Muri e muraglie

L’essenza di un approccio laico e liberale all’analisi della politica consiste nel leggere con animo sufficientemente scevro da pregiudizi anche le opinioni di quanti di solito ci appaiono molto distanti dalla nostra visione del mondo. Per questo motivo, consideriamo interessante questo giudizio di Marco Travaglio:

(…) In attesa delle motivazioni della sentenza del Csm, va notato che il procuratore generale che ha sostenuto l’accusa contro De Magistris è Vito D’Ambrosio, ex presidente Ds della Regione Marche, mentre il presidente della sezione disciplinare è l’ex democristiano ed ex margherito Nicola Mancino. Due politici del centrosinistra che giudicano un magistrato che indagava su politici del centrosinistra. E meno male che il Csm è l’organo di “autogoverno” (poi ci sono i membri togati, cioè i magistrati, che han votato unanimi a braccetto con i politici per cacciare il loro giovane collega: speriamo che un giorno si vergognino di quello che hanno fatto).

A parte l’abituale riflesso condizionato di considerare i giudici come monadi superiori e non come soggetti fallibili inseriti in un’organizzazione complessa, Travaglio (pur contraddittoriamente con le proprie premesse ideologiche di cui sopra) coglie nel segno quando suggerisce che pare esistere una dominanza ed un condizionamento della politica (della sinistra, nel caso in oggetto) sulle attività della magistratura. Ancora una volta, se ci accostiamo laicamente alla problematica (cioè senza moralismi, cospirazionismi o acritiche scelte di campo), dovremmo immaginare di intervenire sui meccanismi che hanno consentito questa contaminazione tra politica e magistratura. Intervento che era già stato suggerito, anni addietro, da colui che Travaglio considera il proprio maestro:

” (..) Da tempo la magistratura non è più una categoria: è una legione straniera al soldo dei partiti. Non solo ha ratificato la propria divisione in correnti schierate sotto le bandiere di questi, ma l’ha addirittura consacrata nel suo organo di autogoverno, il Consiglio Superiore della Magistratura che, istituito per sbarrare il passo alle interferenze del potere politico, ha accolto nel suo seno i cosiddetti “laici” , cioè dei non magistrati che proprio dal potere politico sono designati. Il focolaio dell’infezione è lì, ed è da lì che doveva essere posto, e non è stato, un freno alla tracimazione della giustizia nello spazio lasciato vuoto da una politica senza più contenuti.”

In alternativa, potremmo ipotizzare una magistratura requirente eletta dai cittadini sulla base di un programma di priorità che sostituisca l’ipocrisia dell'”obbligatorietà dell’azione penale”, ma preferiamo restare con i piedi per terra. Per ottimizzare il “rendimento” delle istituzioni, la via maestra è quella della recisione dei conflitti d’interesse, che sono ovunque in un sistema istituzionale come il nostro, figlio di un malinteso bisogno di “inclusione democratica”, e della più desolante assenza di cultura liberale, che dei conflitti d’interesse è naturale antidoto.

Occorre quindi riformare il sistema aumentando la separatezza di funzioni ed ordini, costruendo quelle “muraglie cinesi” che servono, pur tra mille imperfezioni, ad impedire che l’occasione faccia (non solo metaforicamente) l’uomo ladro. Sfortunatamente, l’Italia è un paese vissuto per oltre mezzo secolo sulla linea di faglia tra Est e Ovest, e questo può aver contribuito a bloccare la nostra maturazione verso una democrazia compiuta. Ora che il Muro è caduto, non abbiamo più alibi per riforme vere, che cioè intervengano sui meccanismi del sistema. Il fallimento non è un’opzione.

P.S. Per rispondere a quanti correttamente obiettano che un Csm “liberato” dai politici diverrebbe ancor più intollerabilmente autoreferenziale ed irresponsabile, precisiamo che (ovviamente) occorre anche una riforma dell’organo di cosiddetto “autogoverno” dei giudici, facendolo diventare organismo di rappresentanza delle professioni giuridiche, ed accogliendo quindi al proprio interno anche esponenti di Avvocatura ed Università, con il dichiarato obiettivo di ridurne il corporativismo ormai insostenibile. Suggerire un programma esaustivo di riforme esula dalla sede non meno che dalle nostre competenze. La stella polare di un intervento di riforma deve indirizzarsi alla eliminazione delle aree di conflitto di interesse nel sistema, non ultima quella tra magistratura requirente e giudicante, che ancora oggi impedisce di raggiungere la piena attuazione della riforma del processo penale del 1988, che prevedeva il passaggio da rito inquisitorio ad accusatorio. Per ottenere il quale è tuttavia imprescindibile avere una struttura processuale triadica, con il giudice realmente terzo tra Accusa e Difesa. Struttura che ad oggi non abbiamo ancora conseguito.