Libertarismo ben temperato

In Massachusetts è attualmente in corso un ampio dibattito pubblico circa la necessità di estendere la copertura sanitaria assicurativa ai non abbienti. Ma per la prima volta, per effetto di un’iniziativa legislativa attualmente in esame potrebbe essere imposto, ai soggetti dotati di capacità di spesa, l’obbligo di acquistare un’assicurazione sanitaria per eventi catastrofici . I cittadini soggetti all’obbligo sarebbero quelli privi di copertura fornita dal datore di lavoro, giovani, senza carichi di famiglia ed in buona salute. In tal modo (come abbiamo già discusso) verrebbero introdotti dei correttivi per aumentare efficacia ed efficienza della spesa sanitaria. Ma ciò finirebbe, apparentemente, col contrastare con il principio libertario secondo il quale ognuno dovrebbe essere artefice del proprio destino. Di solito, l’opposizione all’introduzione dell’obbligo di assicurazione sanitaria tende ad essere di due tipi:

1) “E’ il mio denaro, e se decido di spenderlo in qualcosa di diverso da una polizza di assicurazione, sono affari miei.”

2) “Non dovrei pagare per l’assicurazione sanitaria. Qualcun altro dovrebbe farlo per me”.

Nel caso della discussione in corso a Boston, noi sosteniamo l’obbligatorietà dell’assicurazione sanitaria (per chi è capiente sotto il profilo del reddito), perché pensiamo che il gruppo 2 sia ben più numeroso del gruppo 1. Così, se non avremo assicurazione sanitaria obbligatoria, ciò che otterremo non sarà l’alternativa libertaria favorita dal gruppo 1, ma l’alternativa socialista favorita dal gruppo 2. A volte, i principi libertari devono essere attenuati (o meglio, reinterpretati) per adattarli al fatto che l’uomo non è una monade: interagisce con la comunità, la condiziona con il proprio operato ed è da essa vincolato a vario titolo e grado. Chiamatela pure politica di riduzione del danno…

Problema simile, e forse meno teorico, è quello che riguarda il sistema pensionistico cileno. Come noto, esso si basa su un meccanismo a capitalizzazione pura, che prevede il versamento del 12.4 per cento delle retribuzioni lorde in fondi pensione. Secondo le assunzioni attuariali, tale metodo d’investimento, che ipotizza un ritorno medio del 4 per cento annuo (finora sempre ampiamente superato), dovrebbe assicurare una pensione non inferiore al 70 per cento del reddito di lavoro. Tuttavia, tra le assunzioni, è fondamentale quella che ipotizza che la contribuzione resti in essere per almeno l’80 per cento della vita lavorativa. Sfortunatamente, come segnala l’Economist del 12 novembre, quasi metà dei 6.3 milioni di lavoratori cileni presenta “buchi” contributivi. Il problema è particolarmente acuto tra le donne con responsabilità di capofamiglia e coinvolge addirittura il 95 per cento degli 1.4 milioni di lavoratori autonomi. Lo stato prevede, come rete di protezione, una pensione sociale di 150 dollari mensili, alla quale avrebbero diritto di accedere ben 3 milioni di persone, con un costo che potrebbe toccare, entro il 2030, il livello (gestibile) dell’1.2 per cento del prodotto interno lordo. Ma le persistenti pressioni per aumentare tale erogazione potrebbero mettere a rischio i conti pubblici, e stimolare la richiesta di ripubblicizzazione del sistema pensionistico nazionale. Il mondo politico cileno, quindi, deve affrontare il dilemma di come contrastare questi gap contributivi, e l’argomento rappresenta un tema caldo delle imminenti elezioni presidenziali dell’11 dicembre. Un possibile correttivo potrebbe essere dato dall’integrazione da parte dello stato delle contribuzioni dei “gruppi vulnerabili”. Ciò incrementerebbe il costo fiscale immediato, ma avrebbe positive ricadute di lungo periodo per le finanze pubbliche, perché ridurrebbe il numero dei potenziali richiedenti della pensione statale minima. Ancora una volta, la rettifica di un principio libertario puro può servire a ridurre il rischio di successivi interventi di socializzazione di ampi settori dell’economia nazionale.

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