Lettera ad un mercato mai nato

Il vento della restaurazione statalista gonfia ancora una volta le vele dell’ideologia tremontiana. Oggi siamo in modalità amarcord, con le rimembranze dei bei tempi andati:

“Una volta c’erano le Bin (banche d’interesse nazionale, cioè Comit, Credit e Banco di Roma, ndPh.), che magari avrebbero fatto diversamente e mi sembrava andassero molto bene”.

Così il ministro dell’Economia nel corso di una conferenza stampa a margine del direttivo di Assolombarda.

Tremonti non spiega in cosa si sarebbe sostanziato quell'”andare molto bene” che egli attribuisce alle Bin, né ricorda le performance di altri istituti pubblici, come il Banco di Napoli, che venne salvato dal Sanpaolo un minuto prima che implodesse sotto il peso dei bad loans, ma probabilmente soffre di amnesie selettive. Non pare ricordare, inoltre, che le tre banche d’interesse nazionale furono privatizzate sia per l’esigenza di avviare la convergenza dei conti pubblici verso Maastricht sia per promuovere l’adeguamento del sistema creditizio italiano, non a caso all’epoca definito “la foresta pietrificata”, verso standard europei, sul piano dimensionale e dell’efficienza.

Tremonti imputa al sistema creditizio italiano un ipotetico eccesso di concentrazione (“due banche hanno il 30 per cento del mercato, è un sistema troppo asimmetrico e lontano dalle realtà locali”), dimenticando che le nostre banche non hanno fatto altro che seguire la tendenza e gli incentivi globali alla concentrazione, anche perché ignorare ciò avrebbe aggravato il deficit competitivo dei nostri istituti e del più generale sistema-paese. Ma Tremonti è da sempre specialista in decontestualizzazioni, inutile sperare che se la faccia passare proprio in questa congiuntura.

A ben vedere, questa posizione del ministro ricorda la lotta contro la globalizzazione, contro la “fretta” di voler fare entrare la Cina nella WTO, come se fosse stato realmente possibile scegliere, e le recriminazioni contro questi impuniti di cinesi e indiani che osano pure consumare, proprio come noi occidentali con le nostre brave radici cristiane. Cose da pazzi, signora mia.

Una delle dichiarazioni odierne di Tremonti  è tuttavia condivisibile nelle premesse, anche se non nelle conclusioni, ed è questa:

“Avete voluto il libero mercato, avete voluto spacchettare Enel, avete visto i risultati  in bolletta, fantastici. Avete voluto privatizzare Telecom, ecco i risultati, le Autostrade…Vi do l’indirizzo, rivolgetevi agli ingegneri dell’industria e della finanza”

A parte che i maggiori costi della bolletta elettrica derivano da una cosina chiamata CIP6 e non dalla separazione tra produzione e distribuzione (buono a sapersi per quando toccherà a Telecom Italia, in caso Tremonti fosse coerente con sé stesso), la critica del ministro è condivisibile. Nel senso che è ormai storia che le privatizzazioni, gestite dal governo Prodi, furono semplicemente il trasferimento del titolo di proprietà da monopoli pubblici a monopoli privati. Nessuna seria liberalizzazione dei mercati di riferimento, solo rendite parassitarie per i nostri “capitani coraggiosi”.

Solo che in Italia, ultimo bastione del socialismo, la narrativa finale diventa quella tremontiana, un non-mercato viene gabellato come mercato, e si tenta di far passare questi bizzarri messaggi neo-statalisti, una specie di “si stava bene quando si stava male”. Non stupisce che, anziché compiere un serio sforzo per verificare la possibilità di accrescere il grado di competizione nel sistema bancario, Tremonti preferisca la “public option” di una fantomatica ed anacronistica “Banca del Mezzogiorno“, con coinvolgimento di un operatore come le Poste, che da sempre agisce fuori da logiche competitive, in qualunque segmento di mercato entri.

L’aspetto più triste della stagione italiana delle (finte) liberalizzazioni è proprio l’aver prodotto questa “egemonia culturale” del tremontismo, che oggi appare la prosecuzione del marxismo con altri mezzi:  la critica ad un mercato che questo paese non ha mai realmente conosciuto.

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