Tu chiamale se vuoi speculazioni

Il primo ministro ed ex presidente russo, Vladimir Putin, durante una ricognizione nella zona artica dove la Russia ha avviato la costruzione del primo campo petrolifero, ha commentato sul calo di produzione petrolifera russa: “Siamo ad uno snodo critico. Le prospettive sono buone ma alcune tendenze ci preoccupano. Il tasso di crescita della produzione è diminuito, nel primo trimestre di quest’anno la produzione è addirittura calata dello 0,3 per cento.”

Nel frattempo, malgrado i proclami dell’Arabia Saudita, che si dice in grado di raggiungere entro l’anno prossimo una produzione di 12,5 milioni di barili al giorno dagli attuali 10 milioni, la realtà pare essere diversa, come segnalato da BusinessWeek. Sulla base di un documento riservato ottenuto da funzionari petroliferi sauditi ritenuti affidabili, si scopre che in realtà la compagnia nazionale Saudi Aramco potrà raggiungere i 12 milioni di barili al giorno nel 2010, e sarà in grado di mantenere quel volume di produzione solo per breve tempo, per poi scalare ad un più sostenibile livello di 10,4 milioni di barili al giorno. I dati più inquietanti riguardano soprattutto l’ormai celeberrimo (anche in Occidente) campo petrolifero di Ghawar, il supergiant che per decenni ha rappresentato il cavallo da tiro della monarchia petrolifera saudita: essi mostrano che la produzione del campo sarà di 5,4 milioni di barili al giorno l’anno prossimo (in realtà da parecchi anni non si riesce a portarsi stabilmente sopra i 5 milioni/giorno), ma il volume è atteso contrarsi rapidamente, fino a 4,475 milioni di barili/giorno nel 2013. Il buco di produzione di Ghawar dovrebbe essere compensato dal campo di Khurais, un giant che entrerà in produzione quest’anno con un output iniziale di 500.000 barili/giorno. In un quadro di produzione sostanzialmente piatta, spicca un altro campo di greggio pesante (quindi di peggiore qualità e maggior costo di estrazione), il Manifa, che entrerà in produzione nel 2011 con 125.000 barili/giorno, per toccare i 900.000 barili entro i due anni successivi.

Questi sono solo due esempi (il primo riferito ad un paese non-Opec) della difficoltà non solo ad aumentare la produzione, ma addirittura a mantenerla entro i livelli attuali. Il tutto a fronte di uno sviluppo della domanda che continua ad essere rampante. Che sia Peak Oil “fisico” o “politico” ha poca o nulla rilevanza: ciò che conta è che l’offerta non tiene il passo della domanda. Nel frattempo la Commodities and Futures Trading Commission, il regolatore statunitense delle borse-merci a termine, ha svolto un’indagine scoprendo che non vi sono evidenze di manipolazione del mercato americano dei futures petroliferi, nel senso che non sono stati individuati comportamenti collusivi degli operatori volti a spingere i prezzi al rialzo.

In tutto ciò prosegue il teatrino di Tremonti, che in un’intervista a Mario Sechi su Panorama conferma la propria missione di “mastino antispeculatori” e ripropone le solite ricette, come il forte aumento dei margini iniziali sui futures a carico degli operatori non commerciali. “Lo hanno proposto anche al Congresso americano, andate a cercare su Google”, chiosa Tremonti. Dimenticando che, come in ogni parlamento, ad ogni rappresentante del popolo è consentito dire sciocchezze e presentare proposte di legge che non avranno alcun seguito. Non ci sono margini di fattibilità per la proposta tremontiana per molti motivi, i principali dei quali sono:

  1. Che gli scambi sulle borse-merci americane sono solo una parte degli scambi globali, e anche un ipotetico accordo tra CFTC ed i britannici della FSA (che regola l’ICE, l’altra principale borsa futures su commodities) non sarebbe risolutivo, perché dall’accordo resterebbero esclusi (ed anzi ne sarebbero verosimilmente avvantaggiati) gli scambi over-the-counter, cioè quelli fuori da borse regolamentate, e le borse petrolifere mediorientali;
  2. Che la definizione di “operatori commerciali” è assolutamente imprecisa, potendosi ritrovare in quella categoria anche le case d’investimento che necessitano di coprire la propria esposizione a contratti di total return swap su indici delle materie prime. Per questo motivo l’aumento dei margini iniziali su futures finirebbe col danneggiare la categoria degli hedger, cioè quegli operatori che usano il mercato a termine per proteggersi da oscillazioni dei prezzi, come i raffinatori. Il conto sarebbe pagato dai consumatori;

Tremonti non si chiede perché i prezzi delle materie prime siano fortemente aumentati anche in casi, come quello dei minerali ferrosi, in cui non vi sono borse a termine, altrimenti il suo castello di carte crollerebbe. O forse troverebbe qualche trombettiere disposto a giurare sulla natura oligopolistica e collusiva di tali mercati di physical delivery. Ma perché proprio ora? Mistero, sarà stato Draghi. Peraltro, invocare l’applicazione delle normative europee anti-cartello al mercato petrolifero equivarrebbe sostanzialmente all’apertura di un procedimento contro l’Opec, a lume di logica. Auguri. Esiste un problema sul mercato petrolifero? Certamente. E’ causato dalla speculazione, intesa come insieme di operatori che si accordano per tenere le quotazioni artificiosamente elevate? No. E’ causato da uno sbilancio complessivo tra domanda ed offerta, sul quale si innestano problematiche specifiche, quali la debolezza del dollaro e l’inflazione causata dal peg al dollaro dei paesi produttori di materie prime. Forse il governo italiano, ai prossimi consessi internazionali, potrebbe mettere sul banco degli imputati gli Stati Uniti e la loro politica economica e monetaria degli ultimi vent’anni, e vedere l’effetto che fa.

In un’altra intervista, questa volta al Corriere (ma il ministro trova anche il tempo di lavorare?), Tremonti afferma che la crisi di oggi è diversa da quella degli anni Settanta:

«Quella degli anni ’70 è stata una crisi diversa. Le ragioni di scambio sul petrolio si erano spostate con eguale violenza, ma i governi potevano compensare con deficit pubblico. Ed è in specie dai deficit degli anni ’70 che ha origine la tragedia del debito italiano. Adesso, anche per questo, la via del deficit è preclusa. Un’altra crisi possibile è una crisi stile ’29, originata in America e da qui diffusa per contagio al resto del mondo»

Dunque, negli anni Settanta (quelli della stagflazione) vi è stato un drammatico spostamento delle ragioni di scambio a favore dei paesi produttori. Ed anche oggi, giusto? Ma allora si poteva “compensare col debito”. E certo, infatti il deficit spending di quell’epoca portò rapidamente le economie oltre il punto di pieno impiego, inducendo pressioni inflazionistiche che vennero ulteriormente amplificate da economie pesantemente indicizzate e da comportamenti delle banche centrali che accomodarono lo shock di offerta con politiche monetarie espansive, regalandoci la stagflazione. Si, oggi siamo in condizione decisamente differente. Ma se dessimo retta a Tremonti ed alle sue cheerleaders, finiremmo col riprodurre lo scenario degli anni Settanta. Quanto alla crisi del ’29, essa fu amplificata dal protezionismo, ma forse il ministro non ne è ancora stato informato.

Ma il tributarista di Sondrio è talmente proteiforme da riuscire ad essere tesi ed antitesi, rimembrando i bei tempi andati del deficit spending ma anche stigmatizzando gli anni Settanta come matrice della “tragedia del debito italiano”. E quindi che facciamo, ci giochiamo la tripla? Ma soprattutto, Tremonti proprio non si capacita del “travaso” di ricchezza da Occidente ad Oriente, è una cosa che gli toglie il sonno. L’intervista al Corriere è occasione per riproporre le “tesi” contenute nel suo pretenzioso pamphlet La paura e la speranza. In sintesi estrema, la globalizzazione è stata inventata dalla sinistra dell'”Ulivo mondiale”, inclusa la sua sopravvalutatissima (da Tremonti) succursale italiana:

«Le scelte forti, le scelte decisive, quelle ideologiche, economiche e politiche sono state fatte nel “decennio fatale”, negli anni ’90 quando il mondo è stato occupato dal blocco globalista, mercatista, monetarista e mondialista. Tutto il resto è venuto in automatico. Certamente il motore politico è stato avviato negli Usa dai democratici clintoniani, diversissimi da quel che è Barack Obama oggi (siamo sicuri?, ndPh.). In Europa la destra, ma soprattutto la sinistra, ha fatto la sua parte, nel silenzio assordante dei sindacati. In Italia la partita è stata giocata integralmente dalla sinistra al governo. Chi c’era a Marrakech nel ’94, quando si lancia il WTO? Chi c’era a Pechino nel 2001, a firmare e celebrare per l’Europa l’ingresso trionfale dell’Asia nel commercio mondiale?»

Dev’essere proprio potente, questa patetica e sfigata sinistra italiana, per aver giocato un ruolo determinante nell’ingresso della Cina nella WTO. Nessun dubbio sfiora la mente del ministro circa il fatto che non fosse più possibile lasciare fuori dal commercio mondiale un blocco di oltre 3 miliardi di persone. Per nulla, solo idiozie neocospirazioniste e “grandi disegni” di un’élite dal naso adunco. Ma Tremonti è fatto così: se lo lasciate giocare col Risiko si tranquillizza, e magari riesce anche ad essere produttivo. Anche se difetta di una conoscenza anche solo minimale delle curve di domanda ed offerta. La Robin Tax prevede, tra le altre amenità, anche la riduzione della quota di deducibilità degli interessi passivi da parte delle banche. Ora, capita che con gli interessi (attivi e passivi) le banche ci lavorino. La minore deducibilità degli interessi passivi determina (che sorpresa!) un aumento del costo della raccolta bancaria, che l’ufficio studi della Banca d’Italia stima in dieci punti-base, cioè centesimi di punto percentuale. Secondo voi, che faranno le banche? Si terranno sul groppone il maggior costo della raccolta o finiranno col traslarlo sui clienti, riducendo la remunerazione di depositi e conti correnti e/o aumentando il costo dei prestiti? Il tutto in un momento in cui è in atto un credit crunch, beninteso, ed il costo del credito è alle stelle. Ma Tremonti e le sue cheerleaders ne daranno la responsabilità alla Banca Centrale Europea, potete scommetterci.

Ve lo abbiamo anticipato, giorni addietro: bambole, non c’è un euro.

Piuttosto, Veltroni minaccia manifestazioni autunnali.
«Piazza per piazza è più bravo Di Pietro e lo si vede nei sondaggi. Fare uno sciopero contro il petrolio e il carovita quando i soldi non ci sono per nessuno è come scioperare contro la pioggia. In ogni caso è grottesco che i sinistri artefici della globalizzazione mondialista guidino le vittime contro le loro stesse colpe, convinti di fregare il popolo, convinti che la verità non venga fuori e gli si ritorca contro».

Unite i punti, avrete il disegno: non ci sono soldi perché la sinistra ha inventato la globalizzazione per favorire i propri amici dittatori comunisti cinesi. La sfiga di Tremonti e Berlusconi risiede proprio nel trovarsi al governo nei momenti sbagliati, quelli di congiuntura sfavorevole. Tenteremo di rifuggire dalla tentazione di associare la malasorte alla presenza al governo di dati soggetti, ma ci permettiamo di ricordare che governare vuol dire gestire periodi di vacche grasse e magre. Diversamente, saremmo in molti a poter guidare un paese il cui pil cresce. Se avessi le ruote sarei un tranvai, come si diceva a Milano nella notte dei tempi. Ma il conto alla rovescia è in atto: in autunno o si fa un federalismo vero, efficace ed efficiente, o si muore. Ora che il premier ha messo in sicurezza (sul piano giudiziario) la sua permanenza a Palazzo Chigi, è giunto il tempo di governare. E’ vero che al timone dell’Economia c’è Tremonti, quindi si parte ad handicap, ma sappiamo che Berlusconi ama le missioni impossibili.

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