L’agenda economica di Renzi non mi convince. L’analisi di Seminerio

di Francesco De Palo – Formiche.net

Un pacchetto esile e non particolarmente originale. Definisce così le proposte sul fisco avanzate oggi da Matteo Renzi in una conversazione con Claudio Cerasa del Foglio l’economista Mario Seminerio, animatore del blog Phastidio.net. Seminerio osserva come magari le proposte potranno evolversi in modo comprensivo, ma al momento appaiono frammentate e slegate dalla reale percezione dei meccanismi economici.

Renzi propone di lasciare l’iva al 21% perché, dice, “due o tre miliardi a fronte di una spesa pubblica come quella italiana si possono trovare”: dove?
Intanto andavano trovati già quando venne ventilata, da Berlusconi e poi da Monti. In entrambi i casi venne definita clausola di salvaguardia. E si disse che era impossibile che nel frattempo non saremmo riusciti a trovare nelle pieghe del bilancio pubblico una cosa del genere. Due miliardi, su una massa di spesa pubblica di ottocento, è una cifra ridicola: basterebbe un blocco di tesoreria o un micro taglio lineare nei ministeri. Evito di addentrarmi sul dove tagliare, diventerebbe un gioco di società abbastanza stucchevole.

Ma ne condivide il principio?
Penso che Renzi non dica nulla di innovativo, è una posizione sicuramente più di buon senso di quella di Berlusconi che a intervalli regolari oscilla tra l’alzare le accise per tassare giochi e alcolici, e annunciare che è impossibile non recuperare una riduzione di spesa in quel coacervo da ottocento miliardi. Il problema in verità è un altro.

Quale?
L’assoluta mancanza di progettualità: da due anni ripetiamo che l’Iva aumenterà se non si troveranno coperture alternative. E ci avevano assicurato che sarebbe stato impossibile aumentarla: invece si è visto. Ancora una volta ci facciamo arrivare la brace sui piedi prima di interrogarci nel merito di questo vero e proprio teatrino. Tutti, anche la stampa, però sottovalutano un altro fattore: in questo momento è in atto un rialzo dei rendimenti abbastanza preoccupante sui mercati internazionali. In quanto la decisione della Fed provoca “onde sismiche” in tutto il mondo e l’Europa non ne è esente.

In quale misura ne è coinvolta l’Italia?
Il nostro Paese rinnova in media ogni anno trecento miliardi di euro di titoli di Stato, perché i titoli hanno una vita media di sette anni. È quindi sufficiente un rialzo di un punto percentuale per provocare un aggravio annuo di tre miliardi di costo del debito. Non vedo nessun politico che se ne preoccupi: una vera e propria spada di Damocle sulla nostra testa. Si occupano solo del punticino di iva di luglio e dimostrano di non leggere neanche i giornali, eccezione forse per le pagine sportive o per le polemiche del giorno.

Capitolo pensioni, Renzi vorrebbe tagliare del 10% quelle superiori a 3.500 euro. Con quali benefici?
Si tratta di pensioni erogate con il metodo retributivo in una situazione in cui i contributi versati hanno un rendimento stratosferico. Su questo esprimo un giudizio favorevole, anche per il blocco di indicizzazione di tali pensioni che lui quantifica in un recupero annuo di 4 miliardi. Ha molto senso anche sul piano equitativo.

Terzo punto, una serie di risparmi da far confluire in un fondo per la riduzione della pressione fiscale: una vecchia idea prodiana?
Era una mossa avanzata dall’ultimo esecutivo Prodi, determinando una misura di gettito distribuita all’epoca con la famosa quattordicesima ai pensionati e a soggetti a basso reddito. Mi pare che Renzi sia molto focalizzato sul pensiero prodiano, ma vedo difficile che tutto il recuperato dall’evasione fiscale possa sistematicamente andare ad abbattere le aliquote nominali Irpef.

In definitiva un pacchetto da promuovere?
Nulla di personale nel giudizio ma è estremamente esile, non particolarmente originale, molto abbozzato. Credo che debba e possa impegnarsi di più per giungere a una proposta maggiormente organica, strutturata e onnicomprensiva. Ancora una volta mi pare che Renzi argomenti come un politico classico in un settore dove invece c’è una grande ignoranza di quelli che sono i meccanismi economici.

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