Autolesionismo fiscale

La Francia è l’unico paese del G7 a tassare i patrimoni. Fin qui, nulla di male. Ma molti francesi, grazie al brillante andamento del mercato immobiliare negli ultimi anni, si stanno scoprendo benestanti. Nemmeno il tempo di congratularsi con il proprio ego per questa brillante riuscita sociale, ed ecco la tegola: a plusvalenze teoriche corrispondono tasse reali, che spingono sempre più contribuenti a vendere parte o tutta la proprietà immobiliare per poter soddisfare le richieste del fisco. Per molti di loro, che spesso sono anche imprenditori, il passo successivo consiste nell’espatriare in Svizzera o in altri paesi fiscalmente meno ottusi.

Il raddoppio dei prezzi medi delle proprietà immobiliari, avvenuto negli ultimi otto anni, ha assoggettato all’imposta 335.524 cittadini francesi, il doppio che nel 1997. La ISF (Impot de Solidarité sur la Fortune), venne introdotta vent’anni fa da François Mitterrand. Si applica alla ricchezza netta dei residenti francesi e sui beni detenuti in Francia da non residenti, considerando come base imponibile immobili, titoli, cavalli da corsa e gioielli, ed escludendo opere d’arte ed antichità. L’aliquota è dello 0.5 per cento su patrimoni fino a 732.000 euro, e dell’1.8 per cento per imponibili superiori a 15 milioni di euro. Nel 2004 ha fruttato un gettito di 2.65 miliardi di euro, pari all’1 per cento del totale, in forte ascesa rispetto agli 1,54 miliardi di euro del 1997, quasi esclusivamente per effetto della rivalutazione delle proprietà immobiliari. E’ prevista l’esenzione per i beni aziendali, a condizione che il contribuente sia socio dell’azienda per non meno del 25 per cento e ricopra in essa cariche direttive. Ogni anno, tra il 1997 ed il 2003 una media di 300 contribuenti ha lasciato il paese, depauperandolo di una massa patrimoniale stimata in 10 miliardi di euro, mentre Danimarca, Germania ed Olanda hanno abbandonato l’imposta patrimoniale, rispettivamente nel 1996, 1997 e 2001. Nel 1987, quando era primo ministro nell’ambito della famigerata cohabitation, Jacques Chirac abolì l’imposta, che venne reintrodotta da Mitterrand dopo le elezioni del 1989, che secondo alcuni analisti Chirac perse anche a causa dell’eliminazione della ISF.

Il tema è diventato politicamente spinoso, sia per l’effetto indirettamente disincentivante sull’investimento diretto estero, che per gli effetti perversi che l’imposta genera, soprattutto in termini di debito fiscale che sorge su plusvalenze teoriche non realizzate. Per questo il premier De Villepin sta valutando correttivi, come l’indicizzazione della base imponibile all’inflazione o l’esonero dalla tassa per quanti detengono l’immobile in proprietà per almeno cinque anni, oltre che per gli investitori esteri. Tra i correttivi, anche la proposta di limitare il debito d’imposta al 60 per cento del reddito imponibile, per evitare salassi devastanti come quelli che colpiscono soprattutto gli agricoltori che vanno in pensione, poiché le loro terre subiscono, in tale circostanza, un cambio di destinazione d’uso, da bene aziendale a bene personale, tassato dalla ISF.

Ma anche De Villepin si scontra con la rilevante invidia sociale, che da tempo rappresenta uno dei tratti culturali dominanti dei francesi, anche di fronte a quelle che sono palesi iniquità: secondo un recente sondaggio, il 48 per cento degli interpellati vorrebbe modificare l’imposta, ma ben il 44 per cento preferirebbe mantenerla inalterata.

La patrimoniale francese rappresenta un esempio da manuale di fiscalità perversa: gettito diretto trascurabile, ma forti diseconomie, causate dalla perdita della massa imponibile che ogni anno viene spostata all’estero, oltre che disincentivo all’investimento diretto estero. In materia, si fronteggiano le due abituali scuole di pensiero: quella di chi vede nella fiscalità lo strumento per “punire” la ricchezza altrui (posizione largamente maggioritaria nella sinistra italiana, sia essa antagonista o sedicente riformista), e quella di chi ritiene che la tassazione dovrebbe essere orientata ad aumentare il benessere collettivo, quest’ultima peraltro largamente minoritaria in un paese di radicata tradizione dirigista e colbertista come la Francia. L’obiettivo non è far crescere la torta, ma solo redistribuirne le briciole. E’ il modello franco-renano, bellezza.

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