La Rivoluzione DEFinitiva

Presentato a Palazzo Chigi il Documento Economico e Finanziario (DEF) che dovrebbe rappresentare la chiave di volta della strategia renziana per cambiare verso all’Italia ed al globo terracqueo. Sono centocinquanta pagine di buone intenzioni, come sempre e da sempre in questo documento, ed un paio di numeri piuttosto significativi per comprendere la strategia dell’esecutivo.

La cornice (visto che i dettagli seguiranno) è quella di tagli da spending review per 4,5 miliardi nel 2014, o meglio per il pro-rata di otto dodicesimi di anno. Qui si può dire ben poco, oltre l’annunciato: costi standard in sanità, tagli da retribuzioni dei dirigenti della PA (buoni e giusti, in un paese di oligarchi deresponsabilizzati e sdraiati sulla rendita), cifrati da Renzi in 400 milioni annui, aumento della centralizzazione (o meglio, riduzione di dispersione) degli acquisti pubblici, intervento sui trasferimenti alle imprese (dovessimo scommettere due centesimi, la mente corre ai trasferimenti alle Ferrovie dello Stato, con conseguente innesco di una revisione delle tariffe), spesa per la Difesa.

Alle coperture si aggiunge l’Iva addizionale generata dallo sblocco di ulteriori 13 miliardi di debiti della PA ed il raddoppio dell’imposta sostitutiva che le banche dovranno pagare sulle plusvalenze derivanti dalla rivalutazione delle quote di Bankitalia. Come i più scaltri tra voi avranno intuito, ed ammettendo che i tagli strutturali vadano a regime senza troppa carta bollata e coinvolgimento di Tar, queste coperture sono prettamente una tantum. Poiché il governo ha un cronoprogramma (ci aggiungiamo alla modernità terminologica) che prevede per il 2015 tagli strutturali di spesa per quasi un punto di Pil aggiuntivo, è evidente che per l’anno in corso si è scelto questo gambling di misure non strutturali, per prendere tempo e stupire con effetti speciali di una detassazione selettiva ai cittadini e privatizzazioni da 12 miliardi nei  prossimi 8 mesi.

Tra i numeri del Def, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, offre alla Ue una moneta di scambio: più realismo sul 2014 in cambio di un paio di occhi chiusi su coperture piuttosto problematiche. Un Pil in crescita quest’anno dello 0,8% appare realistico, allo stato attuale, e soprattutto un Pil nominale in crescita di solo l’1,7% lo è; si prende atto della disinflazione e si torna sulla Terra, rispetto al mirabolante +2,9% di Pil nominale di Letta e Saccomanni. In questi numeri stanno il rigore ed il realismo di Padoan. Il quale però, dal 2015 diventa fortemente ottimista, al punto di presentare il pareggio di bilancio su base strutturale, con un miglioramento del saldo strutturale di ben lo 0,9% rispetto alla previsione della Commissione Ue, che il mese scorso ci è valsa l’ammonimento per squilibrio macroeconomico eccessivo.

Che dire, di queste misure? Intanto, ieri sera in conferenza stampa e oggi nel consueto tweet mattutino, Renzi è apparso molto baldanzoso, quasi in trance agonistica. Ce l’ha con i “gufi” che gli augurano sfiga e fallimento. Il grado di sovraeccitazione del giovane premier appare genuino, forse è davvero convinto di star facendo la storia, al punto che ieri sera è arrivato a dire che in questo momento in Italia si starebbe facendo una “rivoluzione sistematica”. Mancava solo la “geometrica potenza di fuoco” del suo riformismo ed avremmo avuto tutto lo strumentario del perfetto rivoluzionario febbricitante. Del resto, sul piano della comunicazione, il messaggio che “se fallisce lui, il cielo ci cadrà in testa” (spoiler: ma anche no), è stato decisamente efficace.

Anche nell’intervista al cantore Aldo Cazzullo, sul Corriere, Renzi è stato molto attento a trasmettere l’immagine del vendicatore dei sofferenti, parlando della faccia del buon Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, alla notizia del raddoppio della gabella sulla plusvalenza Bankitalia. La strategia di Renzi è del resto molto chiara: presentarsi come l'”antisistema che fa”, l’uomo che piccona le rendite di posizione, il comunitarista che chiede al popolo stressato come combattere gli sprechi (su cui parte non trascurabile del popolo medesimo vive senza accorgersene), con tanto di citazione rigorosamente fuori luogo della mistica di Adriano Olivetti sul rapporto massimo moralmente ammissibile tra retribuzioni dei vertici e quelle della base. Renzi vuole svuotare l’acquario dove sguazzano i grillini e tutti gli antisistema parolai di cui l’Italia è da sempre riccamente dotata.

Questa strategia potrebbe pagare e sta già pagando, almeno a livello di sondaggi. Renzi ha assoluto bisogno di scollinare le elezioni europee per poi chiudere i conti in casa Pd e veleggiare verso le elezioni politiche, non necessariamente nel 2018. Il premier è poi riuscito a perfezionare l’antica arte berlusconiana, quella di strillare e stampigliare un bel “fatto!” a provvedimenti che sono solo abbozzati, o a prendersi una licenza poetica nella lettura della realtà, del tipo dire “ho abolito il Cnel e le province”, cose entrambe rigorosamente non vere, una a livello di lungo iter di revisione costituzionale, l’altra direttamente sul piano fattuale. Renzi sa di avere a che fare con un elettorato dotato della memoria di un pesce rosso, e quindi nessuno (tranne pochi phastidiosi disfattisti) andrà a dirgli: “Ma come, non dovevi sfondare il 3%? Non dovevi andare in Europa a spiegare che l’Italia non prende ordini da nessuno? Com’è che sei diventato così ortodosso e rispettoso della liturgia dei parametri di Maastricht che di Maastricht neppure sono?”. Ma sono dettagli.

In questo turbinio di riforme epocali, Renzi è pure un uomo fortunato, visto che non ha una opposizione “operativa” a fronteggiarlo, ma solo una onirica e ben più parolaia di lui. Forza Italia rischia come mai negli ultimi vent’anni di scomparire assieme al suo leader, prossimo a rendersi socialmente utile assistendo gli anziani. La frustrazione con cui Renato Brunetta commenta le coperture del Def è la stessa della diva del muto che si vede al tramonto dopo l’avvento del sonoro, o quella del maestro superato dall’allievo. L’ectoplasmatico Alfano e la sua sigla partitica sintetica restano aggrappati alla zattera del 2018, come Massimo Lopez nello spot della telefonata che allunga la vita, e si accontentano di qualche frase di circostanza, nel loro ruolo di farcitura del governo rivoluzionario del Nuovo Centrismo Fattivo.

Poi, i problemi restano tutti: la minaccia deflazionistica pende sul capo del paese, il mercato del lavoro è rotto e non sarà maggiore precariato a rivitalizzarlo, attendendo il contratto unico e l’inevitabile frana nelle retribuzioni nominali, che seguirà a questo tasso di disoccupazione galoppante. In questo turbine di cambiamento, presunto più che vero, Renzi ha il vento in poppa. In politica conta la rappresentazione più che la realtà, soprattutto in un paese come l’Italia. Per questo il premier potrebbe riuscire a neutralizzare e disarticolare le forze che gli si oppongono e già questo sarebbe un successo, oltre a dare lavoro a schiere di esegeti ed analisti da salotto televisivo, garantendo anni di palinsesti. La realtà giudicherà, come sempre.

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