domanda. I sistemi informativi sono in grado di tracciare se un’assunzione provenga da una ricerca autonoma del datore o da un’intermediazione dei servizi pubblici o privati. Basta volerlo e basta voler passare dalle “sperimentazioni” a sistemi operativi e ad investimenti di risorse che rendano la ricerca “efficace” non un beneficio per pochi, ma un metodo normale di ricerca di lavoro per chiunque.

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