Così fan tutti?

Ricordate quando e quanto abbiamo crocifisso il povero Piero Fassino per quella celeberrima quanto stupida frase, rivolta al telefono a Giovanni Consorte, “ma allora abbiamo una banca?” Ricordate quanto abbiamo stigmatizzato, deriso, sbertucciato le reazioni del “popolo della sinistra”, dai vertici ai gerarchetti intermedi fino ai poveri militanti, perennemente avvolti nella loro copertina di Linus della “questione morale”? Lo rifaremmo, parola per parola e forse di più. Ma allora, qualcuno potrebbe spiegarci per quale motivo non dovremmo chiedere, criticare, stigmatizzare quello che sta accadendo ai vertici del Pdl, oggi?

Oggi abbiamo uno dei tre coordinatori nazionali del partito, Denis Verdini, che ha ammesso davanti ai magistrati di essersi pesantemente ingerito, “per aiutare un amico” (sic), nel sistema di appalti pubblici toscani, e non solo. Verdini, che una banca ce l’ha davvero, essendo presidente del Credito Cooperativo Fiorentino, risulta presente in tutto il turbine di contatti, entrature, segnalazioni, che collega il suo amico imprenditore Riccardo Fusi alla “cricca” romana di Angelo Balducci. Ed è sempre Verdini che risulta determinante per la nomina a provveditore alle opere pubbliche dell’Italia Centrale di Fabio De Santis, che pare non avesse titoli per aspirare a quella carica: un ordinario episodio di meritocrazia all’italiana.

Verdini, come detto, non nega di essere amico di Fusi, né di averlo raccomandato per alcuni appalti pubblici in Abruzzo, né di aver caldeggiato la nomina di De Santis. Il coordinatore del Pdl nega di avere cointeressenze economiche in essere con Fusi. Questo è il punto chiave dell’indagine della magistratura. Se quelle cointeressenze venissero dimostrate, si aprirebbero scenari inquietanti per Verdini, che è attualmente indagato a piede libero. Noi però non vogliamo congetturare su quest’ultimo punto, per ora. Quello che ci interessa è rispondere ad una sola domanda:

“La condotta di Verdini, come emerge dalle intercettazioni e dalle conferme dell’interessato, è politicamente rilevante e problematica?”

La risposta non può che essere affermativa. Saremo terribilmente naif, ma proprio non riusciamo a considerare naturale e fisiologico l’iperattivismo di una figura politica apicale del primo partito italiano in una vicenda di appalti pubblici. Neppure nell’ipotesi che Verdini stesse tentando di impedire che si verificasse un supposto danno erariale, come emerge dalla sua linea difensiva. E peraltro, la meritoria impresa di scongiurare un danno erariale non dovrebbe prevedere l’accettazione di cadeaux da parte di imprenditori parte in causa nella vicenda. Badate, non stiamo parlando di rilevanza penale, qui e ora, ma di opportunità politica. O forse è vero che abbiamo raggiunto un tale livello di assuefazione da considerare normali vicende come questa. Il problema non sono le commistioni tra politica ed affari, e la presenza metastatizzata di conflitti d’interesse. Il problema vero siamo noi elettori, che non intendiamo alzare questa maledetta asticella, persi come siamo in questo gioco di specchi.

Quello che ci piacerebbe leggere, a conferma della nostra sprovvedutezza, è qualche bell’editoriale su questa ed altre simili vicende dei Feltri, dei Belpietro, dei Sechi. Editoriali vibranti, come quelli che leggevamo quando Fassino si rallegrava di “avere una banca”. Facciamo cadere i distinguo ed il garantismo di parte, parliamo di politica. Mostriamo che anche in Italia può esistere un giornalismo dalla schiena dritta. E che anche gli asini possono volare, se solo si mettono d’impegno.

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