Il pentito della foresta di Sherwood

Il Tesoro, azionista di maggioranza di Enel, chiede al gruppo di tagliare il proprio piano di stock option. Il rappresentante del Ministero dell’Economia, Mario Stella Richter, intervenendo ieri all’assemblea degli azionisti ha sottolineato l’esigenza di dare, “in un momento come l’attuale, un segnale nella direzione del contenimento della spesa e degli oneri per i vertici delle società controllate dallo Stato”. Mossa che appare come applicazione pratica del neomoralismo tremontiano alle aziende in cui il Tesoro è azionista di maggioranza relativa. Troppa diseguaglianza di reddito nella nostra società, sostiene Tremonti, meglio dare il buon esempio. Lungi da noi l’idea di contestare questo lodevole proposito, ma siamo certi che provvedimenti di questo tipo siano efficaci e sostanziali?

Oggi esiste un mercato globale anche per i top manager. Se un’azienda applicasse retribuzioni fuori mercato rispetto a quelle prevalenti in un settore, sarebbe verosimile attendersi una fuoriuscita di manager, ed un processo di “selezione negativa” dei dirigenti. Ancora una volta: stiamo facendo un discorso accademico, e soprattutto siamo convinti che l’iniziativa tremontiana si risolverà nell’ennesima operazione mediatica “alla Robin Hood”, che il nostro ministro dell’Economia ha deciso di utilizzare come precisa strategia di comunicazione politica, pur se di cortissimo respiro.

Noi restiamo tuttavia convinti che misura più efficace ed efficiente per controllare le retribuzioni dei top manager risieda nel miglioramento dei meccanismi di governance societaria, ad esempio potenziando gli strumenti di controllo a disposizione dell’assemblea. Non conosciamo le retribuzioni dei dirigenti apicali di Enel, comparativamente a quelle dei principali concorrenti della società elettrica italiana. Ma forse ci sono effettivamente margini per ridurre il costo del lavoro dirigenziale in Enel. In quel caso, Tremonti meriterebbe i nostri doppi elogi: per aver eliminato rendite di posizione e contribuito (ceteris paribus) a ridurre i costi operativi di Enel, operazione che potrà tradursi in un aumento di utili e dividendi, con beneficio per le casse del Tesoro, azionista di Enel.

Si tratterebbe, ad evidenza, di un pentimento (tardivo ma pur sempre lodevole) di Tremonti, che da ministro dell’Economia avallò la buonuscita di Giancarlo Cimoli dalle Ferrovie dello Stato: 6,7 milioni di euro. Alcune precisazioni: Cimoli fu nominato alla guida di Trenitalia dal governo Prodi; è verosimile che le clausole contrattuali prevedessero già l’entità (o le modalità di determinazione) della buonuscita. E’ tuttavia innegabile che Tremonti non trovò nulla da ridire su quella buonuscita. Forse non se la sentiva di penalizzare il povero Cimoli per colpe non sue, come ad esempio il blocco tariffario voluto dallo stesso Tremonti con le abituali motivazioni “sociali”, che ha letteralmente devastato i conti di Trenitalia.

Tremonti lascia il ministero di via XX Settembre il 3 luglio 2004, dopo un durissimo contrasto con Gianfranco Fini, che giunse ad accusarlo di aver “truccato i conti” della Finanziaria 2003. Tornerà a sedersi alla scrivania di Quintino Sella il 23 aprile 2005, dopo la parentesi (incolore ed incolpevole) di Domenico Siniscalco e la breve crisi politica che condusse al morticino chiamato governo Berlusconi-ter.

Che fa quindi Tremonti, dopo aver avallato la sontuosa buonuscita di Cimoli dalle FS? Lo nomina capo-azienda di Alitalia, il 6 maggio 2004. Non sappiamo se anche in quella circostanza vi furono pattuizioni relative alla buonuscita dell’uomo noto come “il diesel”, che negli anni si è costruito una solidissima fama di affondatore di imprese pubbliche (con numerosi correi, a onor del vero) ma di formidabile percettore di liquidazioni milionarie. Cimoli lascia Alitalia nell’agosto 2007 (sfiduciato dal governo Prodi che decide di non confermare il cda in scadenza), ma riesce comunque ad ottenere da Tommaso Padoa Schioppa un assegno da 3 milioni di euro. Molto meno della gratifica ferroviaria ma sapete com’è, in Alitalia c’è grossa crisi. Una migliore governance societaria e ministri del Tesoro meno distratti (o impotenti, o complici, mettete la crocetta dove vi pare) avrebbe certamente collegato in modo più razionale i compensi dei top manager pubblici ai risultati aziendali, senza bisogno di scomodare critiche filosofiche al capitalismo affamatore dei popoli.

Ora Tremonti ci riprova, con un argomento sempre molto pop: le stock option. Come contribuenti, preghiamo per Alitalia (per quella è già stato contattato un esorcista, a dire il vero) e per le Ferrovie dello Stato. Dove trionfa un certo tipo di etica, il conto lo paga sempre Pantalone.

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