Gli anni che dannarono l’Italia

Quelli che seguono sono alcuni passaggi di un libro non recentissimo eppure molto attuale. Si tratta di “I conti a rischio” (il Mulino, 2006), scritto dal compianto Riccardo Faini oltre che da Silvia Giannini, Daniel Gros, Giuseppe Pisauro e Fiorella Kostoris (all’epoca ancora in Padoa Schioppa). In esso venivano analizzate le vulnerabilità dei conti pubblici italiani e le tendenze strutturali della nostra finanza pubblica. Tesi del volume era che “in un ambiente meno favorevole il debito pubblico italiano potrebbe riprendere a crescere in maniera insostenible, se non si attuano fin da ora interventi correttivi”. Diciamo che gli autori non si erano spinti al punto da immaginare un ambiente assai poco favorevole come l’attuale, per usare un understatement, ma avevano identificato alcuni “momenti critici” ed alcuni “errori strategici” nella gestione delle dinamiche della nostra finanza pubblica. Quelle criticità sono ora giunte ed esigere il pagamento del pegno. Che sarà molto oneroso, come stiamo cominciando ad intuire.

Intanto, il punto centrale sulle occasioni storiche sprecate: come è stato utilizzato il “bonus” dell’euro? Scrivono gli autori, grassetto nostro:

«All’inizio degli anni Novanta, la spesa per interessi sul debito pubblico ammontava all’11% del Pil ed al 20% della spesa pubblica totale. Già nella seconda metà del decennio, il peso della spesa per interessi è diminuito per attestarsi al 7% nell’anno di avvio dell’Uem. Negli anni seguenti, la spesa per interessi ha continuato a calare ed è oggi (2006, ndPh.) pari al 5% del Pil. Poiché nello stesso periodo, tra il 1998 ed il 2005, la spesa totale in proporzione al Pil è rimasta virtualmente costante, ne consegue che le altre spese, primarie, sono cresciute in maniera corrispondente. Il messaggio è semplice: i risparmi in conto interesse sono stati utilizzati principalmente per finanziare un aumento della spesa primaria. E’ la spesa corrente a fare la parte del leone: dopo essere diminuita in percentuale del Pil dal 40,3% del 1993 al 37,4% nel 1998, ed essere rimasta sugli stessi livelli nel 2000, essa risale al 39,4% nel 2003 e nel 2004»

Ed ora, i confronti europei:

«L’Italia non è il solo paese ad avere tratto beneficio dalla riduzione della spesa per interessi. In alcuni paesi, come Portogallo e Grecia, alla più bassa spesa per interessi ha fatto riscontro, come in Italia, un aumento della spesa primaria. Non a caso Grecia e Portogallo sono i paesi in cui più gravi risultano i problemi di bilancio pubblico. In altri casi però è prevalsa una tendenza del tutto diversa. La Germania in particolare è l’esempio più evidente di un paese che ha ridotto la spesa primaria nel periodo successivo all’entrata in vigore dell’Uem. (…) L’Italia ha perciò perso terreno nei confronti della Germania non solo in termini di competitività di prezzi e produttività, ma anche in termini di finanza pubblica. Il fatto che il livello di spesa complessivo non si sia ridotto nonostante il vantaggio ottenuto attraverso un più basso livello dei tassi di interesse è importante, perché implica che non ci sono spazi per una riduzione della pressione fiscale»

Chi possedesse o riuscisse a recuperare il volume di cui stiamo parlando, può andare a guardare il grafico a pagina 23, che  mette a confronto l’andamento della spesa primaria in percentuale del Pil per Italia e Germania, dal 1994 al 2006. Ebbene, in quell’arco temporale, la spesa primaria tedesca su Pil è stata costantemente superiore a quella italiana, e solo nel 2006 si è verificato il sorpasso tedesco in discesa, dopo due anni (dal 2003), in cui la Germania ha compiuto un autentico miracolo, piegando la propria spesa primaria da poco meno del 46% a poco più del 43%. Nel 2003 il dato italiano era di circa due punti percentuali inferiori a quello tedesco.

Nel 2003, giova ricordarlo, si è verificato l’affondamento del Patto di Stabilità e Crescita per opera soprattutto della Germania, che era impegnata al massimo per ristrutturare la propria economia sclerotizzata. All’iniziativa tedesca aderirono convintamente Francia e Italia. Il punto è che i tedeschi sono riusciti a capitalizzare massimamente (vien fatto di dire sommamente) quella rottura di vincoli, mentre noi abbiamo continuato nella nostra paciosa quotidianità, fatta di crescita zero o uno (per cento), ed aumenti di spesa primaria finanziati con la riduzione dei tassi d’interesse. I più analitici tra voi avranno congiunto i puntini e scoperto chi era al governo nel periodo in cui tale tendenza a dilapidare il “bonus” dell’euro ed il calo dei tassi si è verificata. Diciamo che si è trattato soprattutto della legislatura 2001-2006, per darvi un aiutino.

Pensare di ripetere oggi quello che hanno fatto i tedeschi nel 2003, in termini di tagli spesa primaria e di corrispondente riduzione della pressione fiscale è da visionari, perché oggi siamo impegnati ad evitare il default, e stiamo rincorrendo nuovi buchi che vengono aperti dal “consolidamento” dei conti pubblici verso il pareggio di bilancio, in una recessione che si autoalimenta, e sul cui fuoco soffia anche il credit crunch del sistema creditizio. C’è un tempo per ogni cosa, noi quel tempo lo abbiamo vergognosamente sprecato. Ripasserà, quel treno? Forse, ma non oggi né domani. Oggi e domani dovremo puntare a stabilizzare l’economia, e ad evitare che la contrazione diventi autoavvitamento. Ma la storia giudicherà chi ha dilapidato quell’enorme bonus portato al nostro paese dall’odiato (da alcuni) euro.

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