C’era una volta (anzi c’è ancora) un paese in crisi fiscale

Oggi, sul Corriere, c’è una intervista di Aldo Cazzullo al desaparecido Giulio Tremonti. Ve la segnaliamo non perché si tratti di qualcosa di memorabile o una degna allocazione di alcuni minuti della vostra giornata. Tutt’altro. Intervista manieristica e banalotta ad un signore che ormai ripete come un disco rotto i soliti quattro concetti in croce: i mostri del videogame, il valore nozionale dei derivati (che non c’entra nulla con quello effettivo, che ne è una infima frazione) che minaccia il pianeta, il complotto totalitario della Bce contro il sovrano governo italiano, altrimenti detto (mutuandolo da Habermas) “colpo di stato dolce”, il global legal standard che continua ad essere un sarchiapone globale ma fa tanto nouveau philosophe. Leggendo questo inutile spreco di carta ed inchiostro ci è invece venuta voglia di andare a verificare alcune delle mirabolanti promesse riformatrici di questi anni piovosi, ed abbiamo scoperto un vero e proprio filone letterario.

Quanti Sacri Graal ha scoperto la politica italiana, dall’inizio della crisi. Prima di essere travolto dal proprio illusionismo, oltre che dai diktat tedeschi che hanno causato la fuga degli investitori internazionali dai Btp, nella seconda metà del 2011, il governo Berlusconi aveva inizialmente contrattato con la Ue un percorso triennale verso il pareggio di bilancio. La data fatidica era quindi il 2014, come per la maggior parte degli altri paesi dell’Eurozona. Nelle more di quel percorso, Tremonti si era messo in mente di entrare nella storia come il nuovo Ezio Vanoni, il Grande Riformatore del sistema fiscale italiano. E tentò quindi di legare il consolidamento fiscale al ridisegno del fisco.

Purtroppo per lui, quelle proposte si dimostrarono (tanto per cambiare) una fumisteria senza costrutto, ed alla fine il nervosismo di Bruxelles e Berlino aprì la strada alla famigerata lettera della Bce, che indusse Berlusconi e Tremonti a rilanciare sulla pelle del paese (ma loro dicono che si è trattato di un ricatto) anticipando il pareggio di bilancio al 2013, con tutto quello che ne conseguì in termini di lavoro piovuto sulle spalle di Mario Monti, l'”uomo che i tedeschi vorrebbero avere come genero” (?), che eseguì con grande diligenza e senza minimamente obiettare ai diktat euro-tedeschi, anche per manifesta mancanza di alleati in altri paesi, messi come e peggio di noi. Ma anche durante il governo Monti l’anelito alla Grande Riforma Fiscale non venne mai meno, in una sorta di mantra collettivo del tipo “l’anno prossimo a Gerusalemme”.

Tremonti, si diceva. La sua riforma vide la luce (si fa per dire) dopo crescenti tensioni con Berlusconi, che scalpitava a sua volta per donare al paese qualcosa di imperituro, ed era invece costretto a mordere il freno a causa della asserita micragnosità del tributarista di Sondrio:

«E se Tremonti non aprisse i cordoni della borsa? Li faremo aprire. Non è Tremonti che decide. Lui propone». Afferma il premier (Ansa, 31 maggio 2011)

E Tremonti alla fine decise, presentando il piano triennale di consolidamento fiscale e le linee guida della riforma. L’annuncio il 30 giugno 2011, al termine del consiglio dei ministri della manovra correttiva, quella del pareggio di bilancio al 2014, con una correzione da 47 miliardi, come ci informava la puntuale Ansa:

Via libera del Cdm alla manovra per centrare l’obiettivo del deficit zero nel 2014. Con un impatto che sarà di 1,5 miliardi sul 2011, 5,5 nel 2012 e 20 miliardi sui due anni successivi. Questo anche “perché – spiega in conferenza stampa il ministro Giulio Tremonti – nessuno pensava di raggiungere il pareggio quest’anno, ma in ogni caso su 2011 e 2012 gli obiettivi di bilancio sono già centrati”

Una considerazione di fondo: l’idea di una correzione pluriennale “caricata” sugli anni più lontani appare oggi al centro del dibattito economico globale. Ne parlano ormai tutti, da Olivier Blanchard alla premiata ditta Giavazzi-Alesina. Possiamo quindi azzardare che Berlusconi e Tremonti avessero capito tutto? Forse sì, forse no. Se il loro governo fosse stato ritenuto meritevole di credibilità (parola che ha la stessa radice etimologica di credito), la risposta sarebbe stata affermativa. Purtroppo per Silvio e Giulio, la loro reputazione non era delle migliori e, soprattutto, i tedeschi avevano una fretta infernale di portare tutti al pareggio di bilancio il prima possibile. Come sappiamo, queste sono state le buone intenzioni che hanno lastricato la strada del nostro inferno.

La Grande Riforma di Tremonti, presentata contestualmente alla correzione triennale dei conti pubblici, prevedeva un’Irpef a tre sole aliquote (20-30-40 per cento), di cui sempre l’Ansa tratteggiava la filosofia:

Arriva la riforma fiscale, con le tre aliquote Irpef, l’aumento dell’Iva, ma solo graduale, e con l’obiettivo di portare le rendite, senza considerare i Bot, ad una tassazione del 20%. La riforma si disegnerà da qui ai prossimi tre anni. Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, alla fine del consiglio dei ministri che ha dato il via libera alla riforma, ha confermato che il governo, con la delega fiscale, punta ad “allargare la base imponibile riducendo le 470 forme di erosione che si sono accumulate negli anni. Si può immaginare un sistema a 3 aliquote, rimodulare altre forme di imposizione e tagliando la spesa pubblica per tagliare aliquote. Riservando come dividendo fiscale l’enorme bacino dell’evasione”

Anche qui, un grande classico in tre mosse: taglio delle agevolazioni fiscali (che sono sempre quelle degli altri), allargamento della base imponibile, riduzione delle aliquote nominali. Una grande operazione virtuosa di supply side. Peccato che il mondo cambi drasticamente, quando si entra in una crisi che contrae il Pil per più anni, ed alla fine ci si trova costretti a fare cassa eliminando molti crediti d’imposta ed agevolazioni fiscali ma senza corrispondente riduzione delle aliquote, col risultato di incravattare l’economia del paese. Ribadiamolo: colpa dell’angst tedesca, ma anche della irresolutezza parolaia ed ultracorporativa di un paese pietrificato e popolato di maschere tragicomiche, quale l’Italia.

Nella delega fiscale era pure previsto, tra le altre cose, il superbollo sui suv, perché quello non manca mai, in un paese economicamente analfabeta come il nostro. Misura poi ripresa dal governo Monti (ed estesa con risultati ovviamente disastrosi alla tassa di stazionamento delle imbarcazioni), malgrado si trattasse di un esecutivo guidato da un economista, che queste cose dovrebbe sapere. Ma è realpolitik del pensiero magico per piacere alla ‘ggente, immaginiamo.

Tra le altre misure contenute nella legge-delega tremontiana, vi era poi la “graduale eliminazione dell’Irap, a partire dall’esclusione dalla base imponibile del costo del lavoro”, e l’introduzione di una “imposta sui servizi”, che avrebbe dovuto unificare sette imposte: di registro; ipotecarie e catastali; di bollo; sulle concessioni governative; sui contratti di borsa; sulle assicurazioni; sugli intrattenimenti. Certo, come no.

Anche il governo Monti, dopo le terrificanti spremute fiscali che hanno messo in ginocchio il paese per onorare il pareggio di bilancio nel 2013, si è brevemente cimentato con la Grande Riforma. E’ sempre l’Ansa, in una scheda del 15 aprile 2012, ad illustrare i nuovi assi portanti della delega fiscale che rinasce dalle proprie ceneri. Leggetela integralmente, capirete molto della crisi esistenziale di questo paese:

Arriva il fondo con i frutti della lotta all’evasione che potrà essere utilizzato anche per alleggerire il carico fiscale. Parte la revisione degli sconti. Confermate le aliquote Irpef e l’Irap, mentre per le imprese nasce l’Iri, l’imposta sul reddito imprenditoriale. Guardano all’ambiente invece la ‘green tax’ e la ‘carbon tax’. Per la casa prevista la revisione del catasto; entrano le nuove regole sull’abuso di diritto.
La riforma fiscale del governo è in dirittura d’arrivo: il disegno di legge delega sarà infatti domani all’esame del consiglio dei ministri. Le novità sono molte ma non immediate perché serviranno i provvedimenti di attuazione, una volta approvata la delega.
La riforma è “orientata alla crescita”, come spiega lo stesso governo nella Relazione Illustrativa che accompagna il ddl. Ecco come cambia volto il fisco.
– FONDO PER CALO TASSE E ECONOMIA. Vi confluiranno le risorse della lotta all’evasione, dei risparmi sugli sconti fiscali, dei risparmi che arriveranno dalla spending review. Tra le destinazioni del fondo l’alleggerimento del carico delle tasse a partire dai redditi più bassi.
– IRPEF, STOP ALLE 3 ALIQUOTE. La delega firmata dall’ex ministro Giulio Tremonti prevedeva la tassazione sulle persone al 20, 30 e 40%. Resteranno invece le attuali cinque aliquote.
– CASA, NUOVO CATASTO. Si passa dai vani ai metri quadrati per misurare le unità immobiliari e si punta ad arrivare ai rispettivi valori medi ordinari espressi dal mercato in una arco temporale triennale.
– SCONTI, PARTE IL TAGLIO. Si valuta la possibilità di eliminare, ridurre o riformare le spese fiscali che appaiono ingiustificate o superate o che costituiscono una duplicazione.
– PER LE IMPRESE ARRIVA L’IRI. Sarà l’Imposta sul Reddito Imprenditoriale per distinguerla dal reddito d’impresa.
– LOTTA EVASIONE, COMMISSIONE AD HOC. Misurerà i risultati e vedrà la partecipazione dell’Istat, dell’amministrazione finanziaria e di altre amministrazioni pubbliche. Si introduce l’obbligo di redigere un Rapporto annuale. Verrà potenziata la tracciabilità dei pagamenti, la fatturazione elettronica e l’accertamento sintetico.
– IRAP RESTA. L’abolizione – spiega il governo in un documento sul governo – “aprirebbe un problema molto serio di reperimento di entrate alternative”, quantificabili nell’ordine dei 35 miliardi di euro l’anno.
– ABUSO DI DIRITTO. L’obiettivo è contrastare operazioni di pianificazione fiscale prive di adeguate autonome finalità economiche, diverse dall’ottenimento di risparmi di imposta.
– CONTENZIOSO. Previste procedure ‘stragiudiziali’ per la definizione delle liti di modesta entità.
– FORFAIT PER IMPRESE MINORI. Obiettivo è la semplificazione con il pagamento di un’unica imposta.
– GREEN TAX E CARBON TAX. La prima ha lo scopo di preservare l’equilibrio ambientale, la seconda di finanziare le energie rinnovabili.

Suggestivo, non trovate? Però erano misure “orientate alla crescita”, che per definizione sono migliori di quelle “orientate alla stagnazione ed al declino”. La fine è nota: poi arriva la carestia, che tutte le riforme si porta via. Ma pensate, ognuna di queste deleghe fiscali, quante puntate di Ballarò, Servizio Pubblico, Porta a Porta hanno alimentato, e quante ne alimenteranno in futuro. Per ora, godiamoci la disperata ricerca di due pidocchiosi miliardi per evitare l’aumento Iva dal primo luglio. E ricordate che quell’aumento colpirà anche i popcorn che sgranocchierete davanti alla televisione, quando guarderete i dibattiti sull’ultima delega fiscale, collezione prêt a rêver.

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