Monti, la Fiat e la transizione italiana verso la povertà

Sabato, al convegno del Centro Studi Confindustria che ha concluso di fatto la presidenza Marcegaglia, il premier Mario Monti ha parlato di Fiat, e lo ha fatto in termini molto netti, su molteplici piani.

Ad esempio, osservando che in passato il rapporto tra Fiat e l’Italia “non è sempre stato sano”, con un esplicito riferimento alla cessione di Alfa Romeo alla stessa Fiat, da parte delle partecipazioni statali. Molto “plastica” la frase di Monti contraria alla filosofia degli incentivi, che rientra a buon diritto nella “surrealità” della fase storica che l’Italia sta attraversando, quella in cui si possono esprimere concetti “scandalosi” rivolti a platee che si spellano le mani di fronte a tale nettezza, ma che di norma sono zeppe di gente che di tali “aiutini” si è ampiamente avvantaggiata, nei decenni.

Ma Monti ha espresso anche un altro concetto fondamentale: “Chi gestisce la Fiat ha il diritto ed il dovere di scegliere per i suoi investimenti le localizzazioni più convenienti”. Anche questa è una frase “scandalosa”, dopo lustri passati a leggere ed ascoltare di afflati “patriottici”, provenienti dalla politica ed anche dal Lingotto, con tanto di spot pavesati con bandierine tricolori. A noi questo concetto sta talmente bene che avremmo preferito sentirlo uscire già da alcuni anni dalla bocca di Sergio Marchionne, che pure ha ampia fama di soggetto non incline ad infingimenti ed ipocrisie. Invece ci siamo dovuti sorbire la manfrina di “Fabbrica Italia”, con la richiesta di cambiamenti profondi nell’organizzazione del lavoro e della rappresentanza sindacale in cambio di massicci (e misteriosi) investimenti. Cambiamenti necessari, pur se sotto molti aspetti forzati ed ideologizzati. Cambiamenti che, da soli, non potevano e non possono in alcun caso sopperire all’assenza di rinnovamento del portafoglio prodotti di Fiat ed alla crisi dell’Eurozona, che ha aggravato l’eccesso di capacità produttiva del Vecchio Continente.

Perché questo è il punto: Marchionne avrebbe dovuto enfatizzare di più l’esigenza di tagliare capacità per poi ripartire, mentre si è nascosto dietro rivendicazioni “ideologiche” sull’organizzazione del lavoro e sulla improbabile saturazione di capacità produttiva, che mascherano la paralisi strategica del gruppo. Un gruppo che continua ad essere assente dall’Asia, che malgrado i proclami non riesce a rientrare in Russia, che mai è riuscito a rilanciare il brand Alfa Romeo (anche qui, malgrado ricorrenti suggestioni americane, anche sotto precedenti capi-azienda a Torino). Marchionne ha sviluppato tutta la strategia del gruppo sul rimbalzo post-Chapter 11 di Chrysler, e sul mantenimento di posizioni nella vecchia roccaforte brasiliana (ma anche là si sentono scricchiolii sinistri, legati alla più generale manifattura). L’Italia non fa parte di questo Master Plan, semplicemente. Perché non dirlo subito chiaramente, nascondendosi dietro continui rilanci “politici” che erano (e continuano ad essere) solo alibi per giustificare il disimpegno?

Per questo sorridiamo amaro quando sentiamo la torinese Elsa Fornero che riporta le rassicurazioni di Marchionne circa il fatto che in Italia non sono previste chiusure di impianti. Presto apparirà tragicamente vero che quelle chiusure ci sono eccome e rispondono all’unica, vera impostazione strategicamente razionale del gruppo Fiat, date le sue persistenti debolezze strategiche, commerciali e progettuali. Altro che “Fabbrica Italia”: l’unico obiettivo è di chiuderla, quella fabbrica, o di ridimensionarla fortemente. Con le sue frasi “liberiste” di sabato, Mario Monti ha preparato il terreno per l’ineluttabile.

Ma quando ciò accadrà, il paese subirà un colpo ancora più forte, sul piano della produzione industriale e della generazione di valore aggiunto. Lo stiamo già subendo, a dire il vero, visto che il ridimensionamento di Fiat è un lungo addio. Avremo una transizione molto dura, ma di questo ce ne eravamo già accorti. A questo si aggiunge la morfologia dell’apparato produttivo italiano, fatto di piccole e medie imprese, un tratto che ci accomuna sinistramente a Grecia, Spagna e Portogallo, come recentemente evidenziato dall’Economist.

Il premier Monti ha annunciato che, a riforme completate, intraprenderà un roadshow in giro per il mondo, per far scoprire l’appeal del nostro paese agli investitori internazionali. Un po’ come fanno i paesi emergenti impegnati nel Big Push, l’inseguimento ai paesi sviluppati. Il problema è che non siamo affatto certi che l’Italia uscirà da questa stagione di riforme (vere e presunte) con maggiore attrattività internazionale. Siamo un paese vecchio, già questo basterebbe a metterci a pesante handicap sulla strada del rinnovamento e del dinamismo. Non abbiamo punti di forza effettivi per la localizzazione di imprese internazionali: non sufficiente tutela dei diritti di proprietà né una pubblica amministrazione funzionante. Forse passeremo attraverso un profondo impoverimento che scardinerà definitivamente ogni residuo sistema di protezione sociale o di diritti, in un processo di “vietnamizzazione”. A quel punto, potremmo pure essere diventati attraenti per realizzare degli “impianti-cacciavite” di produttori manifatturieri esteri, magari costruttori di auto. Ma saremo tutti molto più poveri di oggi.

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