Fornero e la produttività che fa rima con povertà

Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, è giunta alla conclusione che il costo del lavoro in questo paese è troppo alto (data la produttività) per riuscire a contribuire a riassorbire la disoccupazione. Non si tratta di una scoperta che le varrà il Nobel, visto che da anni, ad intervalli regolari, ministri e parlamentari levano alte grida di dolore su questa emergenza, senza riuscire a venirne a capo. Perché questa volta dovrebbe essere differente?

Dapprima, vale la pena segnalare la ricercata eleganza, tutta accademica, di questa frase della Fornero:

«Il nostro paese per troppo tempo non ha fatto i conti con un dislivello tra domanda la complessiva e le risorse nel loro insieme, scaricando questo eccesso di domanda sulle generazioni più deboli»

Volete mettere la differenza con l’equivalente ma banalotto ed anche un po’ ipocrita e pure fallace “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”? A parte ciò, Fornero ribadisce, come detto, la necessità di ridurre il cuneo fiscale:

«È l’aspirazione del ministero, dopo la riforma del mercato del lavoro. Me ne assumo la responsabilità. Sarà la mia argomentazione in consiglio dei ministri che confronterò con i colleghi e il presidente. Possiamo pensare una decontribuzione per le imprese che valorizzano il capitale umano. Si può per loro ridurre il cuneo fiscale, è un’idea su cui dobbiamo lavorare. Una possibile sperimentazione della decontribuzione per le imprese che sono attente al capitale umano, sarà domani all’esame del consiglio dei ministri»

Ora, che vuol dire esattamente “valorizzare il capitale umano”? Incentivare le imprese a tenere livelli degli organici inutilmente elevati per fruire delle presunte agevolazioni? Ma tutti sanno – o dovrebbero sapere – che un sistema produttivo labour intensive non è la via migliore per innalzare la produttività. C’è tuttavia da dire che non tutti utilizzano correttamente il termine “produttività”, ma di questo parleremo tra poco. In attesa che Fornero ci spieghi che significa “valorizzare il capitale umano” (la soluzione migliore potrebbe essere una riduzione del costo del lavoro per le imprese che utilizzano il contratto di lavoro a tempo indeterminato), occorre anche osservare che la riduzione del cuneo fiscale può avvenire a beneficio del lavoratore, dell’azienda o di entrambi. Fornero pare suggerire la seconda ipotesi, quindi niente potere d’acquisto aggiuntivo per il lavoratore. Pensiamo solo all’export, ministro?

Ma Fornero usa anche una parola chiave, “decontribuzione”. E’ un termine da utilizzare con grande cautela, visto che ci troviamo ormai in un mondo previdenziale di tipo contributivo. Ogni decontribuzione non compensata (dalla fiscalità generale) rischia di produrre buchi contributivi che portano a minori assegni pensionistici. Inoltre, la stessa Fornero parla di decontribuzione ad invarianza di gettito, quindi quei soldi devono essere reperiti da qualche parte, auspicabilmente non dalle accise (si scherza, ma non troppo). Tutto ciò premesso, attendiamo di conoscere la proposta Fornero e del governo sapendo che siamo in crisi fiscale, ergo non ci sono soldi.

Quello che tuttavia servirebbe, nel dibattito pubblico, è un utilizzo meno semplicistico del termine “produttività”. Il modo in cui il fattore lavoro si dimostra più o meno produttivo è inscindibilmente legato alla produttività del capitale ed a quella totale dei fattori, che non esprime solo il progresso tecnologico ma anche quello del sistema-paese. E solo da un approccio sistemico e (purtroppo) non di breve periodo è possibile spingere la crescita. La Fornero parla, questa volta in termini piuttosto banalotti, di un “patto per la produttività” che punta sui giovani e dovrebbe vertere su apprendistato e contratto a tempo indeterminato:

 «Il primo mi dicono che è una scommessa persa, ma non funzionava perché era usato come un mezzo per pagare meno i giovani e non per formare realmente. Il secondo è il contratto a tempo indeterminato, per i lavoratori dipendenti che hanno fatto un percorso di lavori a chiamata, a progetto troppo a lungo reiterati. Anche se questo non vuol dire che sia a vita, perché il mercato non lo permette»

Molta carne al fuoco, e l’onestà intellettuale di chiamare le cose col loro nome: in questo paese in molti vorrebbero utilizzare la forma contrattuale dell’apprendistato per l’intera popolazione in età lavorativa, abbiamo il sospetto. Perché è sacrosanto calibrare il reddito alla produttività del soggetto, che a sua volta dipende, tra le altre cose, dalla fase del ciclo di vita in cui il medesimo si trova, ma sapendo che la crescita economica non si ottiene per decreto e che siamo in crisi fiscale nerissima e quindi il welfare l’è morto, come la pietà, e non si possono integrare “al minimo” salari che a loro volta eguagliano la ridotta produttività. Penseremo male e faremo peccato ma abbiamo sempre l’impressione che tutti questi grandi discorsi sulla produttività tendano più o meno “spontaneamente” a risolversi in “suggerimenti” per ottenere una grande deflazione di salari e stipendi, come via per rimettere il prima possibile il paese in condizioni competitive.

Il che ci starebbe pure, se non avessimo questo enorme stock di debito pubblico, a cui sta lentamente affiancandosene anche uno privato, che con la deflazione vanno assai poco d’accordo, e con una recessione dell’Eurozona frutto di una stretta fiscale simultanea ancor meno. Ma aspettiamo Fornero e governo, sperando di evitare che produttività finisca col far rima con povertà. Vi terremo informati.

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