Siccome immobile

Suona la sveglia a Palazzo Chigi: “Siamo in un momento difficile per l’economia mondiale: il Pil non cresce e c’è una diminuzione dell’Iva del 7 per cento rispetto ai mesi precedenti”, dice il premier. Poi, ecco quella che Repubblica definisce la ricetta:

“Vanno diminuite le spese. Con il pil che non cresce, c’erano 2 sole soluzioni: o aumentare la pressione fiscale o tagliare le spese. Abbiamo scelto la strada dei tagli. Con la finanziaria riduciamo i costi della pubblica amministrazione”.

C’è un salto quantico nella prima frase di Berlusconi, quando passa dall’economia mondiale alla flessione del gettito Iva italiano, che sa tanto di potenziale alibi. Corsi e ricorsi storici.

Un po’ come l’11 settembre tremontiano, così implacabilmente selettivo da causare la crescita zero solo in Italia. Almeno questa era la vulgata fino al 2005, quando Tremonti medesimo decise che l’11 settembre non c’entrava con l’italico declino.

La cosiddetta ricetta di Berlusconi non è molto intelligibile. Noi la correggeremmo così:

Con il pil che non cresce, c’è un’unica soluzione: tagliare le spese e tagliare le tasse

Anche perché limitarsi a tagliare le spese senza ridurre compensativamente la pressione fiscale sarebbe un tantino recessiva, come idea. Naturalmente, per un paese che ha uno stock di debito pari al 105 per cento del pil ed ogni anno spende circa 70 miliardi di euro di interessi passivi, i margini di manovra sono limitati ma non inesistenti, soprattutto se ci si decidesse a mettere mano ad un programma estensivo ed intensivo di liberalizzazioni. Curiosamente, il Berlusconi del 2008 è molto diverso del Berlusconi del 2004, quello che tagliò le aliquote Irpef senza contestuale taglio di spesa, anzi con un bel rinnovo di contratto della pubblica amministrazione che andò ben oltre le compatibilità, perché An e Udc piangevano forte, e Silvio ne venne mosso a compassione. Quel taglio di tasse venne così andreottianamente finanziato aumentando il costo di marche da bollo e sigarette.

Purtroppo, e contrariamente alle attese di alcuni noti economisti, il cambio di governo non ha suscitato quella svolta di ottimismo che avrebbe potuto assestare l’ormai celeberrimo drizzone all’economia del nostro paese. C’è da sperare che, per prova ed errore, il Cav. arrivi a centrare la soluzione giusta. Anche perché gli sono rimaste poche combinazioni di policy. E ancor meno tempo a disposizione. Quello che non smetterà mai di affascinarci è l’incapacità della nostra classe politica (nella sua interezza) a chiedersi perché la crescita italiana è strutturalmente inferiore a quella media europea.

P.S. Ci era quasi sfuggita l’originalissima interpretazione di Enrico Letta sulle cause della flessione del gettito Iva. Chiamasi coazione a ripetere. Soprattutto idiozie.

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