L’aruspice dei mercati

Oggi, in 1135 parole e 7231 battute (nota a pié di pagina esclusa), Luca Ricolfi è riuscito a scrivere che “quel che è successo negli ultimi due mesi sui mercati finanziari” è “successo non solo nonostante Monti (sicuramente più capace e credibile di Berlusconi), ma anche a causa di Monti”. Troppa grazia. E decisamente troppo potere a Monti.

Il succo del ragionamento di Ricolfi è che i mercati penalizzino i paesi con elevato debito pubblico, detenuto in misura significativa da non residenti, e che non crescono. Ottime inferenze, che peraltro da questi pixel vi martelliamo da anni su base pressoché giornaliera. Più sottile è l’argomentazione in base alla quale Ricolfi attribuisce le responsabilità di questa situazione. La colpa è di Monti, signori, ora possiamo svelarvelo.

E per quale motivo? Essenzialmente perché

«(…) comprimendo il reddito disponibile e aumentando gli oneri che gravano sui produttori – ha sensibilmente aggravato la recessione, e per questa via ha reso più vulnerabili le nostre finanze pubbliche»

In altri termini, la colpa di M0nti è quella di aver privilegiato l’aumento di entrate sul taglio di spese. Monti sarebbe quindi un agente patogeno altamente contagioso, secondo Ricolfi. Si è già detto, più e più volte, ma ribadiamolo: nel breve periodo, nello scenario attuale, i tagli di spesa hanno effetto pressoché identico sulla domanda aggregata rispetto ad aumenti di entrate. Questo accade, come più volte detto, perché la stretta è sincronizzata a livello europeo; perché i risparmi di spesa, lungi dal ridurre le imposte, finiscono per colmare buchi di bilancio scavati dal consolidamento fiscale; perché la spesa di qualcuno è comunque il reddito di qualcun altro.

Ricolfi si ostina a credere che i tagli di spesa non “comprimano il reddito disponibile” (che non è solo quello al netto delle imposte, ma proprio quello conseguito dai produttori: passateci la lieve forzatura definitoria), e dovrebbe spiegarci cosa glielo fa pensare, date le condizioni di contesto sopra enumerate. Un taglio di spesa non compensato da riduzioni d’imposta (ed oggi non possiamo averne, visto che la congiuntura è in caduta libera, anche per il credit crunch bancario) taglia domanda aggregata, e si risolve nella diminuzione del reddito dei produttori. E’ poi del tutto singolare, ma anche sintomatico della confusione che regna nella testa di alcuni nostri editorialisti, che Ricolfi finisca con l’assimilare Monti e Mariano Rajoy, quando afferma

«(…) la cancelliera tedesca vorrebbe che i paesi che hanno bisogno di esser aiutati, sostenuti o salvati fossero obbligati a chiederlo esplicitamente, nonché ad accettare un commissariamento più o meno blando, mentre il nostro premier – come il premier spagnolo – comprensibilmente preferisce la filosofia di Denim, o dell’uomo “che non deve chiedere mai”»

E questo esattamente che significherebbe, professor Ricolfi? Secondo lei, Italia e Spagna non hanno finora ricevuto prescrizioni (anzi, ordini) che sono del tutto equivalenti, per durezza, a quelli di un formale Memorandum of Understanding? Effettuare una manovra da 65 miliardi di euro in due anni e mezzo, in palese ed evidente contropartita dei soldi ottenuti per ricapitalizzare il sistema creditizio spagnolo non è l’equivalente di un MoU, non esplicitato solo per non ferire l’orgoglio nazionale spagnolo? Se fossero 65 miliardi di purissimi tagli di spesa, con la sola finalità di chiudere il buco di bilancio pubblico e non di tagliare le imposte, secondo lei i mercati vedrebbero nella manovra il prodromo di una rabbiosa impennata del Pil spagnolo?

Ah, a proposito, ma dove sta sbagliando, ora, Rajoy? Non era l’idolo di Ricolfi, otto mesi addietro, il modello da seguire? Non era l’eroe che tagliava la spesa e, per quella via, evitava ai produttori “riduzioni di reddito disponibile” e “nuovi oneri”? Quelle manovre ci sono mai state? Se sì, si conferma che i tagli di spesa, in questo contesto, restano depressivi. Se non ci sono state, ed ora la Spagna si volge all’Iva, possiamo dire che Rajoy e Monti (e tutti gli altri governanti europei dei PIIGS) sono il problema dei mercati, e quindi che il problema non è il solo Monti ma la natura e la tempistica del consolidamento fiscale in Europa,  proprio perché i tedeschi si sono fatti cogliere dall’ansia e dal “rivoglio indietro i soldi”. Ma quei soldi sono davvero solo tedeschi, poi? Non è che qualche “ingegnere sociale” miope al limite della cecità ideologica, ha deciso che (marinettianamente) la devastazione sociale e finanziaria è la forma suprema di “igiene (fiscale) del mondo”?

Ultima domanda per il sociologo che sovrainterpreta i mercati finendo impigliato nella logica, visto che condanna “una visione moralistico-idealistica del funzionamento dei mercati” se quella visione viene da Bruxelles (viene da Berlino, in realtà, ma non è rilevante), ma finisce poi col proporne uno suo, di moralismo, quello dei mercati che non vogliono aumenti di imposta: se quello che leggiamo sui mercati indica una sanzione a condotte “devianti” (l’eccesso di pressione fiscale a difesa dell’eccesso di spesa pubblica), come interpretare l’indiscutibile successo del debito sovrano francese dopo l’elezione di François Hollande, l’uomo dell’Irpef al 75 per cento e della difesa intransigente della spesa pubblica al 56 per cento di Pil? Meno Monti più Hollande, quindi?

Immaginiamo che questo sarà oggetto di un prossimo editoriale di Ricolfi, l’aruspice dei mercati, cantore delle nequizie montiane.

Sostieni Phastidio!

Dona per contribuire ai costi di questo sito: lavoriamo per offrirti sempre maggiore qualità di contenuti e tecnologie d'avanguardia per una fruizione ottimale, da desktop e mobile.

Per donare, clicca qui!