Il governo dell’immigrazione

Il Consiglio dei ministri ha autorizzato un secondo decreto flussi per il 2006 per regolarizzare la posizione dei lavoratori che avevano presentato in primavera la domanda. È stata, così, sanata la differenza fra le 520mila domande che erano state firmate dai datori di lavoro e presentate dagli stessi extracomunitari palesemente già in Italia e i 170mila permessi autorizzati dal Governo Berlusconi.
Secondo il ministro della Solidarietà Sociale, Ferrero, il nuovo decreto flussi porterà nelle casse dello Stato tra un miliardo e un miliardo e mezzo di euro sotto forma di pagamento di contributi da parte dei datori di lavoro, evitando a circa 350mila persone di lavorare in nero.
Con la riapertura delle quote 2006 è stato anche liberalizzato il mercato del lavoro per i cittadini dei Paesi neocomunitari, con opportunità di sviluppo per l’agricoltura, dove un lavoratore su dieci è immigrato, proveniente, in genere, dalla Polonia. Restano in essere molti problemi relativi alla gestione dei flussi migratori, in primo luogo la ricerca di un equilibrio tra risorse di welfare assorbite e reddito generato dagli immigrati, soprattutto relativamente ai meccanismi di ricongiungimento familiare. I flussi migratori riguardano, in via preponderante, lavoratori a bassa qualificazione professionale, che sono quelli che subiscono le maggiori pressioni al ribasso sui propri redditi, e tendono a diventare utilizzatori netti di risorse di welfare. Questa tendenza riflette la specializzazione prevalente nell’economia italiana: attività a basso valore aggiunto e bassa crescita di produttività, che necessita di una dinamica retributiva stabile o cedente per assorbire la crescente offerta di lavoro non qualificato. Ma esiste anche una quota di immigrazione, effettiva e potenziale, che riguarda soggetti ad elevata qualificazione professionale e che di solito è scarsamente indagata nelle analisi del mercato del lavoro.

Come ci segnala Giovanni Papperini, titolare di uno studio di consulenza specializzata in investimenti diretti esteri in Italia, relocation e corporate immigration, esistono e persistono rilevanti ostacoli burocratici ai flussi di immigrazione qualificata diretti verso il nostro paese:

Purtroppo la situazione reale in Italia in tema di immigrazione non è lineare e non solo per l’ambiguità della sinistra. Personalmente, brucio quasi tutte le mie energie ogni anno per far entrare in Italia una manciata di imprenditori, professionisti, manager extracomunitari perfettamente integrabili nella realtà italiana, con alle spalle o curricula di tutto rispetto ed ingenti capitali puliti o addirittura manager di multinazionali ai primi posti di Fortune. Sono costretto a confrontarmi con una burocrazia spesso non adeguata, se non ostile, e mi irrita
moltissimo dover pagare con le mie tasse persone che non hanno alcuna preparazione adeguata o sono addirittura capaci di stravolgere il senso letterale di circolari esplicative inviate dai ministeri. E questo succede con tutti i governi, di qualsiasi orientamento politico, che si sono succeduti dal 1986, quando ho iniziato – ma chi me l’ha fatto fare!! – questa attività di consulenza di immigrazione qualificata e relocation.
L’idea è quella di creare/modificare dal basso le condizioni ambientali per ampliare il numero e renderne il più possibile lunga la presenza in Italia di persone innovative, creative, con grandi capacità manageriali ed imprenditoriali. La presenza di tal persone sul territorio, è dimostrato da vari studi, aumenta il grado di competitività del territorio. Crea sviluppo economico diretto ed indotto. Inoltre si tratta spesso di persone con grandi disponibilità economiche che attivano molti servizi intorno a loro ed alle loro famiglie.
In quest’ottica la componente “immigrati” stranieri è solo una quota parte, molti sono/potrebbero essere italiani di passaporto, temperamento, origine, ecc: l’importante è trovare il sistema per non farli scappare per sempre dall’Italia, farli certo andare all’estero quando e come vogliono, ma far sì che ritengano l’Italia come un interessante luogo di transito della loro carriera internazionale e non solo la terra dei padri nella quale tornare solo per le vacanze di Natale o per la pensione.
Tutto serve per aumentare il nucleo di tali persone, anche l’immigrazione extracomunitaria qualificata è importante. Da calcoli approssimativi risulta, ad esempio, che il 5% di dirigenti e tecnici giapponesi nelle imprese a capitale giapponese in Italia crei le condizioni per dare lavoro al rimanente 95% italiano dei dipendenti e fornitori esterni di tali aziende.
Per quanto riguarda più in generale l’apporto della componente straniera sul totale della classe creativa (top manager, professionisti, imprenditori) in Italia, ho letto recentemente su Il Sole-24 (22 aprile 2006 pag. 21) una intervista al “cacciatore di teste” aziendale Vito Gioia, dove si accenna a 3500 executives assunti dall’estero. Un dato che combacia in linea di massima con dati relativi al turnover delle autorizzazioni al lavoro nei flussi (circa mille l’anno come subordinati e un pò di più come autonomi di qualifica elevata) e “fuori flusso”, (circa 2000 ogni anno) e dei ritorni in patria annuali dei manager e professionisti stranieri. Niente a che fare con il turnover, in entrata ed uscita, di centinaia di migliaia di executives e professionisti ogni anno nel/dal Regno Unito ed addirittura del turnover di milioni di persone altamente qualificate da e negli USA (da notare la presenza all’estero di circa 4 milioni di statunitensi, spesso in posizioni professionali elevate). Sempre in tale articolo si accenna alla pubblica amministrazione in termini non propriamente positivi ai fini dell’ingresso e permanenza di tali “extracomunitari” in Italia.

Il governo dell’immigrazione deve accantonare suggestioni terzomondiste ed agevolare l’incontro tra domanda ed offerta di lavoro, generico e qualificato (per gli evidenti benefici in termini di generazione di risorse fiscali nette che quest’ultimo genera). La soppressione delle dinamiche di mercato del lavoro nella gestione dei flussi è destinata a produrre squilibri sociali e l’aggravamento della crisi fiscale del paese.