Il Gosplan de noantri

Forse ha ragione chi definisce il Dpef un libro dei sogni, un “vorrei ma non posso”, la lista dei provvedimenti di spesa che il governo (qualsiasi governo) ambirebbe ad introdurre, ma che la ristrettezza delle risorse finanziarie impedisce di realizzare. Per due mesi, questo documento propedeutico e pleonastico alla legge Finanziaria, e che reca in sé il dna della velleitaria pianificazione quinquennale, bloccherà i lavori parlamentari e le prime pagine dei giornali, consentendo a politici, sindacati, imprenditori e opinion maker di avere il proprio quarto d’ora di popolarità, soprattutto quella che deriva da veti e niet. Anche il Dpef 2007-2011 presentato ieri dal governo Prodi è destinato a non sottrarsi alla tradizione, come dimostra la mancata partecipazione al voto in consiglio dei ministri da parte del ministro del Prc, Ferrero, e le susseguenti richieste di “cabine di regia” da parte della sinistra radicale e dei sindacati. Difficile analizzare qualcosa che di fatto non rappresenta neppure una cornice dei provvedimenti che vedranno la luce nei prossimi mesi. Partiamo dagli elementi positivi del documento.

Tra essi figura certamente la stima prudenziale sulla crescita del prodotto interno lordo nel quinquennio 2007-2011, che testimoniano del buon senso del ministro dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa. Poi ci sembra positiva la scelta di non finanziare il taglio di 5 punti percentuali al cuneo fiscale attraverso la decontribuzione, che avrebbe provocato devastazioni nel conto previdenziale dei lavoratori, soprattutto di quelli più giovani. La riduzione dovrebbe essere ripartita sia sul datore di lavoro che sul lavoratore e dovrebbe essere selettiva, applicandosi solo ai contratti di lavoro a tempo indeterminato. Lodevole tentativo di eliminare la precarizzazione dei rapporti di lavoro ma temiamo del tutto insufficiente, in presenza di persistenti rigidità ai licenziamenti, ad innescare significative riconversioni di rapporti di lavoro temporanei verso il tempo indeterminato. Nel campo della sanità, osserviamo l’ambizioso tentativo di azzerare il deficit entro tre anni, mantenendo o addirittura rafforzando i livelli di assistenza. L’incidenza della spesa sanitaria sul prodotto interno lordo è cresciuta dal 5.7 per cento del 2000 al 6.7 per cento del 2005. Frutto di sprechi e clientele promossi dall’odiato governo precedente o dell’innalzamento della speranza di vita, dell’incidenza degli anziani sulla popolazione e delle innovazioni tecnologiche in medicina? Oppure ancora frutto della prodigalità delle regioni? In attesa della risposta, il ministro Turco propone un’incidenza fissa per tre anni della spesa, al 6.6 per cento del pil, che sarebbe un miglioramento rispetto al 7 per cento di dinamica tendenziale. Previsto anche il coinvolgimento delle regioni nel contenimento della spesa, auspicabilmente senza i mezzucci proposti dal governatore del Lazio, Marrazzo, che nei giorni scorsi ha affermato che la popolazione residente nella sua regione sarebbe di 350.000 persone superiore ai dati ministeriali, e ciò eliminerebbe by magic l’extra-deficit sanitario e la maggiorazione Irpef ed Irap prevista da Padoa Schioppa. Una nota di merito per l’ipotesi di reintroduzione del ticket in quelle regioni che li hanno cancellati. Nota di merito che deriva dal riconoscimento che “la compartecipazione alla spesa sanitaria rappresenta la garanzia dell’universalità del Servizio Sanitario Nazionale”: un interessante progresso rispetto all’eliminazione dei ticket decisa dal governo Amato a pochi mesi dalle elezioni politiche del 2001.

Tuttavia, poiché equità è il mantra di questo esecutivo, non è da escludere che i ticket siano inseriti solo per i “ricchi”, magari i plutocrati con reddito pari o superiore ai 50.000 euro annui, perché i grandi numeri si ottengono solo agendo sulla classe media. Noi, molto umilmente, ricordiamo i meccanismi alternativi di finanziamento della spesa sanitaria in vigore in altri paesi europei. Non sono un toccasana, ma possono servire alla bisogna. Nei programmi d’intervento sulla spesa, un ambito d’azione obbligata è quello sugli statali. Non sarà l’ennesima riproposizione secca del blocco del turnover, che l’esperienza di alcuni decenni ha dimostrato essere del tutto inefficace, bensì l’utilizzo di un mix di strumenti più vicini al mondo delle imprese private, quali le dimissioni incentivate. Manovra rischiosissima, perché gli organici della pubblica amministrazione si sono finora dimostrati incomprimibili, e l’ingente spesa per dimissioni incentivate potrebbe essere vanificata in pochi mesi.

Ci sembra opportuno richiamare due dati statistici relativi al periodo 2000-2005. Durante questo arco temporale la crescita delle retribuzioni pubbliche pro-capite “ha sopravanzato quella complessiva”, secondo il Dpef. Ancora: nelle scuole elementari il rapporto alunni-insegnanti è pari a 10.6, contro il 19.5 della media Ue. Nell’ambito della sicurezza,l’Italia può contare su 559 uomini ogni 100.000 abitanti contro il livello europeo di 309. Chissà dove sono ora Fassino e Rutelli, che nella scorsa legislatura erano tra i più vocali e vocianti nel parlare di distruzione della scuola pubblica e nel denunciare che polizia e carabinieri non erano in grado neppure di comprare la benzina per le auto di servizio. E’ lo scorso governo che ha speso troppo e male? Oppure si è limitato a mantenere un trend pluridecennale? Di certo, con questi dati sembra difficile confermare lo scenario dickensiano che la sinistra ha dipinto durante tutta la scorsa legislatura. Segnaliamo i mal di pancia del sindacato: la Cgil alla fine pronuncia un sofferto “obbedisco”, mentre la Cisl resta in trincea. Notevole una dichiarazione televisiva del segretario generale Bonanni, che ha avvertito che “le lobbies si nascondono ovunque”, dimenticando che ogni organizzazione è una lobby, sindacati e associazioni dei consumatori incluse. Ma forse, nell’Italia eticamente impegnata dei nostri giorni, il termine lobby non equivale a “gruppo organizzato d’interesse”, bensì a “forze oscure della conservazione”. Un atteggiamento più laico su questi temi non guasterebbe. Nel frattempo il governo, come contentino, alza il tasso d’inflazione programmata per il 2007 dall’1.9 al 2 per cento (ma sarebbe di gran lunga preferibile reintrodurre la restituzione del fiscal drag), e sembra (finora) orientato a ridurre al minimo il numero di mani che si metteranno sul timone della politica economica, come conferma un’altra frase di Bonanni, che si lamenta della scarsa informazione preventiva sul Dpef e richiama il feticcio degli accordi del 23 luglio 1993: “Nell’accordo non c’è scritto sentite le parti sociali, ma d’intesa con esse.” E’ auspicabile che quell’epoca sia definitivamente tramontata.