Pensieri di un libertario Repubblicano

Alex Tabarrok compie alcune riflessioni che di fatto sposano la tesi obamiana del change e di un’Amministrazione McCain come more of the same. Argomentazioni che possono essere quelle di un “purista” del libertarismo, nostalgico di un’Età dell’Oro che mai è esistita né esisterà. Ma è innegabile che gli otto anni di George W.Bush hanno visto una rilevante crescita nelle dimensioni del governo, a causa dell’eccezionale sforzo bellico ma anche della forte espansione del Medicare e del conto presentato ai contribuenti da una finanza oligarchica e incline al moral hazard, per anni vezzeggiata da Washington dietro laute contropartite, peraltro bipartisan. Elettori del GOP come Tabarrok dovranno quindi preliminarmente decidere sulla veridicità delle promesse elettorali di John McCain, che si presenta come l’unico vero change, pur avendo un record di votazioni indistinguibile dalla posizione della Casa Bianca, nell’ultimo biennio.

Tabarrok sembra aver già deciso:

In primo luogo, la guerra. La guerra è l’antitesi della filosofia libertaria di consenso, volontarismo e commercio. Ad ogni guerra della storia americana il Leviatano è cresciuto e le nostre libertà sono impallidite. La guerra è la salute dello stato. Ed ora, avverando i sogni del Grande Fratello, siamo in una guerra perpetua.

Un paese non può combinare per molto tempo un governo illimitato all’estero e un governo limitato in patria. Il partito Repubblicano è diventato il partito della guerra e quindi il partito del governo illimitato.

Con la guerra giunge la paura, amplificata dal partito al governo. La paura sta spingendo gli americani tra le braccia dello stato. Se solo fossimo più bravi a resistere. (…)

I libertari hanno guadagnato in altri ambiti negli ultimi otto anni? Per nulla. Sotto i Repubblicani abbiamo navigato verso Sud-Ovest sul Nolan Chart – minori libertà civili e più governo, incluso il maggior programma governativo da una generazione, il Medicare Prescription Drug Plan, e la maggiore nazionalizzazione dai tempi della Grande Depressione (Fannie Mae e Freddie Mac, ndPh.). Il taglio delle tasse, il summum bonum della politica economica Repubblicana, è un imbroglio. Il solo modo di tagliare le tasse è tagliare la spesa, e questo non è accaduto.

Da molto tempo la voce libertaria non viene ascoltata nella politica Repubblicana. I Repubblicani danno per scontato il supporto dell’ala libertaria del partito e con retorica falsa e frasi vuote hanno comprato a buon mercato il nostro sostegno. Quindi, poiché la voce ha fallito, è tempo dell’uscita. Ricordate che se un partito politico può contare su di voi, allora voi non potete contare su di esso.

L’uscita è la strategia giusta perché se c’è una speranza di riforma è quella di togliere i Repubblicani dal potere e metterli in un limbo dove possano apprendere di nuovo la virtù. I libertari sanno meglio di chiunque altro che il potere corrompe. Il partito Repubblicano illustra ciò. La mancanza di potere non è garanzia di virtù, ma i Repubblicani sono un partito di gran lunga migliore – più libertario- lontano dal potere che quando lo posseggono.

Da leggere anche i numerosi ed interessanti commenti al post, alcuni dei quali esprimono disponibilità a concedere credito all'”innovazione” ed alla atipicità repubblicana di McCain. Tutte considerazioni, condivisibili o meno, che rischiano di restare pura accademia se dalle elezioni di novembre uscirà uno split government, con le Camere ai Democratici e la Casa Bianca ai Repubblicani. Come ha già prefigurato Greg Mankiw che, con un divertissement di probabilità condizionata basato sulle quote di Intrade.com (pur con tutti i caveat metodologici del caso), ci presenta un McCain che alza le tasse. Magari proprio perché un Congresso a maggioranza democratica rifiuterà il rinnovo dei tagli d’imposta di Bush alla loro scadenza naturale, nel 2010.

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