I fatti vostri e gli affari loro

E così, dopo un anno di governo della sinistra, la Rai ha cessato di essere una anomalia. Nel senso che, sia pure a fatica, il meccanismo di spoils system che, ad ogni cambio di maggioranza, investe aziende pubbliche e ministeri si è rimesso in moto a pieno regime. I fatti sono noti, ma li riepiloghiamo: il cda della Rai, dopo la riformicchia cencelliana della scorsa legislatura (frutto della debolezza politica del governo Berlusconi ma soprattutto del formidabile potere d’interdizione del monolite sindacal-sovietico noto come Usigrai, guidato dall’arruffapopolo Beppe Giulietti), è composto da nove membri. Cinque sono attualmente vicini al centrodestra, quattro al centrosinistra, che esprime anche il presidente dell’improbabile “servizio pubblico”, nella persona del diessino Claudio Petruccioli, che è passato nello spazio di una mattinata dalla presidenza della Commissione di Vigilanza sulla Rai al vertice di Viale Mazzini senza che alcuno menasse scandalo, forse perché la lettera della legge nulla dice in merito. Orbene, al cambio di maggioranza politica nel Paese, ci si sarebbe aspettati anche un bel ribaltone in tutta la struttura della Rai, ma così non è stato, o meglio, è stato solo in minima parte.

Il ricambio si è avviato, con eccellente tempismo, nell’aprile dello scorso anno, e casualmente pochi giorni dopo le elezioni politiche quando l’Autorità Garante delle Comunicazioni votò, a maggioranza di 5 contro 4 e col voto determinante del proprio presidente, Corrado Calabrò, la dichiarazione di incompatibilità di Alfredo Meocci (in quota Udc) con la carica di direttore generale della Rai, in quanto per sette anni (dal 1998 al 2005) aveva fatto parte proprio dell’organismo preposto alla vigilanza sul settore. Vicenda non chiarissima, in quanto Meocci sostiene da sempre di aver avuto un pronunciamento della stessa Agcom del 2003 in cui, a sua esplicita richiesta, l’Autorità non rilevava impedimenti al rientro in viale Mazzini di un dipendente Rai in aspettativa. Ma evidentemente le norme esistono per essere interpretate, con un occhio ai rapporti di forza della politica. A Meocci succedette Cappon, che finora non è riuscito ad avviare il piano industriale della Rai per evidente disomogeneità politica col cda, col quale deve convivere in una logorante guerra di trincea. Il problema del centrosinistra, dunque, è stato per circa un anno quello di riuscire a capire come prendere il controllo della Rai.

Al pronunciamento di Calabrò, che ha avviato l’opera, pochi giorni fa ha fatto seguito quello della magistratura romana, che lo scorso 8 maggio ha chiesto il rinvio a giudizio dei cinque consiglieri d’amministrazione Rai che nominarono Meocci, cioè di quelli del centrodestra. Ma poiché i tempi della giustizia, in questo paese, sono da sempre molto più lenti rispetto a quelli della politica, e l’eliminazione per via giudiziaria degli avversari sembra un arma ormai spuntata rispetto al periodo d’oro dei ruggenti anni Novanta, il governo ha deciso di schierare, in un moto di resipiscenza a orologeria, l’ineffabile ministro dell’Economia, Tommaso Padoa Schioppa, che ha sfiduciato il consigliere Petroni, nominato da via XX Settembre nel 2003 (Tremonti), e confermato nel 2005 da Siniscalco. Per rinforzare il concetto, poi, il governo, per bocca del sottosegretario Enrico Letta, ha annunciato il cambio delle regole di governance della Rai. Impareggiabili, i nostri progressisti: da quando hanno appreso a ruminare un po’ di mercato e d’inglese, sono molto più self-confident nelle pratiche predatorie e spartitorie. Attendiamo sviluppi di una vicenda complessa e di difficile interpretazione giuridica (sfiduciare non equivale a rimuovere, in questo caso specifico), anche da parte di una magistratura sempre molto attenta al calendario della politica.

Quello che vorremmo precisare è che lo spoils system non ci scandalizza, anzi. L’unica nostra preoccupazione, in quanto contribuenti, è che in questo paese tale pratica tende ad accompagnarsi a ricorsi al giudice del lavoro da parte dei defenestrati (non i mebri del cda, ovviamente, ma i dirigenti e funzionari che entro alcune settimane ne seguiranno i destini), e tende a far lievitare il costo del personale. Certamente questa accelerazione potrebbe anche essere funzionale, come ritiene Massimo Franco e come denunciato tempo addietro da Cesare Salvi, ad un regolamento di conti tra Partito Democratico e resto della sinistra, perché ottobre non è poi così lontano. Ma noi vorremmo andare oltre, e tornare su un tema carsico del dibattito politico italiano: la privatizzazione della Rai. Leggete, ad esempio, cosa scriveva il 30 dicembre 2004, in una lettera al Corriere, un illuminato Romano Prodi:

“Mi sembra, pertanto, interamente condivisibile la posizione recentemente espressa dall’autorità Antitrust che ha indicato per la Rai la strada della divisione in due società distinte, la prima «con obblighi di servizio pubblico generale finanziata esclusivamente dal canone», la seconda «a carattere commerciale» e tenuta a sostenere «le proprie attività attraverso la raccolta pubblicitaria». Va da sé che la prima società dovrebbe restare di proprietà pubblica, mentre la seconda potrebbe e dovrebbe essere messa in vendita ed offerta ad investitori e risparmiatori privati.

(…) Una divisione della Rai in due, con una società dedicata al servizio pubblico e finanziata esclusivamente dal canone e una seconda finanziata con la pubblicità e impegnata nel servizio commerciale, un rigoroso controllo antitrust del mercato pubblicitario e una protezione per la stampa di fronte allo strapotere della televisione: questi, lo ripeto, sono gli elementi, tutti pienamente coerenti con quanto avviene nel resto d’Europa, su cui si dovrebbe riformare il sistema televisivo italiano.”

Bene, bravo, bis. Peccato che di quella proposta politica di buon senso si siano perse le tracce, e oggi nessuno tra i liberalizzatori della sinistra parli più di privatizzare almeno parte della Rai, facendole recuperare quel ruolo di servizio pubblico che ha perso da qualche decennio. E’ troppo utile, per entrambi gli schieramenti ma soprattutto a sinistra, che la Rai resti la greppia del potere politico. E immaginatevi che accadrebbe se passasse, nella sua formulazione originaria, il disegno di legge Gentiloni che vorrebbe privare Mediaset di un terzo del proprio fatturato, dimenticandosi di ricomprendere nella nozione di “risorse di sistema” il canone Rai, con buona pace dei solenni enunciati prodiani di cui sopra. Evidentemente, dal 2004 ad oggi i nostri progressisti devono aver smarrito alcune dispense del manuale del perfetto liberalizzatore.

Nella nostra inguaribile ingenuità proseguiamo a sperare che, nella attuale maggioranza, qualcuno si ricordi di essere stato negli anni precedenti sostenitore della privatizzazione della Rai, ma ne dubitiamo. Di certo tra le fila dei privatizzatori non troveremo più i radicali che, dopo aver incassato con l’ultima Finanziaria l’obolo di dieci milioni di euro annui (di soldi dei contribuenti) per il triennio 2007-2009 per Radio Radicale (che è un doppione del GrParlamento Rai), ora difficilmente avranno animo ed attributi di disturbare il Manovratore di Palazzo Chigi. In Rai, la vita è tutto un quiz: da “I Fatti vostri“, agli affari loro.

UPDATE: Mediaset acquisisce il controllo di Endemol, società che vende i suoi format di intrattenimento anche alla Rai. Per il d.g. di viale Mazzini, Claudio Cappon, “occorre fare una riflessione”. Anche secondo noi occorre fare una riflessione circa la qualifica di “servizio pubblico” che può essere assegnata ad un’emittente finanziata in larga parte col canone anche per acquisire programmi quali “La prova del cuoco“, “Notti sul ghiaccio“, “Il treno dei desideri” e “Affari tuoi“.