Il dibattito sul salario minimo

Hillary Rodham Clinton ha annunciato che presenterà un disegno di legge per legare gli incrementi percentuali delle indennità dei membri del Congresso a quelli relativi al salario minimo federale, che verrà inoltre progressivamente aumentato. Le motivazioni della proposta sono legate al desiderio di migliorare le condizioni di vita dei figli delle famiglie lavoratrici povere, i cosiddetti working poors.

Nel 1989, il Congresso ha approvato la legislazione che indicizza le retribuzioni dei propri membri al costo della vita (COLA, Cost of Living Adjustment), ed il Congresso ogni anno può accettare o respingere l’adeguamento automatico (circostanza, quest’ultima, finora verificatasi cinque volte), anche se nel 1991 i Rappresentanti hanno deciso di concedersi un aumento una tantum del 25 per cento. Il salario minimo federale è attualmente pari a 5.15 dollari l’ora, ed è stato aumentato per l’ultima volta nel 1997. Se il salario minimo avesse beneficiato della stessa indicizzazione prevista per i membri del Congresso, oggi sarebbe pari a 6.51 dollari l’ora. Una famiglia di quattro persone, con due adulti che lavorano in regime di salario minimo federale, guadagnerebbe 21.424 dollari annui, ponendosi immediatamente sopra la linea ufficiale di povertà, fissata a 20.000 dollari annui per questa tipologia familiare.

Il dibattito sul salario minimo rappresenta un tema politicamente e socialmente sensibile. Secondo alcuni economisti, il salario minimo rende più difficile l’aggiustamento verso il basso dei salari e tende ad aumentare la disoccupazione tra i lavoratori non qualificati, impedendo loro di fruire della formazione sul lavoro. Inoltre, esso sembra esercitare il maggiore impatto sui più giovani, i cui salari di equilibrio sono tendenzialmente più bassi a causa della scarsa o nulla qualificazione professionale, oltre che per il fatto che spesso la retribuzione di questo segmento del mercato del lavoro include il cosiddetto on-the-job training, che altro non è se non il riconoscimento che la retribuzione, in condizioni di equilibrio di mercato, deve essere correlata alla produttività. Il salario minimo tende ad alterare domanda ed offerta di lavoro: riguardo al segmento dei teenagers lavoratori, in particolare, esso tende ad aumentare il numero dei giovani in cerca di lavoro, produce fenomeni di abbandono precoce degli studi oltre che di spiazzamento e relativo aumento della disoccupazione, indotti dalla rigidità verso il basso della struttura retributiva all’aumentata offerta di lavoro. Secondo altre analisi, inoltre, la politica del salario minimo come strumento di lotta alla povertà non sarebbe correttamente mirata: dalle statistiche statunitensi si rileva che solo un terzo dei percettori di salario minimo appartengono a famiglie con redditi inferiori alla soglia di povertà. Molti sono invece i giovani appartenenti alla classe media lavoratrice, in cerca di un reddito extra per le proprie spese. Meglio sarebbe, quindi, intervenire con forme di integrazione salariale diretta nei casi di redditi inferiori alla soglia di povertà. Ciò servirebbe a minimizzare gli attriti al funzionamento del mercato del lavoro ed al raggiungimento della piena occupazione ad ogni prezzo (cioè salario) offerto.

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