Scene da un patrimonio

Oggi sul Sole c’è un editoriale del professor Paolo Savona in cui l’economista reitera il proprio “suggerimento” di attuare quella che da queste parti si definisce “Grande Compensazione” tra attivi e passivi pubblici, suggerendo una sorta di debt-equity swap, per abbattere il rapporto debito-Pil. Nulla di realmente nuovo, ma utile per prendere il polso dell’evoluzione del pensiero dei nostri strateghi. Veri, presunti o sedicenti tali.

Il cuore del Savona-pensiero sta in due frasi. Questa è la premessa:

«Il debito pubblico non si può ridurre né propiziando avanzi di bilancio, perché le conseguenze sulla disoccupazione sarebbero drammatiche, né cedendo pezzetti di patrimonio pubblico che finiscono con alimentare spese correnti o detassazioni lasciando aperto il problema del rimborso del debito e del rilancio dello sviluppo»

E questa è la cosiddetta terapia:

«Solo una grande operazione finanziaria di conversione dei titoli pubblici in quote del patrimonio pubblico- secondo progetti già noti – può convincere il mercato internazionale che lo Stato italiano onorerà il proprio debito, sbocco che considera tuttora improbabile, come testimonia la minaccia rivolta a una primaria società assicurativa di ridurre il rating ‘perché possiede troppi titoli pubblici’»

Quindi l’idea è quella di convertire, o meglio di concambiare, il debito pubblico (che per lo stato italiano è una passività) in titoli rappresentativi dell’attivo patrimoniale del paese, che è un enorme e fors’anche intrattabile coacervo, mobiliare ed immobiliare. Come farlo resta quindi molto problematico. Lo stesso Savona mesi addietro aveva avanzato una proposta piuttosto sghemba, che vi suggeriamo di leggere o rileggere, per avere maggiore consapevolezza delle idee del personaggio.

Volendo sintetizzare, Savona da qualche tempo ha smesso di chiedere un distruttivo default del debito pubblico italiano, che si verificherebbe nella ipotesi grillesca di “ristrutturazione” coattiva del nostro debito, ad esempio riducendo le cedole dei titoli, abbattendone il valore nominale od allungandone le scadenze. Proprio per aggirare questo problema, mesi addietro Savona aveva suggerito una conversione su base volontaria dei titoli di stato in certificati ibridi (ma a prevalente contenuto di debito) rappresentativi della crescita del Pil e della partecipazione all’attivo patrimoniale netto del paese. La presenza di un warrant sull’attivo patrimoniale del paese, da valorizzare opportunamente, avrebbe rappresentato il cuscinetto necessario a ridurre il costo della cedola. Non è dato sapere se nel frattempo Savona abbia cambiato idea, almeno sulle modalità operative della grande operazione di debt-equity swap che prefigura.

Resta il punto, che in astratto ha qualche senso: come ridurre il rapporto debito-Pil, e di conseguenza l’incidenza dell’onere del servizio del debito, mentre aspettiamo la fantomatica ripresa, sapendo che siamo uno dei paesi più patrimonializzati al mondo? In linea astratta e teorica, questo swap ha senso, ed è ovviamente preferibile ad una Grande Compensazione fatta in prevalenza di imposte patrimoniali per ridurre il debito. Il problema resta la sua realizzazione operativa. Servirebbe realizzare un gigantesco fondo chiuso, magari multicomparto, a cui conferire gli attivi pubblici (mobiliari ed immobiliari) da valorizzare, e poi ficcare in tasca agli italiani quote di questo fondo chiuso in cambio dei loro Btp, che dovrebbero conferire su base più o meno volontaria (già, come?). Avremmo già il nome per questo fondo chiuso, che dovrebbe poi essere collocato in borsa: Patrimonio Italia. Con un bel logo che sia un tripudio di rosso, bianco e verde.

Del resto, siamo un paese di eroi, santi, poeti, navigatori (internet), economisti, giuristi, criminologi, costituzionalisti ed ora pure ingegneri finanziari. Un vero peccato che un popolo così poliedrico e ricco di creatività stia andando incontro ad un destino economico, sociale e civile così gramo.

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