Andrà molto peggio, prima di andare meglio

Amministratori di società pubbliche e obolo al partito, erogazioni liberali con le tasse altrui

in Contributi esterni/Economia & Mercato/Italia

di Luigi Oliveri

Egregio Titolare,

vediamo che Ella non è per nulla stupito, in quanto non ingenuo, della circostanza, ricordata da Franco Bechis sul suo blog, che il PD chieda ai nominati nei consigli di amministrazione delle società partecipate da enti pubblici una erogazione “liberale” (ma obbligatoria, come precisano Marco Palombi e Carlo Tecce su Il Fatto Quotidiano: “I manager nominati dal Pd obbligati a finanziare il partito”) al partito.

Si tratta di una cosa abbastanza risaputa. E sicuramente l’attuale partito di maggioranza relativa non è l’unico a prevedere i “contributi” alle proprie casse da parte di chi riceve incarichi nelle società pubbliche grazie alle designazioni del partito; probabilmente è perfino un segno di trasparenza la circostanza che condizioni ed entità delle “liberalità” al partito siano espressamente previste negli statuti locali. Meno commendevole sarebbe, evidentemente, il condizionamento di incarichi a contributi al partito derivanti da accordi nelle segrete stanze e sotto banco.

Tuttavia, osservare che il fenomeno è certamente di larga portata, antico e diffuso non vale ad evitare di porsi almeno due domande. La prima consiste nel chiedersi se il condizionamento della nomina non tanto e non solo al contributo “volontario” al partito designante, quanto piuttosto all’adesione al partito medesimo, sia fonte di valorizzazione del merito, efficienza e contrasto a possibili conflitti di interessi.

Se a porre queste domande sono questi pixel, gentilmente ospitati, ovviamente la portata del quesito ha un peso. Ma, se a interrogarsi su questi temi è il Presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, evidentemente i temi non sono per nulla di secondaria importanza.

In effetti, il vertice dell’Anac, in occasione dell’audizione davanti alle Commissioni riunite “Affari costituzionali” del Senato della Repubblica e “Bilancio” della Camera dei deputati del 7 giugno 2016, in occasione dell’esame del testo dello schema di decreto legislativo sul testo unico di riforma delle società pubbliche partecipate, non mancò di esprimere forti preoccupazioni e perplessità. Leggiamo:

«Non si può sottacere che le modalità di gestione di alcune società partecipate hanno destato particolare preoccupazione nel corso degli anni. Molte perplessità hanno suscitato fino ad oggi le modalità di reclutamento del personale e i criteri utilizzati per selezionare i componenti dei consigli di amministrazione delle società stesse. La totale assenza di procedure comparative e/o concorsuali per assumere il personale, a vantaggio di forme di reclutamento di tipo privatistico, ha favorito l’instaurarsi di 2 dinamiche poco chiare e trasparenti nella gestione delle risorse umane e di conseguenza dell’utilizzo di risorse pubbliche. Anche con riferimento ai criteri utilizzati per la nomina dei componenti dei consigli di amministrazione, spesso troppo numerosi, e in troppi casi legati alla politica, nonché per la remunerazione, spesso eccessiva rispetto alla funzione svolta, non si possono non esprimere dubbi e perplessità”.

Ecco, l’intervento di Bechis potrebbe essere utile per dare qualche risposta ai dubbi. Il sistema di selezione dei vertici delle società partecipate è in maniera troppo evidente soggetto alla politicizzazione e la lievitazione dei compensi porta ad essere magari malpensanti e ad immaginarne una correlazione stretta con il “contributo volontario” al partito, nella quasi totalità dei casi calcolato in percentuale sul trattamento economico del nominato nel Cda.

La politicizzazione, come Ella, caro Titolare, insegna, non è esattamente un vantaggio se si gestiscono società pubbliche, chiamate ad erogare servizi spesso essenziali con criteri aziendali tendenti al profitto: da ultimo, il caso Atac a Roma conferma per l’ennesima volta che se logiche politiche si pongono in mezzo a quelle gestionali, il risultato è il caos e, soprattutto, i disservizi al cittadino e le perdite difficilmente rimediabili dei bilanci.

Tutti sarebbero portati a pensare che i manager andrebbero scelti valutando le loro capacità operative e non la tessera di partito. I fatti e i dubbi espressi anche dall’Anac lasciano concludere che la coincidenza tra competenza e tessera di partito molto spesso finisce per essere, appunto, solo una “coincidenza”. E la tentata, ma naufragata, riforma della dirigenza pubblica (dei vertici nelle amministrazioni, non nelle società partecipate), che avrebbe dato mano libera alla politica di scegliere fior da fiore i dirigenti da un albo, invece che per selezione o graduatorie, ha certamente aperto il rischio di estendere all’intero apparato pubblico le logiche alla base della selezione dei vertici delle società partecipate, che tante perplessità suscitano all’Anac.

La seconda domanda da porsi, caro Titolare, è: se i contributi “volontari” al partito da parte dei nominati nelle partecipate sono un sistema per finanziare il partito, in epoca di abolizione del finanziamento pubblico, è davvero credibile aspettarsi che la riforma delle società partecipate davvero sortirà l’effetto di ridurle “da 8.000 a 1.000”, di contenere gli stipendi, di diminuire drasticamente il numero dei componenti dei Cda, di ottenere miliardi di “risparmi”? Come dice, Titolare? Infatti, la riforma, infatti, appare ben lontana dal cogliere davvero questi obiettivi?

Ecco, le regole “di ingaggio” di coloro che sono chiamati a dirigere le società pubbliche appaiono, oggettivamente, in contrasto con gli obiettivi dichiarati dalla riforma; né appare un caso che essa non affronti nemmeno minimamente nessuno dei dubbi e delle perplessità evidenziate dall’Anac. I “contributi volontari” dei nominati, evidentemente, contano molto.

Ultimi in Contributi esterni

Go to Top