Cosa potrebbe andare storto nel 2011

Dopo quello che potremmo definire “scenario inerziale“, cioè come inizierà il nuovo anno in economia in ipotesi di stretta prosecuzione delle tendenze attuali, tentiamo di individuare gli elementi di potenziale deragliamento della crescita globale, vera e presunta.

Su tutti, la Cina. Le autorità monetarie di Pechino, nel tentativo di contenere un’inflazione che rischia di sfuggire di mano, stanno adottando una serie di misure restrittive sempre più dirette. Dopo aver sperimentato reiterati aumenti del coefficiente di riserva obbligatoria per frenare gli impieghi, siamo finalmente giunti al rialzo esplicito dei tassi d’interesse. Si è cominciato con un quarto di punto su impieghi e depositi, e nuovi rialzi sono previsti nel corso del prossimo anno. Dell’economia cinese non sappiamo in realtà moltissimo, visto che delle statistiche macroeconomiche ufficiali è lecito dubitare, come confermato anche dalle rivelazioni di WikiLeaks. Ma è sintomatico che stiano emergendo denunce semi-ufficiali sulla insostenibilità di un modello di crescita fatto di sovrainvestimento e mercantilismo esasperato, in una cornice di dirigismo collettivista.

Nel paese esiste una bolla immobiliare di proporzioni gigantesche, l'”esercito industriale di riserva” delle campagne è pressoché esaurito, le pressioni al rialzo sui salari stanno traducendosi in compressione dei margini, soprattutto per gli esportatori, mentre le autorità hanno sempre più le mani legate nell’eventuale utilizzo del cambio come strumento di contenimento dell’inflazione. Il rialzo del costo del denaro cinese rischia di innescare una reazione a catena ribassista sulle materie prime, che hanno ormai subito una mutazione in senso finanziario, con l’esplosione di prodotti d’investimento ad esse legati, quali gli Etf (Exchange traded fund). Se la Cina andasse incontro ad un hard landing, anche i paesi emergenti e quelli sviluppati che basano il proprio benessere sulle quotazioni delle materie prime, come Canada ed Australia (che peraltro mostrano anche i prodromi di una bolla immobiliare), avrebbero rilevanti contraccolpi.

Altra area di crisi, regionale e globale, è Eurolandia. Contrariamente alle illusioni di Angela Merkel, nulla è stato risolto. Innescare una deflazione nei paesi colpiti dalla crisi si rivelerà controproducente, oltre a causare moti di piazza che potrebbero presto andare fuori controllo. La narrativa dei paesi colpiti dalla crisi perché fiscalmente lassisti, con l’esempio della Grecia e (in misura minore) del Portogallo, non sta in piedi nel caso di Irlanda e Spagna. Paesi che, prima dello scoppio della bolla immobiliare, avevano conti pubblici in condizioni invidiabili. Il settore bancario resta un gigantesco vulcano acceso, con istituti divenuti troppo grandi per un singolo paese ed in assenza di un’efficace vigilanza sovranazionale. Ad oggi, non riusciamo proprio ad immaginare cosa potrà evitare insolvenze e dissesti sovrani.

Gli Stati Uniti dovrebbero riuscire ad evitare una ricaduta in recessione, anche se nel 2011 il venir meno del primo stimolo obamiano dispiegherà i propri effetti frenanti sull’economia. Il nuovo stimolo, centrato sulle tasse, difficilmente avrà effetti rilevanti. In primo luogo perché le misure consistono in larga parte nel mantenimento dello status quo, oltre ad essere qualitativamente scadenti in termini di effetto moltiplicativo sull’economia. Con buona pace di qualche sprovveduto (ed improvvisato) commentatore di casa nostra, che si è bevuto la mistica della voodoo economics resuscitata entusiasticamente (poteva essere altrimenti?) tra gli altri dal direttore del Council of Economic Advisers obamiano. Per gli Stati Uniti, una crescita del Pil dell’ordine del 2-2,5 per cento sarebbe peraltro insufficiente a riassorbire la disoccupazione.

Sempre negli Usa, il 2011 è l’anno in cui, con alta probabilità, esploderà il dissesto dei conti pubblici locali. Un numero crescente di stati, contee e municipalità sono ormai falliti, anche se si continua a fingere che la situazione sia gestibile e recuperabile. Limitandosi ai centri maggiori, il punto di non ritorno è vicino per Detroit, Los Angeles, Miami, Oakland, Houston e San Diego, mentre New York ha conti fortemente deteriorati. Ondate di licenziamenti di insegnanti, vigili del fuoco, poliziotti ed altri lavoratori della burocrazia pubblica stano mettendo e metteranno sempre più in ginocchio l’economia locale, propagandosi a quella nazionale, mentre già oggi l’ombra di un dissesto epocale dei fondi pensione pubblici si staglia minacciosa all’orizzonte. Ipotesi attuariali irrealistiche, fondate su elevati tassi di rendimento degli investimenti, elevati tassi di sconto delle passività future e mancate contribuzioni da parte degli enti pubblici hanno causato buchi previdenziali di dimensioni pressoché ingestibili. Pensare che il paese possa riprendersi, con simili ipoteche, è velleitario al limite della psichedelia. Ci sono troppi squilibri in questo scenario, per avere un lieto fine.

E l’Italia? Attende il proprio destino, avendo ormai margini di manovra pressoché nulli, nell’intima convinzione dell’attuale esecutivo di avere gestito tutto al meglio. In caso, potremo sempre ricorrere ad una patrimoniale per acquistare tempo.

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