La Neolingua

In un editoriale pubblicato oggi sul Washington Post, Anne Applebaum analizza la posizione assunta da Amnesty International nei confronti degli Stati Uniti. Pietra dello scandalo resta il carcere per “combattenti nemici” di Guantanamo. Amnesty, in particolare, usa per il campo di detenzione il termine “gulag“. E’ importante sottolineare la valenza evocativa esercitata da alcuni termini, sul piano della psicologia cognitiva, che da relativamente poco tempo è entrata a pieno titolo tra le discipline di studio della scienza politica.

Applebaum, alcuni anni addietro, spese parecchi giorni a leggere newsletters, pamphlet ed altre informative sulle condizioni di vita nelle prigioni sovietiche. Alcuni di questi racconti erano estremamente dettagliati, a testimoniare l’incredibile abilità dei prigionieri nel contrabbandare all’esterno le proprie storie. Ma Amnesty fece qualcosa di più e di diverso: riuscì a evidenziare come l’intero sistema politico sovietico (i media, controllati dallo stato, il sistema giudiziario, la polizia segreta) fosse univocamente finalizzato a sopprimere ogni e qualsiasi manifestazione di dissenso.
Durante la dittatura di Stalin, circa 25 milioni di persone furono arrestate in Unione Sovietica, perlopiù arbitrariamente, e poste in campi di detenzione per lavori forzati, o esiliate in sperduti villaggi in tutto il paese. In milioni morirono di stenti. A quell’epoca, Amnesty International conosceva il significato del termine gulag, così come conosceva quello del termine “neutralità”, cioè equidistanza dai blocchi, ciò che permise, durante la Guerra Fredda, che le proprie pubblicazioni non venissero additate come propaganda da una o dall’altra delle parti.

Applebaum si chiede quando Amnesty abbia cessato di essere neutrale, per volgersi ad un ordinario antiamericanismo di maniera. Ma di certo, l’uso improprio del termine “gulag dei nostri giorni”, riferito a Guantanamo ed utilizzato da Irene Khan, segretario generale di Amnesty, segna un punto di svolta per quell’organizzazione. Concetto ribadito dal direttore di Amnesty per gli Stati Uniti, William Schulz, che in un’intervista ha affermato che i governi stranieri dovrebbero perseguire gli ufficiali ed i soldati statunitensi, come fossero l’equivalente della criminale leadership sovietica.
E così, in uno di quegli ormai abituali corto-circuiti del pensiero e del linguaggio (e qui entra in gioco la psicologia cognitiva ed il suo utilizzo strategico nella comunicazione politica), Guantanamo è un gulag, Bush è Stalin e gli Stati Uniti, per usare il “francesismo” utilizzato da Schulz, sono l’”iperpotenza” che si fa beffe della regola della legge e dei diritti umani, proprio come l’Unione Sovietica. Ma è proprio qui la contraddizione irritante, per usare un eufemismo: nell’ex Urss sarebbe stato impossibile, per la Corte Suprema, ordinare al governo di cambiare le proprie regole a Guantanamo, come invece è stato fatto, o per i media investigare su Abu Ghraib, come hanno potuto fare, o per una Irene Khan pubblicare un qualsivoglia rapporto indipendente.

Come tutti, anche noi siamo sconcertati da alcune pratiche, di detenzione ed interrogatorio, compiute da organi dell’Amministrazione americana, ed anche dalla mancanza di meccanismi legali e codificati per giudicare detenuti, siano essi “atipici” come quelli di Gitmo. Ma lo siamo proprio perché gli Stati Uniti non sono l’Unione Sovietica, perché i centri di detenzione non sono consustanziali al sistema politico statunitense, e soprattutto perché tali pratiche sono fortemente controproducenti per l’immagine degli Stati Uniti, che restano la più grande e potente democrazia del pianeta, e per la loro volontà di guidare l’evoluzione democratica di molte aree del pianeta. Se proviamo a contestualizzare e demistificare ciò che è accaduto a Guantanamo, e più in generale nella democrazia statunitense dall’11 settembre 2001, riusciremo a comprendere. E non saranno esattamente “dettagli”.

Comprenderemo, ad esempio, che Guantanamo è potuta accadere perché gli Usa stanno fronteggiando il terrorismo ed alcuni fenomeni ad esso correlati, rispetto ai quali una innegabile misura di civiltà giuridica quale la Convenzione di Ginevra mal si adattava e si adatta. Da qui alcune degenerazioni, rispetto alle quali, tuttavia, gli Stati Uniti stanno dimostrando di avere gli anticorpi democratici.
Ma è sul piano dell’analisi di episodi e procedure utilizzate dagli americani che emergono evidenze molto interessanti ed “istruttive”. Come osserva Charles Krauthammer, occorre definire in termini “operativi” il significato di “mishandling” riferito alle asserite profanazioni del Corano. Secondo le direttive emanate dal Pentagono, “corretta gestione”, in questo contesto, significa usare due mani ed indossare guanti per maneggiare il testo sacro dell’Islam. Ciò equivarrebbe a dire che la violazione anche di una sola delle due condizioni equivarrebbe a “mishandling“. Inoltre, ad ogni prigioniero di fede islamica viene assegnata una copia del Corano. Krauthammer si chiede:

Moreover, what were the Korans doing there in the first place? The very possibility of mishandling Korans arose because we gave them to each prisoner. What kind of crazy tolerance is this? Is there any other country that would give a prisoner precisely the religious text that that prisoner and those affiliated with him invoke to justify the slaughter of innocents? If the prisoners had to have reading material, I would have given them the book “Portraits 9/11/01” — vignettes of the lives of those massacred on Sept. 11.

Why this abjectness on our part? On the very day the braying mob in Pakistan demonstrated over the false Koran report in Newsweek, a suicide bomber blew up an Islamic shrine in Islamabad, destroying not just innocent men, women and children, but undoubtedly many Korans as well. Not a word of condemnation. No demonstrations.

Does the Koran deserve special respect? Of course it does. As do the Bibles destroyed by the religious police in Saudi Arabia and the Torahs blown up in various synagogues from Tunisia to Turkey.

Il relativismo culturale di larga parte della sinistra sedicente libertaria, di qua e di là dell’Atlantico, è ben rappresentato dal comportamento degli one-way libertarians, quelli che sanguinano per presunte violazioni del codice di rispetto delle sensibilità religiose altrui, ma che di fronte a comportamenti pubblici che rasentano la blasfemia verso (ad esempio) la fede cristiana, impugnano come una clava la bandiera del free speech.

Le democrazie, anche nelle loro declinazioni più imperfette, sono sempre incomparabilmente più trasparenti dei regimi autoritari. Amnesty può e deve sottolineare con forza le debolezze della più potente democrazia del mondo, ma non dovrebbe mai scordare che l’apparentemente ampio differenziale nel numero di casi riportati di violazioni dei diritti umani tra Stati Uniti e (ad esempio) Cina, non è frutto della degenerazione liberticida degli uni e della convergenza virtuosa al culto dei diritti umani da parte degli altri. Molto più banalmente, tale differenziale è il frutto della libertà: di stampa, di godimento dei diritti civili e politici, e della capacità di un sistema democratico di emendarsi e combattere le proprie degenerazioni. Ogni interpretazione diversa da questa, oltre a sfidare logica e buona fede, politica ma soprattutto etica, ci ricorda tanto quel famoso paradosso filosofico: un albero cade nella foresta, ma nessuno è lì ad accorgersene: possiamo affermare che quell’albero è effettivamente caduto? Per una parte della sinistra liberal e neocospirazionista, apparentemente non minoritaria, pare purtroppo che quell’albero non sia mai caduto.

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