Delrio, o del cronoprogramma che non colsi

Secondo una definizione piuttosto romantica, la politica è l’arte del possibile. Più prosaicamente, è l’arte del mentire, ed è coessenziale alla natura umana. Nel nostro paese quest’arte tocca sempre nuove vette, anche dopo l’entrata in scena (letteralmente) di Beppe Grillo e del suo sodale, uscito da un incubo di Philip Dick al culmine di un assai difficoltoso processo digestivo.

Sfortunatamente, non tutti i politici hanno il potenziale onirico di Berlusconi, Grillo, Renzi, ognuno con le proprie variazioni sul tema. Dal millenarismo apocalittico di Grillo all’ossimorico liberalismo monopolistico di Berlusconi, alle “rivoluzioni” da Ruota della Fortuna di Renzi. Immediatamente dietro all’affabulatore in chief  ci sono gli “uomini macchina”, quelli che in astratto hanno come missione la quadratura del cerchio ed ai quali è richiesto di tenere i piedi ben piantati per terra. Questi di solito sono i sottosegretari alla presidenza del consiglio, nel momento in cui i loro onirici leader arrivano nella stanza dei bottoni.

Graziano Delrio appartiene a quest’ultima categoria. Già sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci (l’associazione dei comuni italiani), è il Mazarino di Renzi, la sua eminenza grigia,  l’uomo che deve (o dovrebbe) contemperare la “visione” con i vincoli di realtà. Purtroppo a volte questo esercizio si rivela assai impervio, e spinge a rifugiarsi dietro imbarazzanti bugie ed omissioni, malamente occultate dietro enunciati “alti e solenni” che tuttavia sono privi di quella componente carismatica che spesso induce gli elettori a bersi l’inverosimile (ed il non potabile).

Delrio trasmette un’immagine di affidabilità e concretezza (“la concretezza dei sindaci”, come ebbe a definirla il pacioso ego di Renzi), che si alimenta anche dell’immagine quasi ascetica del personaggio. I problemi insorgono nelle non rare interviste che il sottosegretario concede. In esse emerge una realtà ben diversa, fatta dell’abituale “pensiero magico” dei politici italiani e a volte, soprattutto nel caso di Delrio, di quello che appare un vero e proprio disprezzo dell’intelligenza degli interlocutori-ascoltatori.

Tralasciamo tutte le gag sulla “tassazione delle rendite finanziarie pure”, in cui per mesi il Nostro ha mescolato assurdità fattuali a indigeribili iattanze moralistiche, destinate a squagliarsi come neve al sole della realtà. In questo esercizio, è stato spesso oggettivamente coadiuvato dalla inconsistenza (e più propriamente dalla ignoranza) dei nostri watchdog da riporto.

Oggi Delrio viene intervistato sul Corriere da Marco Galluzzo. Ci sono i soliti enunciati di principio e l’ormai caratteristico atteggiamento di forte convinzione nelle proprie causalità sghembe. C’è tuttavia anche la grande naturalezza (renzista doc) con cui ci si sbarazza di precedenti “cronoprogrammi”, spostando continuamente in avanti la cifra delle proprie promesse, con la sicumera di chi è certo di continuare a farla franca, soprattutto in un paese che soffre di un danno irreversibile alla memoria di breve termine, ed in cui non esiste traduzione del termine anglosassone accountability. Sui debiti della pubblica amministrazione, ad esempio:

Quanti debiti residui della P.a. riuscirete a pagare quest’anno?
«E’ azzardato fare un previsione. C’è la disponibilità a pagare tutto quello che arriva, sicuramente quanto fatto finora permette di non accumulare ulteriori debiti. Può darsi che tutti i residui passati non verranno evasi (97 miliardi, stima Bankitalia, è credibile) quest’anno. E’ presumibile pensare che con i nuovi meccanismi la gran mole del debito verrà pagata entro i primi tre mesi del 2015»

Prendete nota, dunque. E’ azzardato fare previsioni ma c’è la certezza di non accumulare ulteriori debiti, ma anche “può darsi che tutti i debiti passati non verranno evasi”. Sublime, non trovate? Ma è sulla domanda successiva che si tocca l’apoteosi del dadaismo:

Tajani dice che il ministero dell’Economia ha bloccato Palazzo Chigi.
«No, l’unica prudenza che abbiamo tutti quanti riguarda una parte di debiti in conto rapitale, che influisce sul deficit, ma è una cifra marginale: 5-6 miliardi»

Davvero, sottosegretario? Cioè, voi non sapete quando smaltirete un arretrato che è ancora di circa una trentina di miliardi di euro ma siete “prudenti” su 5-6 miliardi di debito pregresso in conto capitale, che come tale impatterebbe sul deficit-Pil per uno strabiliante ed insostenibile 0,3%? Ma voi non eravate quelli che “me ne frego dei parametri europei”? Questo accadeva un’era geologica addietro: oggi state chiedendo a Bruxelles di allungare il cronoprogramma verso il pareggio strutturale di bilancio (al 2016 e non più l’anno prossimo) a causa del pagamento dei debiti pregressi della PA. Ma se tali pagamenti impattano sul deficit-Pil solo per la parte relativa a spesa in conto capitale, perché chiedere la deroga alla Ue e mostrarsi “prudenti” su mancati pagamenti di quella tipologia di spesa, che peraltro sono briciole? Mistero.

Altro elemento di criticità (con la logica, più che altro): le privatizzazioni.

Come farete a passare dallo 0,5% annuo del Pil allo 0,7%, cosa collocherete in più nel prossimo quadriennio?
«I processi industriali in atto in Italia, a cominciare da Ansaldo e dall’alleanza con i cinesi, hanno bisogno di politiche virtuose. L’obiettivo è migliorare la redditività e il valore delle nostre partecipate. Non vogliamo vendere i gioielli di famiglia, puntiamo a partecipazioni che abbiano maggior valore»

Dunque, pare che con questa frase Delrio affermi che prima di fare dismissioni occorra valorizzare le imprese pubbliche, per massimizzarne l’incasso da dismissione (immaginiamo). Questa sarebbe la tesi. Al contempo, Delrio afferma l’antitesi, quando stucchevolmente premette che non si vogliono vendere i “gioielli di famiglia”. Ma se oggi le imprese pubbliche non sono valorizzate, ciò significa che sono bigiotteria più che “gioielli di famiglia”, non trovate? E domani, quando saranno valorizzate (a seguito della rivoluzione renzista, immaginiamo), andremo a dire ai cittadini che vendiamo aziende che fanno robusti utili? Boh. Ma questo è un problema solo apparente, pensiamo: si usa la solita tecnica della cessione del pacchetto di minoranza, come ci si accinge a fare per Poste Italiane, e il gioco è fatto.

E per quanto riguarda le dismissioni immobiliari, che ogni governo italiano sogna di realizzare, Delrio è liquidatorio e congiunturale:

«Bisogna lavorarci di più. La questione risente anche del calo del valore del settore»

Osservazione pensosamente acuta, ma che non sposta di una virgola i termini della questione. Il governo italiano ha scritto nel DEF una importante attività pluriennale di dismissione di asset pubblici, pari allo 0,7% annuo, con finalità di contribuire a piegare la traiettoria debito-Pil, che continua a mostrare un inquietante andamento ascendente. La realtà è una sola (o una sòla, come direbbero a Roma e dintorni): che Renzi ed il suo governo sono palesemente in ritardo anche sul famigerato cronoprogramma delle privatizzazioni, malgrado il gioco delle tre tavolette dialettiche di Delrio.

E quanto al resto, siamo a cavallo: manderemo a casa la dichiarazione dei redditi precompilata, e faremo riforme che entreranno nella storia. E l’anno prossimo a Gerusalemme:

«Le due riforme, quella elettorale e quella del Senato, rappresentano due punti fermi per dare autorevolezza al Paese, così vengono giudicate da qualsiasi osservatore internazionale»

Se mai tali riforme accadranno, sarebbe utile far presente a Delrio che a “qualsiasi osservatore internazionale” non frega nulla della legge elettorale italiana o dell’eliminazione del nostro bicameralismo perfetto; quello che si vorrebbe vedere è un paese che galleggi meno sul mare di chiacchiere, propaganda, illusionismo e materiale organico che ci sta allagando da lustri, e che porti a casa riforme “vere” e non vendite di batterie di pentolame, peraltro dal fondo rigorosamente bucato.

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