Il costo delle caste

“I costi della politica sono troppo alti”. Quante volte avete sentito questa frase (o una equivalente) nelle ultime settimane? Troppe, vero? Ora siamo in piena fase di autocritica della classe politica, una fase che ha una duplice valenza: esorcismo per allontanare i cattivi pensieri di un ritorno del moto “rivoluzionario” del 1992, e contentino popolare. Nel primo caso, non c’è all’orizzonte nessuna iniziativa della magistratura per scuotere il Palazzo dalle fondamenta forse perché oggi, nella stanza dei bottoni, ci sono gli amici della corrente mainstream della magistratura, ed è difficile pensare che i giudici abbiano deciso di segare il ramo su cui sono seduti. Dal lato del contentino popolare, invece, la situazione è più complessa: da qualche giorno, i due ex sindacalisti che presiedono i due rami del Parlamento fanno a gara ad annunciare iniziative di morigeratezza prossima ventura. Quali, per ora non è dato sapere. Alcuni apprendisti stregoni della politica professionale hanno da tempo individuato il responsabile di questo “male oscuro” (che poi tanto oscuro non è, a dire il vero) della politica italiana: la diseguaglianza. Ma quale diseguaglianza? Noi pensiamo ve ne siano di due tipi: quella macro e quella micro. La prima discende da alcune tendenze della globalizzazione, la seconda da alcuni palesi vizi strutturali del nostro sistema delle élites.

In soldoni: il gap retributivo tra chi comanda e chi è comandato ha ormai raggiunto livelli storicamente elevatissimi. Un tempo, i sindacalisti durante le trattative sapevano che il metalmeccanico di Mirafiori guadagnava all’incirca un decimo di Vittorio Valletta, lo storico capo-azienda che condusse la Fiat dal Dopoguerra al boom economico. Oggi, occorrono alcune centinaia di metalmeccanici per fare un Sergio Marchionne. Oppure occorrono centinaia di sportellisti bancari per fare un Matteo Arpe. E qui la politica tenta l’autodifesa. Ha iniziato Lucia Annunziata, con uno dei suoi celeberrimi editoriali ruffiani, su La Stampa:

“Dicono (ma non è confermato) che Matteo Arpe, ad di Capitalia, sia uscito dal suo ruolo portandosi a casa cinquanta milioni di euro. È un uomo giovane e in gamba – e per il suo futuro merita ogni augurio. Nessuno può tuttavia non aver notato, domenica sera, che mentre Arpe portava via il suo tesoretto, pochi metri più in là – letteralmente duecento metri – nella stessa Roma, a Palazzo Chigi, il vertice del governo discuteva della destinazione di un altro tesoretto, per capire se riusciva a dare o meno ai dipendenti statali 101 euro di aumento mensile, invece dei 95 che era riuscito a racimolare.”

Una ciambella di salvataggio a cui si è prontamente aggrappato, anche a nome dei colleghi eletti, il vicepremier Francesco Rutelli, intervistato sul Corriere da Sergio Rizzo, co-autore de La Casta:

“Certo, leggere inchieste indignate sugli stipendi dei politici, ed apprendere che la liquidazione con stock option di un giovane e brillante amministratore bancario di Capitalia vale decine di milioni di euro fa riflettere. Qualcuno ha calcolato che quella liquidazione vale più di un anno di retribuzioni dell’intero Senato della Repubblica.”

Ora, la materia è complessa, andiamo per gradi. Durante il quinquennio in cui ha servito come a.d., Matteo Arpe ha visto (o ha determinato, a seconda dei punti di vista) la moltiplicazione per cinque (e più) del valore di mercato di Capitalia. E’ ragionevole attendersi che parte della sua retribuzione sia stata agganciata ai risultati aziendali. Inoltre, esiste un mercato internazionale dei top manager, che ne determina la struttura retributiva. Ancora: Capitalia è società privata, quindi se i compensi ai suoi manager sono eccessivi, è sempre possibile per l’assemblea dei soci (o per il mercato, in caso non producano risultati) sfiduciarli. Ci si potrebbe domandare se il mercato creditizio italiano è ed è stato un modello di concorrenza, o se piuttosto non ci siano state rendite di posizione oligarchiche e parassitarie. Forse sono vere entrambe le spiegazioni.

Ma ci si potrebbe anche chiedere: chi ha la responsabilità di non aver introdotto condizioni di competitività nel sistema creditizio italiano? Il legislatore, cioè la classe politica. La quale classe politica è allo stesso modo responsabile di compensi dei manager pubblici che prevedevano buonuscite milionarie (in euro) pur a fronte di eclatanti fallimenti, come quello di Giancarlo Cimoli ad Alitalia. E ancora, è colpa dell’orografia italiana se i costi per chilometro dell’alta velocità ferroviaria, nel nostro paese, sono il triplo o il quadruplo della media europea? Ecco, a noi, a dirla tutta, la tesi di Rutelli e della Annunziata ci pare molto gracile ed un tantino paracula.

Tralasciamo il fatto che la stessa Annunziata è la depositaria di uno dei segreti meglio custoditi della storia della Rai: l’entità della sua buonuscita, quando fece lo sdegnato gesto di dimettersi, dopo poche settimane, da “Presidente di garanzia” del nostro cosiddetto servizio pubblico. E ancora oggi, la nostra columnist con le palle, così watchdog con i nemici e così miciona con amici e compagni, si è nuovamente sdegnata apprendendo dell’acquisto di Endemol da parte di Mediaset. Il motivo? Beh, la sua trasmissione Rai “In 1/2 ora” è prodotta da una controllata di Endemol, e non sia mai che Lucia possa lavorare per il nemico. Al più, potrebbe crearsi una società di produzione tutta sua, con l’entusiastica adesione dei suoi compari/compagni e vendere alla Rai la trasmissione, chiavi in mano. Certo, occorre considerare che “In 1/2 ora” è una trasmissione davvero molto complessa: un tavolo, un orologio, un intervistatore, un intervistato. Difficile immaginare che tra gli undicimila dipendenti Rai ve ne sia qualcuno in grado di produrre “in house” qualcosa del genere. Meglio mettere mano al portafoglio e “andare sul mercato” per fare servizio pubblico, in attesa che Fabio Fazio (altro specialista di buonuscite miliardarie) lasci a sua volta Endemol e venda a viale Mazzini anche il format del segnale orario, prodotto per il quale ci sarebbe già anche il titolo: “Che ora che fa“.

Torniamo a parlare di cose serie. Viviamo in un’epoca globalizzata, tra le cui caratteristiche vi è certamente anche l’aumento di diseguaglianza, assoluta e relativa, la disuguaglianza macro di cui parlavamo poc’anzi. La risposta adattiva dei sistemi politici occidentali evoluti, finora, è stata la lotta alla povertà attraverso misure di welfare-to-work ed assistenza di tipo universalistico ai veri poveri, oltre all’irrobustimento della capacità del sistema economico nazionale a competere nella divisione internazionale del lavoro. In Italia, ancora nulla di ciò è stato realizzato: il welfare resta particolaristico e clientelare, non esiste una politica di indirizzo attivo alla trasformazione del sistema produttivo verso settori a maggiore valore aggiunto e crescita della produttività, l’unica ricetta strutturale e di lungo periodo per ottenere incrementi di reddito sostenibili. Anche qui, di chi la responsabilità? Della classe politica e del suo brokeraggio parassitario sulla società civile. Ma anche dell’opportunismo ed assenza di senso comunitario da parte di quest’ultima. Con eletti così inclini a confondere l’interesse generale con gli special interests, l’operazione è piuttosto agevole. Questa è la disuguaglianza micro, la rendita di posizione parassitaria. Il combinato disposto di queste due tendenze, macro e micro, genera mostri e forte avversione alla politica.

La povertà aumenta, in un sistema socioeconomico a bassa crescita della produttività ed ingenti oneri impropri di sistema, i celeberrimi “costi della politica” nel paese che ha inventato il concetto di “dazione ambientale”. Serviva il ceffone in piena faccia del capo dei vescovi italiani per farlo capire alla coalizione moralmente ed affaristicamente superiore che in questi mesi sta gestendo ed accelerando la progressiva putrefazione del sistema politico italiano? Evidentemente sì, disinteressata o ritorsiva che fosse la posizione di monsignor Bagnasco.

Italia, terra di parassiti e baroni, di patrones e clientes, di vampiri di idee altrui, di cooptazioni mafiosizzate. Nella politica, nelle aziende, in università, nel giornalismo. Avremo modo di tornare sull’argomento. Chissà, magari con qualche pillola autobiografica.

P.S. Non parteciperemo al nuovo, livido giochino di società della nostra classe politica: Montezemolo scende (o sale) in politica? Chissenefrega. Due soli appunti a margine: il dato sui costi del sistema politico italiano, se non smentito, rende effettivamente la misura di quanto drammatico sia il peso del brokeraggio politico sulla società e sull’economia italiane. E’ auspicabile un codice di autoregolamentazione e moderazione: ogni bravo parassita sa perfettamente che non gli conviene ammazzare l’organismo che lo ospita, speriamo che lo ricordino anche i nostri politici. Secondo: le argomentazioni di Montezemolo sarebbero state certamente più degne di considerazione se egli non fosse stato il protagonista assoluto di quella legge ad aziendam che, lo scorso inverno, concesse alla Fiat la mobilità lunga per 1000 impiegati di Mirafiori (in deroga alla legislazione vigente, introdotta dal governo Berlusconi, che aveva posto termine a queste pratiche deteriori), proprio il giorno stesso in cui il nuovo semidio d’Italia, Sergio Marchionne, annunciava stentoreo “Fiat ha un utile operativo di 5 milioni di euro al giorno”.

Per il resto, suonala ancora, Mieli.