Quanto costano rigidità e mancanza di credibilità

(post lievemente tecnico: per sfuggire a questi inutili sofismi ci si può sempre dedicare alla riforma del Senato)

Su lavoce.info, un’analisi di Stefano Fantacone, Petya Garalova e Carlo Milani su una previsione della Ue relativa alla nostra disoccupazione, destinata a penalizzarci pesantemente in termini di rispetto di obiettivi fiscali. Quando l’economia diventa massimamente politica, accadono cose del genere. Ma noi siamo pienamente corresponsabili di questi esiti.

Il punto è per addetti ai lavori, ma suscettibile di pesanti ricadute sulle nostre vite. Come noto, l’Italia è da qualche settimana l’unico paese dell’Eurozona a soffrire di “squilibri macroeconomici eccessivi”, per l’insufficiente capacità mostrata nel piegare il rapporto debito-Pil e per l’incapacità nel recuperare competitività. Inoltre, nelle “Previsioni d’inverno”, la Commissione Ue segnala che il nostro paese sta allontanandosi dall'”Obiettivo fiscale di medio periodo” (MTO), perché il nostro rapporto deficit-Pil strutturale (cioè corretto per gli effetti del ciclo economico), è atteso risalire dallo 0,6% di quest’anno allo 0,9% del prossimo, mentre siamo impegnati a non superare lo 0,5% a fine 2015, avendo un debito-Pil che eccede il 60%. Numeri e vincoli che danno la misura di quanto sia fuori strada (oltre che assai poco informato) chi continua a parlare di “parametri di Maastricht”, cioè del 3% di deficit-Pil.

Bene, e quindi?, direte voi. Quindi la Commissione europea ha calcolato, nei propri modelli, il tasso di disoccupazione di equilibrio per il nostro paese, cioè il tasso compatibile con la stabilità dei prezzi. Ed il numero risultante è stratosferico: dal 10,4% del 2013 siamo attesi salire all’11% nel 2015. Che significa? Che per la Commissione europea quasi tutto il nostro tasso di disoccupazione è strutturale e non ciclico, cioè non può essere significativamente ridotto, allo stato attuale, senza che si manifestino pressioni rialziste sui salari (NAWRU, Non Accelerating Wage Rate of Unemployment, concetto equivalente a quello di NAIRU). In altri ed ulteriori termini, quasi tutti i disoccupati italiani sono al momento inoccupabili. A torto o a ragione, questo è ciò che la Commissione pensa ed afferma.

I motivi di questa altissima disoccupazione strutturale possono essere i più diversi: da rigidità del mercato del lavoro (e del costo del medesimo in termini reali), alla presenza di skills mismatch, cioè di soggetti che non possiedono le capacità e le competenze richieste dal mercato del lavoro. Che poi, in un paese che non riesce a crescere in termini di valore aggiunto, vuol dire avere un esercito di lavoratori a bassa qualifica e competenze. Ribadiamolo: che sia vero o meno, soprattutto che lo sia su questi terrificanti numeri (che disegnano un paese di NEET di ogni età), questa ipotesi e questo numero hanno pure pesantissime ricadute sul deficit strutturale, come dimostrano gli autori del pezzo de lavoce.

In altri termini, se la percentuale di disoccupazione strutturale fosse a fine 2015 all’8,6% anziché all’11% previsto, l’Italia sarebbe in pareggio strutturale, e non servirebbero correzioni. Quale è la valenza politica di queste assunzioni del modello economico della Commissione? In primo luogo, che l’Italia viene punita per quella che è considerata la rigidità del suo mercato del lavoro, che tende a trasformare in strutturale quella che in larga parte dovrebbe essere disoccupazione ciclica. In secondo luogo, una simile “provocazione” deriva non da un complotto ai nostri danni quanto dalla nostra scarsa credibilità a produrre mutamenti di un qualche rilievo sulle nostre metriche di competitività. Piaccia o meno, ed anche ammettendo che a Bruxelles ci sia gente che vive fuori dal mondo e dà i numeri, come spesso accade. Detto in altri e più comprensibili termini, i salari reali italiani sono considerati troppo alti, e devono scendere.

E’ in corso un braccio di ferro tra Italia e Ue, in cui l’Italia deve cambiare verso, con le buone o con le cattive, dovesse pure servire lavorare su modelli economici basati su ipotesi estreme e poco realistiche. A questo punto, sono gli italiani e soprattutto il loro governo a dover scegliere: se mandare a stendere la Ue o accettare riforme molto profonde ed altrettanto dolorose. Riguardo la prima ipotesi, che di questi tempi tende ad essere molto gettonata da vocianti sognatori, è utile sapere che i pasti gratis continuano a non esistere.

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