I conti di Tabellini

Ieri, sul Sole, proprio affianco alla omelia domenicale di Guido Rossi, c’era un commento (di ben altro spessore) di un altro Guido. Trattasi di Guido Tabellini, che svolge il tema del “che fare?” sul tentativo (finora piuttosto fallimentare) di questo disgraziato paese di uscire dalle sabbie mobili. Con alcuni interessanti spunti, diagnostici e terapeutici, che peraltro dovrebbero già essere sotto gli occhi di chiunque eviti approcci moralistici o sbilanciati su una misteriosa “allocazione delle risorse”, che peraltro si conseguirebbe agevolmente (si fa per dire) con un approccio integrato a riforme dal lato dell’offerta coniugate con misure di sostegno alla domanda. Ma tant’è: a volte ci si fa catturare dalla propria scheggia di elettorato puro e duro, che ci si è amorevolmente allevato, oltre che dal proprio personaggio pubblico, e si perde di vista la realtà. Ma non divaghiamo sugli ectoplasmi, parliamo della realtà e di Tabellini.

Il quale Tabellini parte dall’obiettivo primario: “il rilancio della crescita nel rispetto del vincolo di bilancio”. Che fare, quindi? In primo luogo, anche per Tabellini serve un programma pluriennale. Poi, quali interventi? Sorpresa, sorpresa:

«Secondo, gli interventi economici devono riguardare sia la domanda che l’offerta. Le riforme dell’offerta sono indispensabili per un Paese che non cresce da oltre un decennio. Ma da sole non bastano, perché la recessione è anche causata da una grave mancanza di domanda aggregata, indotta dalla stretta creditizia, dall’austerità fiscale e dall’incertezza sul futuro»

Ohibò, ma dove l’abbiamo già sentita, questa? Vabbè. E quindi, serve un intervento pesante sul costo del lavoro, cioè sul cuneo fiscale. Ma servono soldi, tanti soldi:

«Ma non basta una riduzione selettiva per un importo intorno ai 5 miliardi di euro (è questo ciò di cui si parla in questi giorni). Per incidere davvero su aspettative e comportamenti, occorre un taglio generalizzato e molto più ampio, concentrato sugli oneri sociali, e dilazionato su più anni. Anche senza arrivare ai 50 miliardi su tre anni del progetto di Confindustria di alcuni mesi fa, per essere efficace l’entità di un taglio del cuneo fiscale deve essere misurata nelle decine di miliardi, non in unità»

Per finanziare questo intervento, serve un equivalente taglio di spesa. Ma…

«Ma per raggiungere cifre adeguate, la spending review non è sufficiente. I conti sono presto fatti. Secondo i lavori delle commissioni che si sono succedute nel tempo, la spesa potenzialmente aggredibile con la spending review è di circa 8o-1oo miliardi (si tratta in gran parte di consumi intermedi). Anche una riduzione del 15%, che sarebbe già un grande successo, porterebbe a risparmi largamente insufficienti»

Attendendo Carlo Cottarelli, potremmo fare anche altro:

«Per finanziare una riduzione più consistente del cuneo fiscale, non si può rinunciare a intervenire anche sui grandi programmi di spesa, a partire dalle pensioni più elevate, e su altre voci come i trasferimenti alle imprese (che in parte rilevante sono agevolazioni sulla spesa per trasporti)»

Anche qui, si recupera qualcosa che non è moltissimo a livello di singole voci di spesa, ma sarebbe comunque un importo decente ove preso cumulativamente. Sapendo tuttavia che l’intervento sulle “pensioni più elevate” (definirle, prima) serve astrattamente all’equità ma non è la pentola d’oro in fondo all’arcobaleno. E sapendo che, riguardo il taglio dei sussidi al sistema delle imprese, già identificato da Francesco Giavazzi in circa 10 miliardi di euro annui, è molto opportuno enfatizzare che trattasi soprattutto di trasferimenti al sistema dei trasporti. Quindi, durante la transizione, occorre sapere che il costo dei biglietti di Trenitalia (ma non solo) aumenterebbe, e non di poco.

Altra area critica, il credit crunch prodotto da banche sottocapitalizzate che prestavano ad imprese a loro volta sottocapitalizzate. Anche qui, servono soldi e riforme:

«(…) E’ indispensabile allentare la stretta creditizia sulle imprese. Su questo il governo si è già impegnato, ma non abbastanza. Occorre togliere i disincentivi fiscali al riconoscimento delle perdite sui crediti delle banche, ampliare gli incentivi alla patrimonializzazione delle imprese, estendere i fondi di garanzia, accelerare ulteriormente i pagamenti dei crediti verso la PA, allentare la presa delle fondazioni sulle banche anche per facilitarne la ricapitalizzazione in vista dei nuovi stress tests europei»

Certo, serve ripulire i bilanci delle banche dall’Everest delle sofferenze ma, se la depressione non termina, il flusso di sofferenze resta un fiume in piena, e ci riporta al punto di partenza. Un pensiero di Tabellini anche per il Mago Brunetta:

«Da questo punto di vista, invece, la rivalutazione delle quote azionarie della Banca d’Italia possedute dalle banche è un inutile artificio contabile per fare contente le fondazioni, che non fa nulla per rinforzare il sistema bancario, ma anzi gli sottrae liquidità nella misura in cui dovranno essere pagate imposte sulle rivalutazioni»

Al termine di questa lettura, si resta con alcune sconfortanti impressioni. Ad esempio che: 1) non abbiamo ancora neppure iniziato a riformare alcunché, dopo aver perso sei mesi in una stupida guerra di propaganda religiosa sull’Imu; 2) Per generare le risorse necessarie ad abbattere il cuneo fiscale, in assenza di una robusta crescita, si finirebbe fatalmente ad incidere sulla carne viva di altri programmi di spesa, quali pensioni erogate col retributivo anche ai “ricchi” che prendono tre volte il minimo, oppure aumento drastico della compartecipazione dei cittadini alla spesa sanitaria, cioè abbattendo comunque il reddito disponibile. Ma è solo un’impressione, sia chiaro.

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