Una il coraggio se non ce l’ha…

Intervistata da Fabio Fazio a “Che tempo che fa“, la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, si è trovata a rispondere ad una domanda particolarmente insidiosa, almeno per gli standard da intervistatori-scendiletto a cui sono abituati i nostri sedicenti “poteri forti”.

Non prima di aver reitetrato le proprie lamentazioni per l’insufficiente azione di governo (ma va?), che a suo generoso dire daterebbe soltanto da sei mesi a questa parte, ed alfin accortasi che la stabilità fine a se stessa non è propriamente un valore (cosa di cui si parlava un trentennio addietro, regnante Craxi e prima ancora Andreotti, che coniò il celebre motto “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”), la sciura Emma tenta di gettare il cuore oltre l’ostacolo e proclama:

“Nelle prossime settimane dovremo verificare se il governo è in grado di fare queste riforme, altrimenti bisogna fare altre scelte: non si può più aspettare”

Cosa ci sia ancora da verificare, a oltre trenta mesi dall’entrata in carica dell’attuale esecutivo, lo sa solo la Marcegaglia. La quale, per eccesso di prudenza, si era finora barcamenata tra richieste di “soldi veri” e lodi alla pregevole politica economica del governo, mandando avanti ogni volta il Centro Studi e il bravo Luca Paolazzi. Il quale, quando la luna di miele si è interrotta, è stato costretto a dismettere gli occhiali rosa che tanto ama per dipingere un quadro a tinte fosche della congiuntura italiana. Ma questo duello a colpi di fioretto per interposto economista non ha sortito l’effetto sperato dalla Marcegaglia. La quale, essendo una delicata e minuta signora, si è pure presa spavento quando il Giornale ha tentato di massaggiarla un po’ ruvidamente, mesi addietro, per ricordarle che il dissenso non è ammesso e che tutti siamo ricattabili, in fondo, anche se solo tra il serio ed il faceto.

Forse memore di quella spiacevole esperienza, la Marcegaglia deve aver pensato di essersi spinta forse troppo oltre, con quella minacciosa frase sul “non si può più aspettare”, e ha ritenuto di dover correggere la propria postura con un bizzarro riferimento alla “costituzione materiale” tanto amata dagli esponenti del Pdl. Quindi va bene un governo guidato da Giulio Tremonti, però:

«Un nuovo primo ministro deve avere la maggioranza in Parlamento e deve essere indicato dagli elettori, cosa sulla quale sono d’accordo. Se ci saranno le condizioni perché Tremonti abbia questa caratteristiche, perché no?»

Già, perché no? Perché non scordarsi che l’Italia è una repubblica parlamentare e che quindi le maggioranze, durante una legislatura, si formano in parlamento e non altrove, fino a quando la costituzione non sarà cambiata? Azzardiamo: sarà forse perché la sciura Emma non è poi così certa della caduta finale di Berlusconi, e quindi teme ritorsioni in caso il premier torni in sella “più bello e più forte che pria(po)”? Ma no, siamo dei malpensanti, che diamine.

Il risultato finale è più o meno equivalente ad un “voglio Tremonti ma viva Berlusconi, e comunque non ci sono più le mezze stagioni, signora mia”, inframmezzato da qualche balbettio simil-vaticano sulla dimensione etica e morale della società, non di quella per azioni, immaginiamo. Teniamoci quindi gli equilibrismi dialettici della bocconiana che tentò di dare una delicata spallata al sistema ma ne ebbe paura e si ritrasse, in attesa di tempi migliori. In fondo, siamo la repubblica del “vorrei ma non posso“, giusto?

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