La Golden Rule dei sogni

Pare che il premier Matteo Renzi proverà nuovamente, in sede europea, a chiedere l’esclusione degli investimenti pubblici dal computo del rapporto deficit-Pil. Si tratta di una antica aspirazione dei politici italiani, sinora sistematicamente frustrata perché più che altro rimasta nel libro dei sogni, essendo stata sempre ignorata a livello comunutario. Cambierà qualcosa, oggi?

L’idea di Renzi sarebbe quella di escludere dal calcolo gli investimenti pubblici, inclusi quelli per scuola e ricerca. Inoltre, il premier italiano vorrebbe escludere dal calcolo del deficit-Pil anche il cofinanziamento nazionale ai fondi strutturali europei. Questi ultimi si svolgono in regime di matching funds, cioè per ogni euro erogato dalla Ue vi è un euro di spesa pubblica da parte del paese destinatario. All’Italia arriveranno, tra il 2014 ed il 2020, fondi comunitari pari a 43 miliardi di euro, ed altrettanti dovranno essere messi dal nostro governo. Metterli a deficit potrebbe dare un aiutino, ma solo se tali fondi avranno impatto elevato in termini di efficacia di sistema sulla crescita.

Il problema di queste iniziative politiche è sempre quello: la definizione di ciò che è “investimento”, ed i relativi margini per giochetti contabili nazionali. L’occasione fa il governo ladro (letteralmente), e ci vuole davvero poco per camuffare spesa corrente in spesa per investimenti. Quindi, ammesso e non concesso che il paese sia in grado di spendere in modo efficace ed efficiente i fondi comunitari (la vera rivoluzione di cui avremmo bisogno), servirebbe comunque una supervisione molto stretta da parte della Ue, ad evitare abusi e frodi contabili. Per ottenere ciò si potrebbe pensare quindi a mettere in campo lo strumento degli accordi di partnership bilaterale, già vagheggiato dalla Merkel.

Solo che la declinazione tedesca di questi accordi era quella di una camicia di forza e di una sorta di “nuovo memorandum”, per niente light, per paesi che non sono in assistenza della Troika, mentre Renzi non si spinge a dettagliare le modalità di controllo ma vuole solo ottenere “flessibilità contro riforme”. Dove l’una e le altre non sono al momento definite in dettaglio. L’obiettivo di Renzi, comunque, è quello di rottamare i percorsi di convergenza al pareggio di bilancio, o meglio di sostituirli con una spesa pubblica “intelligente” (che al momento esiste solo nel libro dei sogni) ed in grado di fornire sostegno “infrastrutturale” alla crescita.

Come che sia, per far passare una cosa del genere serviranno alleanze europee convinte ed assertive, per andare a creare un blocco negoziale che tratti con i tedeschi e gli altri paesi del Nord Europa. Di tale blocco potranno essere parte la Spagna e la malconcia Francia? Anche qui, sono anni che attendiamo che questo scenario prenda vita. Nel frattempo, vi segnaliamo due casi di fantasia al potere e dintorni, che sono parte integrante della eclatante vittoria renziana alle europee.

Il primo è il commento del responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, che addirittura vede gli eurobond in un orizzonte di fattibilità. Intervistato da Alessandro Barbera per la Stampa, Taddei conferma di essere sempre molto, troppo avanti:

L’Italia chiederà lo scomputo di alcune spese dal deficit?
«Questa è una ipotesi, ma prima di farlo chiediamoci se l’Europa non può attivarsi autonomamente per trovare risorse nel suo bilancio»
Ad esempio?
«Gli eurobond. Si possono introdurre per mettere in cornune il debito, oppure per finanziare infrastrutture: si potrebbero limitare a questa finalità»

Quindi, par di capire, Taddei ritiene che il bilancio comunitario, che ha già subito una mortificante limatura nell’ultima programmazione pluriennale, possa essere ulteriormente stirato per farci entrare pure “infrastrutture ed eurobond”. Ed anche un trenino ed una scatola gigante di Lego, immaginiamo. Siamo evidentemente in un universo parallelo.

Altra citazione di merito per Gad Lerner, che in un commento su Repubblica intitolato immaginificamente “Quel bonus Irpef che sa di sinistra“, si lancia in uno stralunato peana ideologico della manovra degli ottanta euro:

«Per la prima volta dell’ inizio della lunga recessione economica, un governo si è assunto la responsabilità di effettuare una sia pur parziale ridistribuzione per fronteggiare le ingiustizie sociali rese più acute dalla crisi. Difatti lo sgravio Irpef è stato accompagnato da ulteriori riforme ispirate alla medesima filosofia di perequazione dei redditi: l’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie e sugli utili delle banche; il tetto di 240 mila euro agli stipendi dei manager pubblici. Si è trattato, quindi, di una precisa scelta politica, non a caso operata da un esecutivo guidato dal segretario del Pd; intenzionato a prendere di petto la questione salariale resa ancor più spinosa dalla distorsione di un sistema economico che, nel mentre brucia ricchezza, avvantaggia la rendita a scapito del lavoro»

Ammazza, direbbero dalle parti di Roma. Una manovra di geometrica potenza, signora mia. Tralasciando che Lerner dovrebbe cogliere la distinzione tra provvedimenti simbolici (il tetto alle retribuzioni dei manager pubblici apicali, e solo a loro) e volumi di risorse necessarie per “fare redistribuzione”, prendiamo atto che, anche per Lerner, i redditi di capitale prodotti dal debito pubblico non sono una “rendita”, e devono pertanto continuare a godere di un trattamento privilegiato, distorsivo e penalizzante dell’iniziativa privata, che è quella che crea ricchezza ed occupazione. Caro Lerner, le faccio un disegnino? Repetita iuvant: secondo lei, se una persona fisica possiede dieci milioni di titoli di stato italiani, i cui interessi sono tassati al 12,5%, e se un’altra persona fisica possiede 100 azioni Eni i cui dividendi sono tassati al 26%, stiamo facendo una cosa chiamata redistribuzione, per gli amici perequazione? Questa è una manovra de sinistra, secondo lei?

Quando la finirete, voi “intellettuali” di una sinistra fiscalmente analfabeta e che sbava solo sui simbolismi, perdendo completamente di vista la realtà fattuale, di salire in cattedra a scandire siffatte sciocchezze? Capiamo che l’iconografia dell’intellettuale è di solito quella di un soggetto fortemente avverso alla rappresentazione della realtà a mezzo di numeri, ma deve esserci un limite anche a questa bolla onirica che vi siete costruiti ed avete amorevolmente insufflato negli anni, finendo ogni volta con l’avallare misure fiscali punitive della classe media, che avete sempre identificato nei “ricchi da far piangere”. Per il momento, un buon caffè forte potrà aiutarvi a smaltire la sbornia post elettorale. Forse.

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