Anatomia di un consenso

Negli ultimi giorni la crisi del Partito democratico sembra essersi approssimata al punto di non-ritorno. Ad ogni occasione di pubblico dibattito, come è stata la ex Festa de l’Unità a Firenze, i separati in casa del Pd fanno volare gli stracci. L’ultimo in ordine di tempo è stato Arturo Parisi, immarcescibile sodale di Romano Prodi, che ha utilizzato come casus belli la scarsa efficacia (per usare un eufemismo) del cosiddetto governo-ombra del Pd. Ma Parisi è andato ben oltre, riecheggiando gli antichi temi unionisti cari a Prodi, che teorizzano un asse di ferro tra il fu-Ulivo e l’estrema sinistra. Quell’accoppiata vincente che ha regalato all’Italia probabilmente il peggior governo degli ultimi decenni, fatto di aumento di pressione fiscale, diluvio di norme minute e cervellotiche, proclami anticapitalisti (questi non molto dissimili da quelli tremontiani, a onor del vero) e strangolamento in culla della crescita economica italiana.

Veltroni deve difendersi non solo dall’unionismo di Parisi e del suo dante causa Prodi, ma anche dalle manovre di D’Alema, che da sempre coltiva il progetto di una sinistra meno centrista di quella incarnata dal Pd e stabilmente egemone sul popolarismo cattolico. Fuori da queste battaglie di posizione, ed in attesa del congresso risolutore, Veltroni e gli altri maggiorenti piddini si arrabattano come possono. Ad esempio con raccolte di firme contro il governo, dimenticando che le firme o meglio le croci si mettono sulle schede elettorali, non ai gazebo. Oppure, come il buon Bersani, ululando durante una notte di luna piena che “è tornata l’evasione fiscale”, senza portare uno straccio di dato a supporto della tesi, soprattutto data la drammatica debolezza dei consumi domestici, e l’andamento prossimo al disastro delle vendite di auto, grandi generatrici di gettito Iva. Oppure, per mano dello stesso Veltroni, proponendo riforme epocali destinate a portare i partiti fuori da Asl e Rai. Riforme certamente utili, ma di impatto scarso o nullo sull’opinione pubblica.

Quello del Pd è lo stesso, eterno problema della sinistra in senso lato: deficit strategico che diventa deficit di comunicazione. Volendo tutto e il contrario di tutto, ma volendolo col sussiego e l’arroganza di chi da sempre ti spiega dove abiti, i Nostri sono eternamente condannati a finire contro il muro di cemento armato della realtà, e ad assomigliare sempre più al coyote di Beep Beep. Già, ma se il Pd è il coyote, possiamo affermare che il PdL è lo struzzo corridore? Qualche dubbio sorge. Certo, la coalizione di governo ha saputo cogliere meglio alcuni umori profondi dell’elettorato con alcune mosse molto pop, come la detassazione dell’Ici ed il discutibile simbolismo law&order attuato con l’impiego di poche migliaia di militari in affiancamento alle forze dell’ordine. Altra misura di sicuro effetto è stata la definizione della manovra di bilancio per i prossimi tre anni, che renderà una pura formalità di ratifica quello che un tempo era il defatigante rito della legge finanziaria.

Giunti a questo punto della legislatura, ci si approssima al momento dirimente del federalismo fiscale, destinato a cambiare radicalmente il volto del paese e non privo di elevati rischi per le finanze pubbliche. Ma in Italia sembra esistere un’anomalia nella radice del consenso per il governo in carica. Una delle determinanti della popolarità di governo, nelle democrazie occidentali, è indiscutibilmente l’andamento dell’economia. Occupazione e crescita del pil sono da sempre tra le determinanti del consenso elettorale, in tempo di pace. L’anomalia italiana sembra risiedere proprio in questo: un governo che gode di elevato favore presso l’opinione pubblica, ma una situazione economica manifestamente recessiva, oltre che stabilmente peggiore di quella dei paesi con i quali ci confrontiamo. La luna di miele tra governo ed elettori mostra una notevole longevità, ma con questa congiuntura internazionale ci si attende maggiore assertività riformista per un paese che è ormai in declino conclamato. Si obietterà che il governo si sta muovendo con cautela per non innescare proteste sociali che potrebbero rimettere in pista la sinistra. Ma sono obiezioni gracili, perché se non si agisce quando c’è consenso non è chiaro quando lo si dovrebbe fare.

Non sfugge a nessuno che questo governo ha un’opportunità storica: con l’opposizione disarticolata e balbettante, il sindacato costretto sulla difensiva dalla crisi economica globale e da quella fiscale del nostro paese, la mano di carte per riformare radicalmente e rilanciare la crescita è la migliore possibile. Finora ciò non sta accadendo, e sembra prevalere un approccio corporativo e neostatalista che ha nella “privatizzazione” di Alitalia il proprio logo.

L’innegabile merito storico di Berlusconi è stato, lo sappiamo non da oggi, quello di aver portato in superficie tutte le contraddizioni della sinistra italiana, e di averle fatte esplodere. Riteniamo che questo sarà il vero motivo per il quale egli sarà citato sui libri di storia. Ma sul piano della gestione dell’economia il rischio è quello di essere ricordato come l’erede della tradizione del Pentapartito della Prima Repubblica, quello del duopolio conflittuale ma collusivo tra Psi e Dc. Una tradizione fatta di soffocante presenza pubblica nell’economia, attuata con una microgestione pervasiva e di cortissimo respiro, allergia ideologica al mercato, sostegno attivo a quella “razza padrona” e predona di imprenditori sussidiati (anche tramite lo strumento della concessione governativa) e ricattabili, che da un’autentica competizione di mercato avrebbero solo da perdere.

Per dissolvere questo sospetto abbiamo il resto della legislatura. E, ad evitare che le opinioni finiscano col dirottare i fatti, ci avvarremo di numeri, classifiche e comparazioni internazionali. Come quelli sul prodotto interno lordo e sulla libertà economica. Un metodo sufficientemente obiettivo per valutare il successo o il fallimento di un esecutivo.