Gli anni che dannarono l’Italia – 2

Ieri, sul Corriere, è comparso un editoriale di Ernesto Galli Della Loggia che, in contemporanea col vostro titolare (si parva licet), si chiedeva se vi fossero delle cause politiche alla decrescita italiana. A tale domanda retorica, Galli Della Loggia risponde affermativamente e secondo dinamiche simili a quelle che avete letto qui. La società italiana è sinora rimasta minimamente coesa attraverso l’uso e soprattutto l’abuso del bilancio pubblico, in modo profondamente disfunzionale.

Galli Della Loggia commenta il volume L’Italia e l’economia mondiale dall’Unità ad oggi, curato da Gianni Toniolo e pubblicato nella collana storica della Banca d’Italia. Il dato da indagare è l’espolosione del rapporto debito-Pil, che nel decennio degli anni Ottanta decolla:

(…) da circa il 60 per cento nel 1979 si passa in un solo decennio al 90 per cento, per arrivare nel 1992 al 105 per cento. Che cosa è successo per giustificare la drammatica inversione avutasi nello sviluppo italiano? In queste pagine si danno parecchie spiegazioni (poche grandi imprese, mancato inserimento nell’imponente rivoluzione tecnologica e dei servizi di fine Novecento, aumento eccessivo del costo del lavoro, eccetera), ma se ne affaccia di continuo, mi sembra, una in particolare, benché mai sviscerata fino in fondo. Vale a dire che in Italia ciò che è venuto meno non è qualcosa che attiene direttamente all’economia, ma è piuttosto una generale «capacità sociale di crescita» (Toniolo)

Gli anni Ottanta sono stati il decennio del craxismo, e del “fatti più in là” intimato alla Dc, che ha accomodato in qualche modo l’ingombrante alleato, che minacciava ad ogni pié sospinto improbabili alleanze con il Pci, di cui era mortale nemico. Come che sia, l’azione di Ghino di Tacco Craxi, uguale e contraria alla politica andreottiana dei “due forni” e la forte presenza del Pci alla guida di enti locali fiscalmente irresponsabili hanno prodotto l’esplosione della spesa pubblica, in più che verosimile funzione di costruzione di consenso sociale. Il rapporto deficit-Pil in doppia cifra in quel periodo è lì a ricordarcelo. Ma in quel decennio si è anche verifcato altro: Paul Volcker, nominato alla Fed da Jimmy Carter e riconfermato da Ronald Reagan, aveva giurato di sradicare la stagflazione dal sistema economico, attraverso una politica monetaria molto aggressiva, che  produsse tassi reali in forte crescita.

Da noi, pressoché in contemporanea, si verificava il cosiddetto “divorzio” della Banca d’Italia dal Tesoro, che tra le altre cose implicava il venir meno dell’obbligo per la nostra banca centrale di garantire il successo delle emissioni di titoli di stato attraverso sottoscrizione dell’invenduto. Dalla seconda metà degli anni Ottanta il nostro paese, che sino a quel momento aveva vissuto di svalutazioni competitive, indicizzazione integrale dell’economia (con una ubiqua scala mobile) e soprattutto una totale immobilità dei capitali che consentiva una più o meno agevole repressione finanziaria e finanziamento del deficit, entrò poi negli accordi di progressiva liberalizzazione dei movimenti internazionali di capitale. Il combinato disposto di queste circostanze (persistente disordine nei conti pubblici, mancata monetizzazione dei deficit pubblici, progressiva liberalizzazione dei movimenti di capitale) determinarono la forte ascesa del nostro rapporto debito-Pil.

Per verifiche di prima approssimazione ma non per questo meno probanti, date un occhio a questa cronologia e (senza perdere di vista la serie storica del deficit-Pil) osservate i rendimenti di aggiudicazione dei Bot a 3, 6 e 12 mesi nel corso del decennio Ottanta, che trovate qui. Vedete il tasso reale, inteso come differenza tra rendimento del Bot e tasso d’inflazione? Ecco, da questo “dettaglio” e dalla persistenza di un deficit-Pil a doppia cifra si colgono le radici dell’esplosione del nostro rapporto debito-Pil.

Dopo di che, si possono fare tutte le analisi politologiche che si preferisce ma l’esito resta quello: l’Italia ha posto le basi della propria dannazione nel decennio Ottanta, dal quale non è più riuscita a riprendersi. Incidentalmente bisognerebbe pure chiedersi perché altri paesi, posti nelle identiche nostre condizioni (divieto di monetizzazione del deficit pubblico, liberalizzazione dei flussi di capitale), non siano riusciti ad accumulare un simile rapporto debito-Pil. Le conclusioni le lasciamo a voi. In caso foste tentati di suggerire che la risposta sta nella persistente incapacità del nostro paese di adeguarsi al contesto esterno (che i disfattisti e gli antipatrioti chiamano vincolo), al momento non ci sentiremmo di darvi torto. Naturalmente potreste anche controbattere che occorre fermare il mondo per agevolare la discesa di tutti i richiedenti. Chiedere costa meno che pagare la fornitura regolare di sostanze psicotrope e rappresenta un investimento elettorale dal rendimento potenzialmente molto elevato, soprattutto (guarda caso) in Italia.

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